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04 ottobre 2007

Cina

Giocattoli in Cina

Un’operaia guarda il fotografo mentre monta una partita di bambolotti. L’unica differenza apparente rispetto alle fabbriche italiane è l’ingegnosa combinazione degli sgabelli, che probabilmente violerebbe la nostra legge 626.

Altre foto di fabbriche cinesi di giocattoli qui.

Questa "scena di vita" appare anche su Universi paralleli.

07 settembre 2007

Tentare di cambiare la testa alla gente non conviene

Early adopter

Ho un telefonino vecchio e scassato, e nessuna intenzione di cambiarlo, ma la vicenda dello sconto di 100$ ai possessori dell'iPhone mi ha incuriosito. Riepilogo i fatti:

  • nello scorso giugno, Apple mise sul mercato l'iPhone a un prezzo di 600$, dopo mesi di anticipazioni e battage

  • un esercito di "early adopter" acquistò subito il prodotto, manifestando la soddisfazione che vedete nella foto qui sopra

  • ieri la Apple ha annunciato il ribasso del prezzo a 400$, nella speranza di vendere un milione di pezzi entro Natale

  • il giorno stesso, è scoppiata un'insurrezione degli early adopter, che si sono sentiti truffati: "hanno gonfiato l'iPhone per sei mesi e alimentato le nostre aspettative, poi hanno preso i nostri 200 $ in più e sono scappati", è una delle tante dichiarazioni degli infelici intervistati dalla stampa

Secondo me, gli early adopter hanno poco di cui lamentarsi. Intanto, nessuno puntava loro una pistola alla tempia mentre estraevano i 600$ dal portafoglio. Poi, 200$ è il prezzo che hanno pagato per il piacere di ingolosire gli amici esibendo il loro iPhone nel periodo in cui ne parlavano tutti. Tornate a guardare la foto.

Steve Jobs, il capo di Apple, non poteva dire queste cose. Perciò, prima ha tentato di sostenere che il ribasso del prezzo era dovuto al progresso tecnico. Improbabile: è vero che i costi di produzione scendono col tempo, ma non di 1/3 in due mesi. Accortosi che nessuno abboccava, nel pomeriggio Jobs ha annunciato che tutti i possessori dell'iPhone riceveranno un buono sconto di 100$ da usare in un negozio Apple.

Sempre secondo me, la vicenda mostra che Jobs si merita la sua fama di uomo intelligente. Primo, ha seguito una buona regola della comunicazione: riconosci le emozioni altrui, e mettitici in sintonia anche quando credi che siano infondate. E una di quelle regole che la gente viola in continuazione per motivi di orgoglio, e contro i suoi stessi interessi.

Secondo, Jobs è stato razionale: si è chiesto se costasse di più placare l'insurrezione (100$ di buoni sconto ai 500.000 possessori attuali) o cambiare la testa alla gente. Di nuovo, ci sono persone che quando pensano di avere ragione (di solito, quasi sempre) hanno l'automatismo di volere rifare la testa agli altri.

Detto questo, mi tengo stretta il mio Nokia malandato. E non tentate di farmi cambiare idea.

23 maggio 2007

L'ignoranza favorisce il populismo

Mi sto convincendo che, almeno oggi, gli intellettuali più utili non siano quelli che inventano teorie originali, ma quelli che trovano le parole giuste per dire verità banali e scontate. Alcuni pensano che la verità abbia un suo splendore e si riveli da sé. Secondo me, invece, la verità ha bisogno di essere lucidata di continuo. Se mi passate la metafora casalinga, assomiglia più all'argento che all'oro.

Giorni fa, ho voluto ripetere quelle che, a mio parere, sono alcune verità banali e scontate sul matrimonio. Oggi, eccovene una sulla democrazia.

Una democrazia ben funzionante ha bisogno di:

  1. meccanismi istituzionali efficaci (per esempio, quelli che hanno permesso a Nicolas Sarkozy di insediare un governo di sua fiducia a distanza di due settimane dal voto);

  2. una stampa libera, che informi i cittadini su ciò che fa il governo e sulle critiche dell'opposizione;

  3. cittadini con un minimo di cultura, capaci di comprendere il senso e le implicazioni pratiche delle leggi o delle proposte in campo.

Quando parlo di cultura, mi riferisco a un tipo di cultura rilevante per capire l'azione dello Stato. La scuola italiana, con la sua matrice classicista, crede che ciò significhi studiare la storia, il Machiavelli e qualche filosofo. Purtroppo, non basta. Per comprendere gran parte delle discussioni politiche occorrerebbe una qualche conoscenza dell'economia.

Qui lascio la parola all'economista Vito Tanzi che, appunto, mi sembra capace di trovare le parole giuste ("La cultura economica che fa la differenza", Lavoce.info).

"Mi viene in mente un episodio di una ventina d’anni fa. Partecipavo a una conferenza a Napoli, e la sera in albergo mi capitò di accendere la televisione e ascoltare un’intervista all’allora ministro dell’Industria. Si discuteva del mercato all’ingrosso di fiori a Roma. Il ministro descriveva il luogo dove la mattina presto arrivavano i grossisti per vendere i fiori a migliaia di fiorai. Ed esprimeva tutta la sua sorpresa per il fatto che per fiori dello stesso tipo, i prezzi tendevano a convergere tra i diversi venditori, come c’è da aspettarsi in un mercato competitivo con piena informazione. Il ministro attribuiva la convergenza dei prezzi a un cartello. Esprimeva anche la sua preoccupazione per il fatto che in particolari occasioni – citava la festa della mamma, San Valentino e Ognissanti – il prezzo dei fiori aumentava, "proprio quando la gente vuole comprare più fiori".

