05 gennaio 2007

Segni di vita (11): Agli studenti italiani servirebbe di più studiare il cinese che il latino

Emergo dal silenzio perché non so trattenermi dal tradurre la risposta di Tim Hartford alla lettera di uno studente romano. La lettera è imprecisa, lo studente è probabilmente immaginario, la risposta è uno spettacolo di buon senso. Dal Financial Times online di oggi.

Caro economista,

ho un grosso problema con la mia scuola. Nelle scuole italiane lo studio del latino è obbligatorio, con priorità rispetto allo studio dell'inglese. Ragioni offerte: è il linguaggio dei nostri padri e ci aiuta a migliorare le nostre capacità logiche.

Trovo che siano ragioni vane, perché potremmo studiare il cinese, che migliorerebbe le nostre capacità logiche e inoltre ci aiuterebbe a fare strada in futuro. Che ne pensi?

Andrea Rocchetto (15 anni), Roma

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Caro Andrea,

in effetti è strano. Parlare il latino non pare fornire alcun beneficio pratico. Anche negli ambienti più raffinati il latino è, più che un'esibizione di erudizione, una dimostrazione di una gioventù mal spesa, come l'essere capaci di ripetere a memoria troppi sketch dei Monty Python.

Noti correttamente che il cinese sarebbe altrettanto valido come esercizio mentale, e fornirebbe il beneficio aggiuntivo di potere parlare a gente che non sia il Papa. Il termine tecnico è che imparare il latino è una strategia "debolmente dominata": non è mai superiore a imparare il cinese, e talvolta è inferiore.

Sfortunatamente, qui ti scontri con la politica. La teoria della scelta sociale suggerisce che un gruppo piccolo con molto da guadagnare da una politica tenderà a prevalere su un gruppo grande dove ognuno perde al massimo una piccola somma. Il gruppo piccolo sa qual è la posta in gioco ed è organizzato meglio - e questo è il motivo per cui abbiamo i dazi doganali, che aiutano un piccolo numero di persone imponendo costi poco conosciuti a una maggioranza diffusa.

Nel tuo caso, le vittime diffuse sono milioni di studenti sofferenti, mentre i vincitori sono probabilmente un gruppo ben compatto di professori di latino. Basta che tu ti chieda: cui bono? O, come dicono in Cina: dui shei you hao chu?

Peccato doverci sempre far dire le cose dagli inglesi.

34 commenti:

davide l. malesi ha detto...

Sublime :))))))

Ivo Silvestro ha detto...

Di Tim Harford ho letto l'interessante economista mascherato, edito da Rizzoli, se non erro.
Un solo appunto marginale: se vuoi fare l'archeologo, il filologo e altre professioni simili, il latino serve più del cinese.
Noi italiani preferiamo dire "cui prodest", e non credo che la lobby dei professori di latino sia così potente da tenere in scacco il sistema scolastico italiano…

Massimo ha detto...

E' il FT, non l'Economist.

Angelita ha detto...

Davide, non è che sei tu lo studente romano, vero? ;-)
Ivo Silvestro, sì, vado a memoria ma credo che "L'economista mascherato" fosse una specie di raccolta dei pezzi che Hartford scrive settimanalmente sull'Economist (e che escono anche su Slate e forse altrove). Sulla lobby dei professori di latino, a prima vista non sembra potente. Anzi non sembra neppure una lobby. E però pensa alle ramificazioni del latino nelle facoltà di lettere classiche che, con la fine dell'insegnamento del latino, perderebbero domanda. Ai latinisti e ai vari cultori della classicità che scrivono sui giornali e potrebbero difendere la causa del latino. A Pietro Citati che rievocherebbe i bei tempi della giovinezza in cui si temprava la mente, lo spirito e forse anche il corpo sulle versioni di Catullo. Ai 10 paleografi nazionali che, venendoti in scia, si straccerebbero le vesti perché il mancato insegnamento del latino a gran parte della popolazione scolastica priva la loro professione delle leve future. Ai sindacati della scuola davanti alla proposta di riallocare ad altro incarico migliaia di professori di latino. E infine alle poche centinaia di tassisti milanesi e (soprattutto) romani che pochi mesi fa sono riusciti a fare rimangiare a Bersani grossi bocconi del suo decreto sulle liberalizzazioni.
Massimo, chiaramente hai ragione, ho sistemato l'errore.

