Con l’insediamento del governo, si torna a parlare di questioni di interesse dei cittadini. Rosy Bindi, il nuovo ministro della famiglia, ha detto che appoggerà i PACS, sottolineando che non sono una scrittura privata ma devono avere una protezione pubblica. Il Vaticano si è subito indignato; che la Bindi non si sia rimangiata nulla è un segno ottimo.
Si parla anche di università. Su Repubblica di oggi, Pietro Citati si lamenta che la riforma Berlinguer ha prodotto un eccesso di laureati. Citati dice che la loro qualità è infima, proclama che l’università deve produrre un’élite, rilancia il tema delle braccia rubate all’agricoltura.
La riforma Berlinguer ha distrutto e sta continuando a distruggere la probabilità che in Italia si formi quella che chiamiamo un’élite moderna. Non voglio ripetere cose notissime: ma senza un’élite colta e intelligente, un paese non vive, non si sviluppa, non si arricchisce […].
Ricordo un mediocre studioso di diritto romano lamentarsi dolorosamente, in qualche raduno televisivo, della mortalità universitaria. Non riuscivo a capire. Pensai che la Peste, o il Colera, o il Tifo, o l’Aids, o Ebola, avessero spopolato i folti banchi della Sapienza. Lo specialista di diritto romano rassicurò il pubblico: no, Ebola non era arrivato fin qui. Il danno era molto più grave. Gli studenti universitari non terminavano le facoltà che avevano iniziato […].
Il professore si sbagliava. Che soltanto il venti o il trenta per cento degli studenti di lettere giungessero alla laurea era un fatto positivo [qui il corsivo è mio, nda]. Se si fossero laureati tutti, l’Italia avrebbe conosciuto una disastrosa disoccupazione scolastica. Così, invece, decine di migliaia di giovani ritornavano a Barletta o a Fabriano o a Alba o a Sanremo [Citati sembra supporre che la mortalità universitaria sia esclusiva degli studenti di provincia, nda]: vi aprivano un negozio di verdure o di formaggi o di tartufi o una piantagione di garofani (“Catastrofica università”, p. 47).
Sul Sole 24 Ore di sabato scorso, Luigi Zingales, economista all’Università di Chicago (che ha una facoltà di economia di tradizioni molto liberiste) dice invece che l’Italia ha pochi laureati, però non del tipo giusto.
E’ difficile sostenere che in Italia ci siano troppi laureati. Mentre negli Stati Uniti il 25% della popolazione sopra i 15 anni ha un diploma di laurea, in Italia siamo al 5%, come la Siria, meno di Ecuador e Bolivia, la metà del Perù. Dal punto di vista dell’occupabilità, il problema non è il numero ma la qualità dei laureati. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, i magazzini erano pieni di televisori invenduti. Forse che non c’era la domanda? No. E’ che nessuno voleva quei televisori.
L’esempio è particolarmente calzante [Zingales se lo dice da sé, nda]. L’eccesso di produzione di merci indesiderate è tipico delle economie pianificate […].
Lo Stato [italiano] sussidia fortemente la domanda. Mentre uno studente costa mediamente 15mila euro all’anno, la tipica matricola paga meno di mille euro. Ciò sostiene artificialmente la domanda per un prodotto di scarsa qualità […].
Per sensibilizzare i consumatori alla qualità del prodotto è necessario fargli pagare il costo reale del prodotto […]. Invece che pagare 15mila euro all’università per ogni iscritto, lo Stato può prestare la stessa somma allo studente per frequentare l’ateneo che preferisce. Sostenendo l’onere di tasca propria, diventerà molto più sensibile alla qualità […].
Il secondo passo per aumentare la sensibilità del consumatore alla qualità è l’eliminazione della domanda artificiale del “pezzo di carta” abolendo il valore legale del titolo di studio. Nessuno negli Stati Uniti si sognerebbe di pensare che una laurea ad Harvard sia equivalente a una alla Colgate University. Perché in Italia si impone questa equivalenza per legge? (“Come migliorare le università e far risparmiare l’erario”, pp. 1, 6)
Il problema è complicato. Mi limito a esprimere qualche dubbio sulle soluzioni proposte da Zingales.
1) Se, come sostiene Zingales, l’università italiana costa troppo poco, ci dovrebbe essere un eccesso di domanda: fiumane di giovani dovrebbero tentare di iscriversi e di laurearsi. Perché allora l’Italia ha la metà dei laureati del Perù? Non ci saranno altri costi e altre barriere, oltre alle rette?
2) Con il sistema del prestito, dopo la laurea quinquennale uno studente avrebbe accumulato un debito di 65mila euro: una sorta di piccolo mutuo, da aggiungere a quello per la casa, alle rate per la macchina, e a quel mutuo ventennale o trentennale di fatto che sono i figli (nell’ipotesi che lo studente, diventando lavoratore, voglia avere una vita sua). Il sistema del prestito scoraggerebbe le fasce sociali deboli dagli studi. Vogliamo un’élite alla Citati, riservata ai figli di genitori con le spalle larghe?
3) Mi spiace per Zingales, l’esempio del televisore non è “particolarmente calzante”. I televisori sono beni di consumo. I laureati producono ricchezza, cioè sono beni capitale: sovvenzionare l’istruzione con denaro pubblico può avere altrettanto senso che costruire un ponte o una rete elettrica a spese dello Stato.
4) Il sistema universitario modello che ha in mente Zingales, quello americano, non si basa solo sul mercato. Harvard fallirebbe domani se dipendesse solo dalle rette: molti ricavi vengono dalle donazioni private.
5) Caricare sugli studenti il costo degli studi li incentiverebbe a chiedere un servizio migliore. Però, ciò è vantaggioso solo se gli studenti sono capaci di valutare la qualità del servizio (per esempio, se riescono a capire se un certo insegnamento è o no utile per il lavoro). Senza offesa per gli studenti, ciò equivale ad affidare ai malati il compito di valutare se una certa cura sarà utile o no alla loro salute.
6) L’equivalenza per legge del titolo di studio vale solo per le professioni e l’impiego pubblico. Tuttavia, anche i datori di lavoro privati sembrano poco sensibili all’università di provenienza degli aspiranti assunti. Siamo sicuri che il problema sia il “valore legale”?
Aggiornamento (1 giugno): Azioneparallela critica l'articolo di Citati.