Gli aumenti sembravano ingiusti al ministro, che dava l’impressione di non conoscere la legge della domanda e dell’offerta. La sua conclusione era che il governo avrebbe fatto bene a intervenire per prevenire questi abusi. Non potei fare a mano di chiedermi che tipo di persona quel ministro avrebbe nominato in un’Autorità antitrust. Erano anche i tempi in cui su molti muri italiani si poteva leggere "congelate i prezzi, non i salari".

Tutto ciò ci porta a una domanda ovvia: come reagirebbero gli elettori a una legge che impedisse ai prezzi dei fiori di crescere per la festa della mamma o a San Valentino? Come reagirebbero a una politica che congelasse i prezzi, ma permettesse ai salari di continuare ad aumentare? La risposta è che probabilmente quanto più gli elettori sono ignoranti in economia, tanto più sono a favore di quelle politiche. Verosimilmente c’è scarsa o nessuna correlazione tra la cultura generale degli individui e le loro conoscenze di economia: si può essere molto colti e totalmente ignoranti in materia economica."

Ci vedo anche un collegamento con le polemiche di questi giorni sulla sfiducia degli italiani verso i politici. E' una sfiducia fondatissima (io oggi non saprei proprio chi votare). Ma, dati il livello e il tipo di istruzione nel nostro paese, mi chiedo se alla sfiducia non contribuisca la sensazione sistematica di molti cittadini di non capire niente di ciò che succede.

05 gennaio 2007

Segni di vita (11): Agli studenti italiani servirebbe di più studiare il cinese che il latino

Emergo dal silenzio perché non so trattenermi dal tradurre la risposta di Tim Hartford alla lettera di uno studente romano. La lettera è imprecisa, lo studente è probabilmente immaginario, la risposta è uno spettacolo di buon senso. Dal Financial Times online di oggi.

Caro economista,

ho un grosso problema con la mia scuola. Nelle scuole italiane lo studio del latino è obbligatorio, con priorità rispetto allo studio dell'inglese. Ragioni offerte: è il linguaggio dei nostri padri e ci aiuta a migliorare le nostre capacità logiche.

Trovo che siano ragioni vane, perché potremmo studiare il cinese, che migliorerebbe le nostre capacità logiche e inoltre ci aiuterebbe a fare strada in futuro. Che ne pensi?

Andrea Rocchetto (15 anni), Roma

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Caro Andrea,

in effetti è strano. Parlare il latino non pare fornire alcun beneficio pratico. Anche negli ambienti più raffinati il latino è, più che un'esibizione di erudizione, una dimostrazione di una gioventù mal spesa, come l'essere capaci di ripetere a memoria troppi sketch dei Monty Python.

Noti correttamente che il cinese sarebbe altrettanto valido come esercizio mentale, e fornirebbe il beneficio aggiuntivo di potere parlare a gente che non sia il Papa. Il termine tecnico è che imparare il latino è una strategia "debolmente dominata": non è mai superiore a imparare il cinese, e talvolta è inferiore.

Sfortunatamente, qui ti scontri con la politica. La teoria della scelta sociale suggerisce che un gruppo piccolo con molto da guadagnare da una politica tenderà a prevalere su un gruppo grande dove ognuno perde al massimo una piccola somma. Il gruppo piccolo sa qual è la posta in gioco ed è organizzato meglio - e questo è il motivo per cui abbiamo i dazi doganali, che aiutano un piccolo numero di persone imponendo costi poco conosciuti a una maggioranza diffusa.

Nel tuo caso, le vittime diffuse sono milioni di studenti sofferenti, mentre i vincitori sono probabilmente un gruppo ben compatto di professori di latino. Basta che tu ti chieda: cui bono? O, come dicono in Cina: dui shei you hao chu?

Peccato doverci sempre far dire le cose dagli inglesi.

17 ottobre 2006

Segni e Scene di vita (103)

Maiali in Cina

Pechino, oggi. Un bambino ammira statue di animali all'ingresso della Quarta Fiera Nazionale per il Commercio Agricolo. In Cina anche i maiali hanno gli occhi a mandorla.

(Siamo in interruzione ma quando vedo un maiale non so trattenermi).

13 settembre 2006

I soldi non danno la felicità ma (forse) aiutano a dormire

Scopro su Marginal Revolution una ricerca pubblicata dall'American Journal of Epidemiology che dimostra che i ricchi dormono meglio dei poveri. L'autrice, la professoressa Diane Lauderdale, ha studiato 699 americani di età compresa fra i 35 e i 50 anni e ha trovato una correlazione convincente fra la qualità del sonno e il reddito del dormiente.

La tabella qui sopra sintetizza i risultati. Il "time in bed" sono le ore passate a letto. La "sleep duration" sono le ore effettive di sonno. La "sleep latency" sono i minuti a letto senza sonno. La "sleep efficiency" è la percentuale di tempo a letto spesa in sonno effettivo (ossia, sleep duration / time in bed).

Come vedete, le persone con un reddito inferiore a 16.000 $ sono quelle che passano più tempo a letto. Ma anche quelle che dormono meno. Col crescere del reddito, il tempo a letto tende a ridursi ma il sonno diventa più efficiente: i più ricchi dormono circa un'ora di più dei più poveri.

Come spiegare questo fenomeno? Verrebbe subito da pensare che i poveri abbiano più preoccupazioni e fatichino ad addormentarsi. Ma potrebbe anche essere che i ricchi, sia pure a loro volta preoccupati, dormano bene perché si curano meglio, fanno pù sport, mangiano cibi più sani.