Angelita ha detto...

Nel commento precedente si legga "... scrive settimanalmente sul Financial Times".

Ivo Silvestro ha detto...

Ma quella che descrivi non è una lobby, se non in un senso lato (e sicuramente un economista non intende una cosa simile con lobby), semplicemente l'immobilità di una società restia ai cambiamenti. Non è così solo in Italia, del resto: non mi risulta che in Inghilterra o in Francia o negli Stati Uniti ci sia il cinese obbligatorio.

Angelita ha detto...

Ivo, capisco il tuo punto. Suppongo che un economista direbbe che una lobby è un gruppo di persone che (a) condivide un certo interesse, (b) è capace di azione coordinata per difenderlo. Il gruppo che descrivo è sparpagliato ma mi sembra che i professori del liceo e i classicisti dell'università possano formare una lobby nel senso che ho detto. Che poi una lobby trovi la collaborazione dei sindacati o di personaggi della cultura non credo le faccia perdere il suo carattere.
Sulla "società restia al cambiamento", questo è pensiero olistico del tipo che gli economisti di solito rifiutano, soprattutto economisti radicali come Hartford. E, beh, lo rifiuto anch'io. La società non esiste, sono gli individui e i gruppi ad agire.
Sul cinese obbligatorio, la risposta di Hartford non ha nulla di anti-italiano, ma fa appello a fenomeni generali (lobbies, paradossi delle scelte sociali) che si trovano ovunque. Resta che, se è vero che il cinese obbligatorio in Francia o negli Stati Uniti non c'è, la persistenza dell'insegnamento di una lingua morta ce l'abbiamo solo noi (o quasi). Scusa la lunghezza della risposta (e della risposta precedente).

Ivo Silvestro ha detto...

No, non ti scuso per il commento lungo. E per vendetta cercherò di scrivere un commento ancora più lungo ;-)
Una lobby non è semplicemente capace di fare pressioni per un certo scopo, ma lo fa effettivamente e, soprattutto, è costituita ed esiste unicamente per questo scopo. I professori di lettere non sono una lobby in questo senso, e non fanno neppure parte di una lobby più vasta, perché non esiste.
Lascio perdere il concetto di società (troppo olistico per una analisi economica o sociale, su questo posso anche darti ragione), rimane il fatto che non esiste un soggetto interessato al mantenimento del latino obbligatorio nelle nostre scuole. ma più soggetti tra loro separati e indipendenti che concordano su questo particolare tema.
Rimane inoltre il problema della immobilità. Se non la vuoi mettere nei termini di una società immobile, fai pure, rimane il fatto che per lasciare le cose come stanno non ci vogliono motivi (il "si è sempre fatto così" è giustificazione più che sufficiente), per cambiare invece ce ne vogliono. In altre parole: i professori di latino non hanno bisogno di sbattersi molto per il mantenimento del latino, dal momento che non mi sembra essere in programma la sua abolizione, visto che in pochi ci pensano. Tutto questo per dire: l'analisi di Harford è corretta ma semplicistica (per motivi di spazio, molto probabilmente) e quindi potenzialmente fuorviante (se fosse davvero un problema di lobby, basterebbe concentrarsi contro di essa o darle un contentino extra e tutto si risolve).