E se invece fosse che chi dorme meglio è più produttivo e quindi guadagna di più?

(Nota personale: io dormo bene e guadagno poco).

13 luglio 2006

Scambiereste un SUV con una EV1?

Dopo "The Corporation" e "Fast Food Nation", è uscito negli Stati Uniti un nuovo film sui misfatti delle grandi multinazionali: "Who Killed the Electric Car?". Il documentario, girato da Chris Payne e prodotto dalla Sony (una grande multinazionale), narra la storia della EV1, un'auto elettrica messa in commercio da GM nel 1996. GM ha ritirato e distrutto le ultime EV1 in circolazione nel 2005.

Qui c'è un articolo di presentazione di Repubblica. Qui potete vedere il trailer, che illustra in un minuto la teoria sostenuta nel film:

  1. la EV1 era un'auto ecologica, efficiente, adatta alle esigenze "del 90% della popolazione";

  2. GM ha abbandonato la EV1;

  3. la chiusura del progetto giovava alle compagnie petrolifere;

  4. è probabile che le compagnie petrolifere abbiano costretto GM a chiudere il progetto.

Il punto 4 è del tutto deduttivo: a quanto pare, il film non offre alcuna prova.

Quanto alla bontà della deduzione, non mi è chiaro il punto 3. L'elettricità è un sistema di alimentazione, non una fonte di energia. Gran parte dell'elettricità mondiale è ottenuta dal petrolio o da altri combustibili fossili. In un certo senso, l'elettricità è un derivato tanto quanto la benzina.

Passare dal motore a scoppio a quello elettrico significa solo spostare il consumo di combustibile da valle (le automobili) a monte (le centrali elettriche). Che alle multinazionali convenga di più vendere benzina agli automobilisti piuttosto che olio combustibile (o gas, o carbone) ai produttori elettrici è da dimostrare.

Allo stesso modo, è da dimostrare che la EV1 soddisfacesse le esigenze del "90% della popolazione". Wikipedia informa che la EV1 aveva un'autonomia compresa fra le 75 e le 150 miglia (con batterie NiMH). La ricarica richiedeva dalle 6 alle 8 ore (che si riducevano a 2 con un'apparecchiatura in dotazione da installare nel garage di casa). E David Friedman (il figlio del premio Nobel per l'economia Milton Friedman) riporta una fonte di GM che dice che le prestazioni effettive erano anche peggiori.

General Motors ha perso due miliardi di dollari nel progetto, e ha perso soldi su ogni singola EV1 prodotta. I ricavi del leasing non coprivano neppure i costi dell'assistenza.

L'autonomia di 130 miglia è fasulla. Nessun veicolo l'ha mai raggiunta in condizioni normali di guida. Accendere l'aria condizionata o il riscaldamento poteva dimezzare l'autonomia. Solo viaggiare con le luci accese la riduceva del 10% [...].

Batterie NiMH che duravano 3 anni in fase di test venivano meno dopo solo 6 mesi sulle automobili in servizio. Non c'era modo di impedire che si surriscaldassero, a meno di raddoppiare la dimensione dell'alloggio delle batterie...

Non ho i mezzi per verificare che la fonte di Friedman sia sincera. Ma ricordatevi di questo post quando sentirete Beppe Grillo parlare del film.

25 giugno 2006

I cittadini pagano il canone perché le Muse si adagino sul divano?

Trovo spesso petulante e inutile “Contrappunto”, la rubrica di Riccardo Chiabergie sull’inserto culturale domenicale del Sole 24 Ore. Oggi, però, mi sembra che Chiabergie abbia fatto centro.

Scoperta finalmente l’origine della falla nei conti pubblici che rende necessaria la “manovra bis”: lo stipendio del direttore degli Uffizi. E’ da lì che il ministro Padoa Schioppa dovrebbe cominciare a tagliare. Antonio Natali, 54 anni e tre figlie, ha coronato pochi giorni fa la sua lunga carriera nella Galleria fiorentina, rinunciando a una cattedra universitaria in Storia dell’arte. Ne valeva la pena: guadagnerà 1.600 euro al mese. Una cifra esorbitante, scandalosa. Pensate, quasi quanto un minuto di una showgirl, circa il 10% di una risposta esatta ad “Alta tensione”, e ben il 3 per cento della paga di un presidente di Rai Corporation. Una vera enormità per il responsabile di un modesto museo di provincia, con appena 1.700 fra quadri e statue di artisti minori come tal Piero di Vattelapesca e un’audience giornaliera che non supera le sei-settemila persone: neppure lontanamente paragonabile ai record di quel centro di irradiazione della cultura che è il palazzone di Viale Mazzini, sui cui divani si adagiano le Muse (Il superstipendio del direttore degli Uffizi, p. 29).

Privatizzate la RAI. Privatizzatela subito.

06 giugno 2006

I banchieri tifano Italia?

Mi chiedo come mai nessun quotidiano italiano abbia ancora ripreso questo studio di ABN Ambro. Il titolone sarebbe facile: “I banchieri tifano Italia”.

Soccernomics 2006: Soccer and the Economy

Autori: Ruben van Leeuwen and Charles Kalshoven

Fonte: ABN AMRO Economics Department, Marzo 2006

Questo rapporto conclude che il maggior beneficio all’economia mondiale verrebbe da una vittoria dell’Italia ai Mondiali 2006. Per quanto l’impatto economico diretto dei Mondiali (vendite più alte nei bar e nei caffè) sia marginale, buone performance sul campo possono senz’altro stimolare l’economia. Nel passato, i paesi vincitori dei Mondiali hanno aumentato la loro crescita economica di circa lo 0,7%. Negli ultimi tre tornei, la Borsa del paese vincitore ha sovraperformato considerevolmente il mercato del finalista perdente. In media c’è stato un effetto positivo del 10% per il vincitore e uno negativo del 25% per il perdente. Gli autori ritengono che la migliore finale per l’economia mondiale sarebbe Germania – Italia, con l’Italia a sollevare la Coppa del Mondo.

Lo 0,7% è tanto. Ci farebbe scansare la manovra di Padoa Schioppa.

Qui c’è il PDF (357KB) dell’articolo. Il rapporto, peraltro, predice che non sarà l’Italia a vincere. Secondo un complesso modello statistico costruito dagli autori, il favorito è il Brasile (ci arrivavo persino io). La fonte è WorldBank (via Kottke).

Aggiornamento (7 giugno): Mucho Maas e Ricambi originali mi segnalano che, in effetti, La Stampa e La Repubblica hanno già dato la notizia. I due titoli sono identici e ubbidiscono al classico schema giornalistico che sfruttavo nel mio "titolone" (generalizzazione a una categoria di un caso singolo). Però parlano di economisti invece che di banchieri.

30 maggio 2006

Finanziare gli studenti è più efficiente che finanziare le università

Vedo con ritardo che Mucho Maas ha ripreso il tema delle tasse universitarie, sostenendo che occorre alzarle: non a tutti gli studenti, come dice Zingales, ma secondo il reddito (o il benessere) delle famiglie.

Mucho Maas segnala anche la risposta di Mussi a Zingales, che mi era sfuggita. Mussi dice che darà più autonomia finanziaria alle università ma non alzerà le tasse. Semmai, le differenzierà secondo le facoltà: le tasse saranno più alte nelle facoltà con eccesso di iscritti (scienze della comunicazione, immagino), più basse in quelle ingiustamente trascurate (quelle scientifiche).

Le proposte di Mucho Maas e di Mussi sono contro il mercato.

Quanto al differenziare le tasse secondo il reddito delle famiglie, è come cercare di far pagare di più un panino ai ricchi e di meno ai poveri. I panettieri, che stanno sul mercato, non ci riescono. Le università, per farlo, devono servirsi di qualche potere coercitivo (indagini patrimoniali, verifiche della Finanza, ecc.).

Quanto al differenziare le tasse fra le facoltà, equivale a supporre che lo Stato ne sappia di più degli studenti circa le facoltà che dovrebbero frequentare (paternalismo).

La mia modesta proposta è, invece, di spostare il finanziamento pubblico sui suoi destinatari: gli studenti. Oggi sono finanziate le università, che ricevono fondi pubblici in funzione degli iscritti o altri parametri.

L'inconveniente di finanziare le università è che i soldi vanno ai rettori, ai consigli di facoltà, ai capi dipartimento, insomma ai professori. Che i professori usino questi soldi per la didattica invece che per dare cattedre a figli e amanti dipende dalla loro serietà. Su cui, in generale, non c'è motivo di contare.

Finanziando gli studenti, invece, decisore e beneficiario della spesa coincidono: se lo studente usa male i soldi, sarà lui a subirne i danni.

In pratica, bisognerebbe:

  1. liberalizzare le rette, lasciando che ogni ateneo fissi la sua seconda la qualità che offre o la domanda che si attende (per esempio, la Cattolica di Milano fisserebbe rette più alte della Jean Monnet di Bari, con tutto il rispetto per Bari);

  2. abolire ogni finanziamento pubblico delle università;

  3. finanziare gli studenti con voucher o assegni; gli importi dovrebbero essere graduati secondo il merito, stabilito per esempio con esami nazionali di diploma (in luogo dell'insulso esame di Stato attuale);

  4. finanziare la ricerca per progetti, calcolando i contribuiti in funzione dei contenuti scientifici e della qualità dei ricercatori; che i progetti vengano da università, imprese, centri di ricerca privati dovrebbe essere irrilevante.

Mi attendo che si formerebbe un sistema universitario con grandi divari fra gli atenei. Ci sarebbero atenei eccellenti con rette alte e atenei deboli con rette basse. Alcuni atenei farebbero solo didattica, altri anche ricerca.

Senz'altro, i figli delle famiglie ricche entrerebbero tutti negli atenei migliori. Non mi piace, ma non vedo come evitarlo, non più di quanto si possa evitare che indossino gli abiti più costosi, guidino le aute più costose, facciano le vacanze più costose.

Allo stesso tempo, gli atenei eccellenti sarebbero aperti ai giovani in gamba, che mi sembrano l'unica ragione per spendere soldi pubblici per l'università.

23 maggio 2006

In Italia ci sono troppi laureati?

Con l’insediamento del governo, si torna a parlare di questioni di interesse dei cittadini. Rosy Bindi, il nuovo ministro della famiglia, ha detto che appoggerà i PACS, sottolineando che non sono una scrittura privata ma devono avere una protezione pubblica. Il Vaticano si è subito indignato; che la Bindi non si sia rimangiata nulla è un segno ottimo.

Si parla anche di università. Su Repubblica di oggi, Pietro Citati si lamenta che la riforma Berlinguer ha prodotto un eccesso di laureati. Citati dice che la loro qualità è infima, proclama che l’università deve produrre un’élite, rilancia il tema delle braccia rubate all’agricoltura.

La riforma Berlinguer ha distrutto e sta continuando a distruggere la probabilità che in Italia si formi quella che chiamiamo un’élite moderna. Non voglio ripetere cose notissime: ma senza un’élite colta e intelligente, un paese non vive, non si sviluppa, non si arricchisce […].