Infine, giusto per superare in lunghezza il tuo commento (che razza di vendetta sarebbe, altrimenti?), siamo sicuri che il problema della scuola italiana sia il latino? Lo so che, alla fine, l'argomento è un altro, ma se fossi ministro dell'istruzione (rabbrividisco solo al pensiero), investirei in inglese e in matematica, mi sembrerebbe più urgente. Ma poi la scuola deve davvero adattarsi alle esigenze del mercato? Un piccolo esempio: anche in una dittatura (nessun problema con le lobby) o con il sistema scolastico in mano privata (niente sprechi tipici dell'amministrazione pubblica), ci vorranno (ora che cerchi e formi gli insegnanti, attrezzi le aule, trovi i libri di teso eccetera) almeno 5 anni prima che possa partire l'insegnamento del cinese. Un ciclo di studi completo dura una decina d'anni (superiori -> università -> master ormai obbligatorio), avremmo i primi lavoratori con cinese obbligatorio nel 2022, quando in Cina sarà tornato il nipote di Mao e tutti parleranno russo o afrikaans.

Loforestieroprolisso ha detto...

Da ignorante di economia e parlando non dico di lobby ma almeno di vantaggi di nicchia e situazioni di privilegio, credo che ai paleografi (o agli archivisti, che meglio conosco e che tra le altre cose devono occuparsi consistentemente di paleografia) farebbe comodo avere meno concorrenza, attualmente feroce, per i posti disponibili mediante la riduzione dell'offerta di latinisti in rapporto alla domanda.
Questo senza contare la tendenza delle istituzioni a preferire, almeno per gli archivisti, la formazione di personale già assunto (e grattacoglioni) piuttosto che assumerne di nuovo, sebbene di competenza presumibilmente maggiore (è comunque un lavoro per maniaci).
Il tutto peraltro senza intaccarne la qualità, anzi: con una ridotta accessibilità al latino servirebbe consistente impegno e determinazione (o ulteriore maniacalità) per studiarlo.
Fossi un paleografo, invidierei l'inaccessibilità diffusa della scrittura cuneiforme; e sarei molto più protettivo verso il permanere dell'insegnamento del latino al posto del cinese se avessi fatto della conoscenza del cinese, dote attualmente rara tra i non madrelingua, la mia fonte di orgolgio e soprattutto di reddito.

P.S: ora che ho il piacere di poterne leggere uno, sento distintamente la mancanza di questi post e relativa articolazione nei commenti.
Mi chiedo cosa sarebbe saltato fuori in questi mesi senza la cupio dissolvi.
Se non è troppo disturbo, Angelita, cerca di trattenerti di meno.

Al ha detto...

Cari tutti, io sono un difensore del latino e, a scanso di inutili colpi bassi, preciso che per lavoro non mi occupo di letteratura né di storia o latino. Faccio parte quindi di un eventuale "consenso generale" all'insegnamento del latino, estraneo a logiche di lobby: converrete infatti che vi possano essere delle legittime opinioni personali in tal senso, senza che debbano necessariamente essere motivate da interessi economici (a ben pensarci non sono poche le persone, tra quelle di mia conoscenza, che apprezzano l'importanza dell'insegnamento del latino). Vi pregherei quindi di riconoscere questa posizione come tale e a discuterla solo nel merito, senza biecamente ricondurla ad un espediente per soddisfare il proprio portafogli.

Nel merito ritengo che il latino (così come l'imparare le poesie a memoria!) abbia un valore formativo dell'intelligenza, oltreché di consapevolezza dell'utilità della conoscenza fine a se stessa (eh già, fine a se stessa). Quando ero studente (poco tempo fa), tanti miei colleghi e docenti criticavano tanto il "nozionismo", cioè il dover imparare le cose a memoria, e difendevano al suo posto una generale capacità di interpretare le cose all'occorrenza. In sostanza, l'intelligenza senza conoscenza; la sparizione della consapevolezza della propria ignoranza in favore di un totale pragmatismo.