Ricordo un mediocre studioso di diritto romano lamentarsi dolorosamente, in qualche raduno televisivo, della mortalità universitaria. Non riuscivo a capire. Pensai che la Peste, o il Colera, o il Tifo, o l’Aids, o Ebola, avessero spopolato i folti banchi della Sapienza. Lo specialista di diritto romano rassicurò il pubblico: no, Ebola non era arrivato fin qui. Il danno era molto più grave. Gli studenti universitari non terminavano le facoltà che avevano iniziato […].

Il professore si sbagliava. Che soltanto il venti o il trenta per cento degli studenti di lettere giungessero alla laurea era un fatto positivo [qui il corsivo è mio, nda]. Se si fossero laureati tutti, l’Italia avrebbe conosciuto una disastrosa disoccupazione scolastica. Così, invece, decine di migliaia di giovani ritornavano a Barletta o a Fabriano o a Alba o a Sanremo [Citati sembra supporre che la mortalità universitaria sia esclusiva degli studenti di provincia, nda]: vi aprivano un negozio di verdure o di formaggi o di tartufi o una piantagione di garofani (“Catastrofica università”, p. 47).

Sul Sole 24 Ore di sabato scorso, Luigi Zingales, economista all’Università di Chicago (che ha una facoltà di economia di tradizioni molto liberiste) dice invece che l’Italia ha pochi laureati, però non del tipo giusto.

E’ difficile sostenere che in Italia ci siano troppi laureati. Mentre negli Stati Uniti il 25% della popolazione sopra i 15 anni ha un diploma di laurea, in Italia siamo al 5%, come la Siria, meno di Ecuador e Bolivia, la metà del Perù. Dal punto di vista dell’occupabilità, il problema non è il numero ma la qualità dei laureati. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, i magazzini erano pieni di televisori invenduti. Forse che non c’era la domanda? No. E’ che nessuno voleva quei televisori.

L’esempio è particolarmente calzante [Zingales se lo dice da sé, nda]. L’eccesso di produzione di merci indesiderate è tipico delle economie pianificate […].

Lo Stato [italiano] sussidia fortemente la domanda. Mentre uno studente costa mediamente 15mila euro all’anno, la tipica matricola paga meno di mille euro. Ciò sostiene artificialmente la domanda per un prodotto di scarsa qualità […].

Per sensibilizzare i consumatori alla qualità del prodotto è necessario fargli pagare il costo reale del prodotto […]. Invece che pagare 15mila euro all’università per ogni iscritto, lo Stato può prestare la stessa somma allo studente per frequentare l’ateneo che preferisce. Sostenendo l’onere di tasca propria, diventerà molto più sensibile alla qualità […].

Il secondo passo per aumentare la sensibilità del consumatore alla qualità è l’eliminazione della domanda artificiale del “pezzo di carta” abolendo il valore legale del titolo di studio. Nessuno negli Stati Uniti si sognerebbe di pensare che una laurea ad Harvard sia equivalente a una alla Colgate University. Perché in Italia si impone questa equivalenza per legge? (“Come migliorare le università e far risparmiare l’erario”, pp. 1, 6)

Il problema è complicato. Mi limito a esprimere qualche dubbio sulle soluzioni proposte da Zingales.

1) Se, come sostiene Zingales, l’università italiana costa troppo poco, ci dovrebbe essere un eccesso di domanda: fiumane di giovani dovrebbero tentare di iscriversi e di laurearsi. Perché allora l’Italia ha la metà dei laureati del Perù? Non ci saranno altri costi e altre barriere, oltre alle rette?

2) Con il sistema del prestito, dopo la laurea quinquennale uno studente avrebbe accumulato un debito di 65mila euro: una sorta di piccolo mutuo, da aggiungere a quello per la casa, alle rate per la macchina, e a quel mutuo ventennale o trentennale di fatto che sono i figli (nell’ipotesi che lo studente, diventando lavoratore, voglia avere una vita sua). Il sistema del prestito scoraggerebbe le fasce sociali deboli dagli studi. Vogliamo un’élite alla Citati, riservata ai figli di genitori con le spalle larghe?

3) Mi spiace per Zingales, l’esempio del televisore non è “particolarmente calzante”. I televisori sono beni di consumo. I laureati producono ricchezza, cioè sono beni capitale: sovvenzionare l’istruzione con denaro pubblico può avere altrettanto senso che costruire un ponte o una rete elettrica a spese dello Stato.

4) Il sistema universitario modello che ha in mente Zingales, quello americano, non si basa solo sul mercato. Harvard fallirebbe domani se dipendesse solo dalle rette: molti ricavi vengono dalle donazioni private.

5) Caricare sugli studenti il costo degli studi li incentiverebbe a chiedere un servizio migliore. Però, ciò è vantaggioso solo se gli studenti sono capaci di valutare la qualità del servizio (per esempio, se riescono a capire se un certo insegnamento è o no utile per il lavoro). Senza offesa per gli studenti, ciò equivale ad affidare ai malati il compito di valutare se una certa cura sarà utile o no alla loro salute.

6) L’equivalenza per legge del titolo di studio vale solo per le professioni e l’impiego pubblico. Tuttavia, anche i datori di lavoro privati sembrano poco sensibili all’università di provenienza degli aspiranti assunti. Siamo sicuri che il problema sia il “valore legale”?

Aggiornamento (1 giugno): Azioneparallela critica l'articolo di Citati.

14 marzo 2006

Falso come una banconota da 300 Eros

Scusate, non ho saputo trattenermi.

Comunque, secondo Ananova, un tedesco è riuscito a comprare le sigarette con la versione da 600 Eros e ottenere un resto di 534 euro.