Saltando di palo in frasca, perché non ho tempo di sviluppare un ragionamento, riconosco che in effetti non per tutti gli insegnamenti il latino sia adatto. Le scuole professionali o gli istituti tecnici ad esempio ne possono fare tranquillamente a meno. Poi ognuno valuterà se avrà beneficiato più dello studio giovanile del latino o del cinese: una bella gara, eh. È molto ingenuo credere che ciò che si apprende all'età di liceale serva effettivamente (cioè *direttamente*) per la propria vita professionale: dall'inglese alla matematica, l'80% lo si impara dopo il liceo per proprio conto, quando si comprende effettivamente il senso pratico degli apprendimenti e si è motivati a farlo. Allora, tanto vale usare i licei per fare un po' di sana attività culturale e far capire a 'sti giovanotti che si può conoscere anche per il piacere di conoscere.

(E poi abbiate pazienza, ma modificare un ordinamento degli studi solo per inseguire la potenza economica del momento mi sembra molto miope.)

Angelita ha detto...

Ivo, sulle lobby non vedo una grande divergenza fra noi. Tu dici che il criterio d'esistenza di una lobby è che faccia pressioni. Io dico che si può parlare di una lobby se ha una capacità di farle. All'atto pratico, quando qualcuno tentasse di abrogare l'insegnamento del latino questi dubbi ontologici sarebbero spazzati via. Emergerebbe un gruppo di oppositori e si potrebbe discutere sulla sua articolazione, i diversi gruppi, ecc. In ogni caso, secondo me gli interessi dei professori di latino (liceali e no) sarebbero sulla scena. Non si tratterebbe solo di un dibattito culturale.
Sono anche d'accordo che l'analisi di Hartford è semplicistica (è una rubrica su un giornale), però la questione delle lobby è proprio quella che descrive. Non è vero che, come dici tu, se ci fosse una lobby "basterebbe concentrarsi contro di essa". O meglio, basterebbe: il problema è che non ci sono gli incentivi perché ciò avvenga. Quando Bersani ha tentato di aprire il mercato dei taxi, da una parte c'era qualche migliaio di taxisti che rischiava di perdere migliaia di euro di reddito, o di vedersi azzerare licenze pagate nell'ordine dei cinque zeri. Dall'altra milioni di utenti dei taxi che, se anche le tariffe fossero scese di 2-3 euro a corsa, avrebbero risparmiato sì e no 50 euro in un anno. Risultato: attacco selvaggio dei taxisti e nessun coalizzarsi dei cittadini a difesa del provvedimento.
Infine, l'investimento in inglese e matematica va benissimo. Come Ministro dell'Istruzione avresti il mio voto. :-) Credo che lo spirito della lettera fosse di reclamare non l'insegnamento forzoso del cinese, ma più razionalità nei programmi scolastici e nell'uso delle risorse pubbliche.
Sono andata ancora più lunga. Vedi, il problema delle risposte lunghe è quello dell'escalation. :-)
LoForestieroProlisso, la tua mi sembra una testimonianza importante. Non conoscevo la situazione dei paleografi e degli archivisti: se è come dici, è probabile che in effetti non si opporrebbero all'abolizione del latino. Comunque, stai descrivendo una sovrapproduzione di beni che hanno poca domanda (archivisti): era il grande male dell'economia sovietica. Non faccio altri commenti.
Grazie per le tue parole gentili finali, ma temo che ci vorrà molto tempo prima di un (eventuale) ritorno.
Al, è divertente vederti chiedere di non ricevere "colpi bassi", invocare il rispetto delle legittime opinioni, preoccuparti che non siano "biecamente ricondotte" a qualcos'altro, e poi ricondurre la mia opinione a un "inseguire la potenza economica del momento". Prima pretendi buone maniere e poi cacci un rutto.

manu ha detto...

Allora, intanto non è vero che in Italia si studia più il latino dell’inglese: il latino lo si studia soltanto per i 5 anni di superiori e soltanto seguendo certi percorsi formativi (classico, scientifico), mentre l’inglese è diventato ormai imperativo sin dalle elementari, a prescindere dall’iter di studi selezionato.
Io ho studiato il latino, è non c’è stata materia che abbia odiato di più (si, il greco probabilmente) ed anche io a 15 anni forse avrei scritto una lettera stupida (ma neanche tanto, considerato il destinatario) come quella di Andrea. Oggi, dopo anni trascorsi a tentar di dimenticare quell’inutile lingua morta e quel mattone a forma di vocabolario che mi portavo appresso e dentro il quale morivo affogato di sudori freddi durante i compiti in classe, realizzo che tutta quella fatica non m’è servita a niente. nonostante il mio odio verso il latino, ed il mio impegno per “disinstallarmelo” dal cervello, ho fallito, realizzando che il latino (ed il greco) sono le più vive lingue morte che mi sia mai capitato di studiare. Quel cazzo di mattone ancora oggi mi capita di aprirlo. Studiare l’etimologia delle parole forse è un esercizio troppo misero per non perdere la grammatica latina, che senza allenamento tende ad atrofizzarsi, ma il lessico e soprattutto l’utilizzo di certe locuzioni o anche semplicemente di certi “ragionamenti linguistici” danno al latinista una marcia in più. E poi, in tutta onestà, mi stanno profondamente su coglioni gli inglesi, che tentano di dominare il mondo coi loro neologismi - a differenza di spagnoli o francesi, noi italiani siamo quelli che più si lasciano subordinare dal vocabolario inglese per coniare neologismi, in ambito informatico basti pensare al nostro “mouse” piuttosto che alla “sourie” o al “raton”.
Lasciamo poi perdere il discorso della Lobby dei docenti di latino, il che a me sembra solo una brutta favola dal retrogusto paranoico. È vero che in Italia si coltivano più sindacati che vigneti, ma da qui a dire che si studia il latino solo per non rendere disoccupati una manica di sadici professori anacronistici mi sembra una cosa un po’ azzardata. Forse l’amico del FT ha letto troppi romanzi di Dan Brown, personalmente gli consiglio un po’ di Seneca, magari in versione originale.

Anonimo ha detto...

ma poi, a) qual è il limite tollerato di sketch dei Monty Python mandati a memoria? a1) in inghilterra; a2) in italia; b) si parla degli "ambienti più raffinati" in cui si parla una lingua derivata dal latino o altro? c) che ne dite se ci mettiamo tutti a studiare il cinese antico? ognuno ci ha la lingua morta sua o no? d) le risposte brillanti ma inutili nelle rubriche vanno imparate a memoria più o meno degli sketch dei monty python e d1) servono più o meno dello studio del latino; d2) e a chi?

porph.

Al ha detto...

Concordo con quello che dice manu.

Angelita, non credo proprio di aver menzionato la tua opinione: inutile dunque sentirti offeso/a. Stavo commentando il post, in cui un quindicenne dice che "[il latino] ci aiuterebbe a fare strada in futuro". Forse che "fare strada in futuro" non è "inseguire la potenza economica del momento" come io ho scritto?

Angelita ha detto...

Manu: sì, quanto dici sullo studio del latino e dell'inglese in Italia era ciò cui alludevo dicendo che la lettera dello studente romano era imprecisa.
Sul latino, mi dispiace che ti abbia fatto soffrire. Io non ho avuto l'occasione di studiarlo e, non metterti a ridere, ho qualche rimpianto. Leggere certi autori in originale mi sarebbe piaciuto molto. Allo stesso tempo, credo che lo Stato dovrebbe spendere bene le (scarse) risorse disponibili (che poi sono soldi dei cittadini). E che, per le ragioni che dice Hartford, il latino sia un lusso.
Sui "ragionamenti linguistici": certo, se studi il latino scopri fenomeni linguistici che nell'italiano sono nascosti (come il caso). Ma allora tanto vale insegnare nei licei la grammatica strutturale (à la Chomsky), che il caso e quegli altri fenomeni te li fa capire ancora meglio.
Sulla "brutta favola di sapere paranoico", capisco che a prima vista gli argomenti di Hartford sulle lobby suonino come una teoria del complotto, ma non lo sono. Ne ho parlato nei commenti precedenti.
Porph: sì, mi rendo conto che sono proprio risposte inutili.
Al: bene, non avevo capito che ti riferissi alla frase "fare strada in futuro". Prendo atto che non stavi riducendo biecamente a qualcos'altro la mia opinione ma quella dello studente romano.