24 febbraio 2006

Non fatelo vedere a Grillo (2)

I paesi in via di sviluppo sono molto più avanti di noi nel car sharing.

01 febbraio 2006

Paghereste per convertire un ateo?

Sono un ateo di 22 anni di Chicago. Ho smesso di credere in Dio quando avevo 14 anni. Attualmente, sono un attivista di un paio di organizzazioni nazionali laiche. Per una di queste, curo una newsletter che raggiunge più di mille studenti universitari atei o agnostici. Ho scritto numerose lettere ai giornali di Chicago e dintorni a sostegno delle mie credenze atee quando sono sorte questioni riguardanti lo Stato e la Chiesa. Ciò per dirvi che non prendo alla leggera il mio non credere. Comunque, per quanto non creda in Dio, credo fermamente che cambierei subito le mie idee se mi presentassero prove del contrario. E, avendo io 22 anni, questa può essere per voi la migliore occasione di cambiarmi.

Perciò, ecco la mia proposta. Ogni volta che torno a casa, passo davanti a questa vecchia chiesa irlandese. Prometto di andare in chiesa ogni giorno - per un certo numero di giorni - e di starci almeno un'ora per ogni visita. Per ogni 10$ che puntate, andrò in chiesa un giorno. Per 50$, andrò a messa tutti i giorni per una settimana.

La mia promessa: ci andrò di buona voglia e con mente aperta. Non dirò e non farò niente di scorretto. Parteciperò alla messa con rispetto, parlerò coi preti, offrirò i miei servizi dove possibile, farò del mio meglio per apprendere le credenze dei fedeli, e farò conversazione con chiunque abbia voglia di parlare (anche se mi riservo il diritto di fargli domande sulla fede)...

E' un annuncio su eBay. Come fa notare il malefico Tyler Cowen di Margin Revolution, si tratta di una scommessa di Pascal all'incontrario. Le ipotesi della scommessa di Pascal sono:

  1. che ci sia una probabilità non nulla che Dio esista;
  2. che credere in Dio porti alla beatitudine eterna.

Sono ipotesi ragionevoli: anche un ateo può accettarle. Correttamente, Pascal calcola che allora il valore atteso di credere che Dio esista è infinito. E un valore infinito è sempre maggiore del valore finito dei beni terreni. Conclusione: siccome l'ateo può sperare solo in questi ultimi, credere in Dio conviene.

Ora, aggiungete un'altra ipotesi ragionevole:

  • frequentare la messa e i sacerdoti con mente aperta aumenta la probabilità di convertirsi.

Ne segue che, se credere conviene, anche frequentare conviene. Anzi, in base alla scommessa di Pascal, ogni ora aggiuntiva di frequenza ha a sua volta un valore infinito (finché non ci si è convertiti).

Aggiungete infine questo principio:

  • amerai il prossimo tuo come te stesso.

Ne segue che, se necessario, un cristiano vero dovrebbe essere pronto a pagare al nostro ateo di Chicago tutti i suoi risparmi. Ateo che, poi, è meno furbo di quanto sembri: stando a Pascal, 10 $ sono ben poco in rapporto a ciò che offre.

Per ora, l'offerta più alta è 187,50 $. Alle condizioni previste, sono tre settimane complete di Messe più 3 giorni e 45 minuti. Basteranno per la conversione?

Aggiornamento (4.2). L'asta si è conclusa stanotte. Il vincitore pagherà 504 $ e il nostro ateo (che si chiama Hemant Metha) dovrà andare a messa tutti i giorni per 10 settimane. Metha ha rovinato la sua idea annunciando che donerà il ricavato alla Secular Student Alliance, un'associazione non-profit che sostiene i gruppi studenteschi laici nelle scuole americane. Che senso ha spedire un ateo a messa se poi l'ateo usa i soldi per diffondere l'ateismo?

17 gennaio 2006

L'aspirina al supermercato costerebbe meno

La COOP ha lanciato una "proposta di legge di iniziativa popolare" per liberalizzare il mercato italiano dei farmaci senza ricetta (come l'aspirina, il Moment o il Voltaren). Oggi solo le farmacie possono venderli. La proposta di legge prevede che li possano vendere anche i supermercati. Il metodo di vendita sarebbe simile a quello delle farmacie.

Art. 3. La vendita, consentita durante l'orario di apertura dell’esercizio commerciale, è effettuata in una parte della sua superficie ben definita e distinta dagli altri reparti, con l'assistenza di un farmacista abilitato all’esercizio della professione ed iscritto al relativo ordine.

Art. 4. Lo sconto sul prezzo indicato nella confezione è liberamente determinato dal distributore al dettaglio per singolo farmaco, è esposto in modo leggibile e chiaro e praticato a tutti gli acquirenti. Sono vietati i concorsi e le operazioni a premio, le vendite straordinarie e quelle sottocosto.

E' probabile che i supermercati venderebbero i farmaci a prezzi più bassi. Infatti, i grandi distributori sono più efficienti dei piccoli negozi (le farmacie), hanno il potere per spuntare prezzi più bassi dai produttori, e si fanno concorrenza sui prezzi. Al contrario, le farmacie sono un settore protetto (i Comuni rilasciano poche licenze) e, la realtà dice, non si fanno concorrenza sui prezzi.

Con questa legge, l'Italia imiterebbe paesi come la Spagna, la Germania, la Gran Bretagna, dove i drugstore e i supermercati vendono farmaci (in Francia, invece, le farmacie hanno l'esclusiva come in Italia).

Intervistato ieri alla radio sulla proposta di COOP, il nostro ministro della sanità, Francesco Storace, ha detto:

Le Cooperative hanno molto da fare con le banche, lascino stare la farmacie... Se si vuole mettere un farmaco nel supermercato e' perche' si immagina un mercato potenziale, e quindi si rischia di entrare nella spirale della logica del consumo che non fa bene alla salute.

Sono affezionato al farmaco che viene dato dal farmacista... Pensare di dovere assecondare la campagna delle cooperative sulla liberalizzazione dei farmaci mi sembra eccessivo. Rientrerebbe nella logica di consumo che non e' adatta ad un bene per la salute come il farmaco.

La risposta di Storace è:

  1. Stupida: che puo' importare ai cittadini che lui "è affezionato al farmaco che viene dato dal farmacista"?

  2. Paternalistica: Storace suppone che i cittadini non saprebbero moderarsi nell'acquisto dei farmaci, nemmeno con l'aiuto del farmacista al banco.

  3. Irrilevante: i farmaci senza ricetta hanno effetti collaterali minimi. Non si capisce perché i supermercati possano vendere superalcolici (anche agli adolescenti) e non l'aspirina (nemmeno agli adulti).

  4. Anti-mercato: Storace vede che c'è un mercato potenziale e gli sembra una cosa cattiva. Che significa "logica di consumo"? Che c'è qualcosa di immorale nel consumare farmaci? Che prendere una tachipirina è male se non hai almeno 39 di febbre?

Con questa proposta, è evidente che COOP fa i suoi interessi: spera di guadagnare entrando in un settore redditizio. In un'economia di mercato, è quello che un'azienda deve fare. E anch'io ho i miei interessi: vorrei pagare l'aspirina di meno, e magari avere la consegna a casa (il sogno di Blindfury).

Perciò sono andata alla COOP a firmare. Purtroppo, si può farlo solo nei suoi supermercati. Per portare la proposta in Parlamento, occorrono 50.000 firme. Visto che siamo in campagna elettorale, mi piacerebbe vedere aderire qualche partito, magari di quelli che fanno il tifo per le cooperative. Sempre, sia chiaro, che esigenze tattiche superiori non sconsiglino di irritare i farmacisti.

20 dicembre 2005

La nostra credibilità all'estero

Conclusa la vicenda Fazio, John Hey, professore di Economia e Statistica all’Università di York e ordinario alla LUISS di Roma, svela al mondo un’altra anomalia italiana: gli esami universitari.

“Lo scopo di questa pagina è di attirare l’attenzione sulle grandi differenze nel numero degli esami nei vari paesi del mondo, con lo scopo particolare di mostrare che l’Italia è un’eccezione. Voglio anche attirare l’attenzione di una procedura burocratica chiamata verbalizzazione, che non penso esista in nessun paese del mondo che non sia l’Italia […].

Ecco un riassunto approssimativo del numero di esami nei vari paesi del mondo […].

  • UN esame per insegnamento ogni anno senza diritto di rifarlo: Canada, Stati Uniti
  • UN esame per insegnamento all’anno con la possibilità di rifarlo una volta: Danimarca, Francia, Germania, Messico, Svizzera, Regno Unito
  • UN esame per insegnamento all’anno con la possibilità di rifarlo due volte: Austria, Olanda.
  • (Fino a) DIECI esami per insegnamento all’anno col diritto di rifarli quante volte desideri: Italia”

Ciò suggerisce una soluzione facile a una vecchia lamentela degli studenti: quella che l’università si riduce a un “esamificio”. Via Crooked Timber.

13 dicembre 2005

Non fatelo vedere a Grillo (1)

Una risposta ingegnosa ai problemi della mobilità.

08 dicembre 2005

La TAV in Val di Susa (2/2)

Cacciati dalla polizia, gli oppositori alla TAV stanno rioccupando il cantiere di Venaus con la forza. Sull’opportunità del blitz dell’altro ieri, segnalo un commento di Luigi La Spina su La Stampa:

“Non c’erano motivi immediati e gravi per una decisione da prendere sul campo da parte dei responsabili locali dell’ordine pubblico. In altri casi, lo ricordiamo, come nell’autunno del 2003, a Scanzano Ionico, dove si protestava contro lo stoccaggio dei rifiuti nucleari, o nel Salernitano, l’anno dopo, contro la discarica di Parapoti, occupazioni, prolungate per giorni, di autostrade e di ferrovie fondamentali per i trasporti dell’intera Italia centro-meridionale non diedero luogo ad analoghi comportamenti del governo. […]

Sulla questione dell’Alta Velocità in Valsusa è diffuso, bisogna dirlo con chiarezza, il sospetto di una pesante strumentalizzazione politico-elettorale.”

La Spina cita due casi, a Scanzano Ionico e a Parapoti, di NIMBY (Not in My Back Yard): residenti locali che rifiutano di ospitare un’opera utile per la comunità nazionale. Una situazione NIMBY accade quando i benefici di un’opera superano i costi, ma:

  • i benefici sono diffusi fra molti;
  • i costi si concentrano su pochi.

Nel caso del traforo in Val di Susa, l’alta velocità dovrebbe favorire il commercio internazionale. Il setificio di Como, poniamo, potrà vendere meglio la sua seta in Francia; il buongustaio di Genova pagherà meno il paté; infine, se ci sarà commercio di transito (da estero verso estero), ci sarà uno scalo intertrasporto ad Orbassano.

Il residente della Val di Susa dice: io, invece, avrò una valle più inquinata.