Septimius ha detto...

"Lo studio del latino è un perditempo, come dichiara Tim Harford,
giornalista del Financial Times, in risposta alle lamentele di un
quindicenne italiano? Penso che il suo direttore non avrà nessuna difficoltà
a procurarsi l'eccellente edizione inglese (Oxford) del Satyricon di
Petronio e a pubblicare - per equità - i capitoli 3-4, nei quali si trova la
miglior risposta al bizzarro dibattito. Gli adulti disonesti - dice
Petronio- che blandiscono i ragazzini per averne l'applauso sono come
pescatori che scelgono l'esca più appetitosa per catturare i pesciolini
ingenui. Se non lo facessero - aggiunge- resterebbero tutto il giorno sullo
scoglio "sine spe praedae". E' così a corto di lettori il Financial Times
per aver bisogno di ricorrere a queste forme di pedofilia culturale? Il
direttore dovrebbe infine fare un'altra cosa: dedicare un numero del suo
giornale alla riproduzione dei circa 5000 caratteri (su 80.000) del cinese
mandarino necessari per avere una conoscenza minimale di questa lingua,
aggiungendo che è una delle più complesse del mondo. Quanto a noi italiani,
sarei ben contento di sostituire lo studio del latino con quello
obbligatorio del cinese: in poco tempo libereremmo la nostra scuola da una
massa di incapaci e di svogliati, con grande vantaggio per l'agricoltura e
l'industria. Cordiali saluti".

Angelita ha detto...

Sì, Septimius, è del tutto evidente che Hartford blandisce i ragazzini. Sono stata sciocca io a non accorgermene.

paolo ha detto...

Cari signori, io sono insegnate di latino e sono parte in causa, anche se non faccio parte di alcuna lobby. Due sole cose:
1) il latino oggi in italia si insegna di fatto (cioè come lingua)solo nei licei classici, cioè in una scuola scelta (non imposta)da chi vuole darsi una formazione umanistica
2)l'italiano, se non erro, deriva dal latino e non dal cinese... Con tutto il rispetto per i cinesi penso che a conoscere un po' meglio la civiltà e la lingua da cui discendiamo serva a capire meglio noi stessi. Con i cinesi (per ragioni commerciali)basterebbe, credo, l'inglese. O no?

Angelita ha detto...

Caro Paolo, sono felice di avere qui una parte in causa. Mi auguro che non ti sia sentito inserito in una specie di loggia massonica. La domanda che ti farebbe Hartford è: "Nel caso ci fosse una proposta del governo di abolire l'insegnamento del latino, lei firmerebbe lettere di protesta? parteciperebbe a eventuali scioperi contro la proposta? si opporrebbe con i mezzi che ha a disposizione contro l'allocazione a altro incarico? sfilerebbe in manifestazioni?". Se la risposta è "sì" (almeno ad alcuni dei punti), allora tecnicamente sei in una lobby. Come vedi, non ci sarebbe niente di male.
Detto questo, io so che il latino si insegna anche al liceo scientifico. E' mantenuto, anche se con meno ore, nella stessa riforma Moratti.
Inoltre, di solito le famiglie considerano il classico o lo scientifico il percorso obbligato per uno studente che voglia poi passare a studi superiori. Se consideriamo questo aspetto, la scelta del latino mi sembra meno libera.
Sul cinese, no, né Hartford, né io, né (forse) lo studente romano, stiamo proponendo lo studio obbligatorio. Poi che per le ragioni commerciali conoscere la lingua locale non serva è da vedere. Per esempio, mi chiedo quante persone riescano a fare gran affari in Italia parlando solo inglese.

Angelita ha detto...