In un paese libero, i cittadini hanno il diritto di far valere i loro interessi particolari (tutta l’economia di mercato si regge su questo). L’alternativa sarebbe dire che il residente della Val di Susa ha il dovere morale di sacrificarsi perché il setificio di Como venda di più, il buongustaio di Genova paghi meno e ad Orbassano nascano vettori per l’intertrasporto. Questa è, in effetti, l’idea che abbracciano liberali alla Mario Cervi, che su Il Giornale accusa i residenti della Val di Susa di emotività e chiede loro, se non vogliono il traforo, di esibire progetti alternativi (dando per scontato, appunto, che debbano prendersi carico dei piani nazionali di trasporto).

Per fortuna, se un’opera è vantaggiosa, per definizione crea ricchezza. E, se crea ricchezza, possiamo distribuirne una parte ai cittadini danneggiati dall’opera, per compensare i loro costi. In pratica: il NIMBY si risolve con negoziazioni e indennizzi in moneta (esenzioni fiscali, bonus) o in natura (investimenti in scuole, ospedali o altre opere gradite dai residenti).

Per esempio, quello delle compensazioni è l’approccio che ha permesso alla Francia di costruire centrali e depositi di scorie nucleari. In Italia, invece, la prassi sembra: decidere in alto, informare i residenti a scelte fatte, invocare l’interesse nazionale superiore, ignorare la questione delle compensazioni finché non scoppia il conflitto.

E’ chiaro che, per stabilire le compensazioni, occorre che i vantaggi della TAV siano reali (alcuni non lo credono). E bisognerebbe stimare i costi ambientali effettivi per la Val di Susa (quanto sarà l’amianto?). L’avere proclamato che la TAV era da farsi, in nome del progresso, e senza nessuna di queste stime, è più da Unione Sovietica che da paese democratico. C’e poco da stupirsi se poi il ministro ringrazia i poliziotti per avere menato i cittadini.

07 dicembre 2005

La TAV in Val di Susa (1/2)

Alle 3.00 del mattino di ieri, la polizia ha sgomberato il presidio di Venaus, organizzato dagli oppositori della TAV per bloccare il cantiere dei lavori. Ci sono stati scontri e oltre 20 feriti, fra cui un pensionato e uno studente tenuti in ospedale in osservazione. Al termine dell’operazione, il Ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu ha emesso un comunicato dove dice:

“All’operazione si sono opposti circa 200 aderenti ai comitati No T.A.V. ed a gruppi antagonisti anarchici già presenti sul posto, ai quali si sono aggiunti poi numerosi manifestanti.

La loro resistenza è stata superata delle forze dell’ordine senza l’effettuazione di alcuna carica. Negli inevitabili contatti con i manifestanti si sono comunque verificati incidenti con alcuni contusi e lievi feriti da entrambe le parti […].

Il Ministro dell’Interno ha espresso vivo apprezzamento alle forze di polizia per la grande professionalità e lo spirito di sacrificio che stanno dimostrando sia nel ripristinare le condizioni indispensabili di legalità nel cantiere T.A.V. sia nel garantire l’ordine pubblico.”

Innanzi tutto, è buffo che Pisanu ringrazi i poliziotti per lo spirito di sacrificio. Se la questione riguarda la legalità e l’ordine pubblico, si suppone che i poliziotti siano pagati per mantenerli. Dove sarebbe il sacrificio? Fra l’altro, si trattava di agenti antisommossa. E’ anche buffo che il ministro non trovi una parola di dispiacere per i feriti. Insomma: i poliziotti menano i cittadini e il ministro, che in teoria rappresenta i secondi, che fa? Si scusa coi primi per il disturbo che si sono presi?

Peraltro, ciò fa parte di un approccio generale dei politici italiani verso i poliziotti e, ancora di più, i carabinieri, che trattano come cani da tenere buoni con le carezze.

Poi c’è la questione della legalità. Ne parlai a proposito degli sgomberi di Cofferati, dove tentavo di distinguere fra una legalità buona (le leggi necessarie perché una comunità viva), che bisogna applicare sempre, e una legalità cattiva (le leggi contro gli interessi dei cittadini), che bisognerebbe rimuovere coi mezzi della democrazia. Se non si può, dicevo, alle leggi cattive si può disubbidire, anche al costo di prendere le botte.

In Val di Susa, i cittadini che occupavano il cantiere lottavano e lottano contro una legalità che giudicano cattiva: contro un’opera imposta dal governo che, secondo loro, danneggia l’economia e l’ambiente dove vivono. A differenza degli occupanti di Cofferati, questi cittadini non stavano nel cantiere per farci abitazione: erano lì per una protesta politica. Rispondere a una protesta politica mandando la polizia, di notte, in assenza di disordini, senza urgenza (i lavori riprenderanno a febbraio), beh, questo di solito lo fanno i governi fascisti.

Ma, direte, bisognerà pur fare questa TAV. Non possiamo cedere al NIMBY, alla pretesa di un gruppo piccolo di imporre i suoi interessi su quelli della comunità: all’idea che, sì, l’opera va bene, purché non nella nostra valle (Not In My Back Yard). Siccome sono già un po’ lunga, su questo torno domani.

15 ottobre 2005

L’angolo della sicurezza

Leggo stamattina su Repubblica che stanno arrivando in Italia le prime auto cinesi.

“La JMC Landwind è la prima auto cinese a sbarcare in Italia. Sarà in vendita a dicembre, con prezzi da 17.700 euro in su”.

Nella foto c’è un fuoristrada piuttosto grosso e il prezzo pare straordinario, dato che auto simili (tipo la Hyundai Tucson) costano almeno 6.000 euro in più. Però non compratela. E se la compra un amico, non accettate passaggi. La JMC Landwind è l’unica auto al mondo che ha preso 0 (zero) al test europeo per la sicurezza. Ecco un filmato di cosa potrebbe accadervi con un semplice frontale a velocità urbana.