Ah, un'altra cosa. Come ho detto, a me il latino sarebbe piaciuto studiarlo, ma dove sta scritto che una formazione umanistica deve includerlo? Se si leggessero gli autori classici in versione e si usassero le ore risparmiate sulla lingua per studiare di più la letteratura mondiale (Shakespeare, il Don Chisciotte, il teatro francese, il romanticismo tedesco) sarebbe un danno? L'umanesimo deve coincidere per forza con le patrie lettere?

Anonimo ha detto...

Dibattito surreale vedo:
1) avendo fatto il Classico il latino (e il greco) mi è servito per questioni grammaticali e d'aiuto etimologico
2) essendomi laureata in Lingue Orientali il cinese abbisogna di ben oltre 5 anni (e faticosi esercizi di scrittura) per impararlo. E non è affatto una lingua 'logica', non avendo una grammatica complicata (il russo magari è meglio che dite?), ha semmai un complicato messo di scrittura (l'ideogramma). La logica indurrebbe a chiarire al giovane studente italiano che l'inglese doveva studiarselo meglio a scuola e farsi più vacanze studio (e se non aveva soldi, andarsersene in Inghilterra e fare il cameriere o altri lavori simili...l'inglese come ogni altra lingua s' impari sul posto)...E comunque sapere il cinese a meno che non si faccia l'interprete è di quasi nessuna utilità. Adesso.

Anonimo ha detto...

La questione è molto complessa, come da voi affrontata, e mi limito a postare solo alcuni punti, anche dissociati dalla vostra discussione, saltando qua e là (perdonatemi per questo).

Forse perchè ho frequentato un liceo classico, forse perchè ho amato questa lingua da sempre, ma non posso considerare il tempo trascorso sulla grammatica latina perduto. Anzi. Nonostante, ora come ora, non lo utilizzi più, trovo che si sia rivelato, almeno per me, un'ottima "palestra" (come anche il greco) per la mente, un abituarsi ad una logica, che non sempre è innata nelle persone. Non conosco il cinese, se non alcune rudimentali basi e qualche parola qua e là, e non saprei dire se induce allo stesso tipo di logica. Può anche essere, come citato nell'articolo, se non erro.

Ovvio che uno studio di determinate lingue, o discipline alternative, al momento più "utili", sarebbe un buon passo verso il rinnovo di un sistema scolastico ormai obsoleto, nonostante riforme fatte qua e là, perlopiù inutili e in svariati casi dannose.
Come afferma Paolo, il latino oggi in italia si insegna di fatto (cioè come lingua) solo nei licei classici, e non posso che quotarlo; tuttavia si insegna, anche se pur in modo meno approfondito, anche nei licei scientifici e in nei magistrali; non solo meno approfondito, ma anche spesso proprio in modo lieve, superficiale e dispersivo.

La miglior scelta sarebbe la possibilità di scelta (perdonate il gioco di parole), almeno facoltativa, di una di queste lingue: cinese, giapponese, arabo. E qui sta il punto. Però come "riuscire a far tutto", se già in molti casi le discipline vengono trattate in modo così superficiale?

Andando a spulciare nei ricordi di non troppo tempo fa, balza alla mente il tempo perduto in tempi morti durante le lezioni, interruzioni inutili da parte degli studenti, poca (in certi casi pochissima) chiarezza nelle spiegazioni che induce a ripetizioni; lezioni dispersive; un buon livello di puro improduttivo nozionismo; inutili tentativi di recupero di studenti svogliati (le bocciature, almeno nei licei classici, avvengono per lo più negli anni del ginnasio; dopodichè sono assai rare; e vista anche la poca numerosità, la bocciatura è l'ultimissima spiaggia, mentre il recupero è affare quotidiano); troppo poco tempo riservato agli approfondimenti e a questioni d'attualità.

Insomma, molto, moltissimo tempo perso. Tempo che troverebbe buon impiego in altre discipline, come dice Angelita, mantenendo ad ogni modo quelle, per modo di dire, "classiche", come io credo che tuttavia sia giusto e proficuo. E questo non solo nel liceo, ma a partire dalle elementari.
Si vuol fare molto, ma alla fine si fa pochissimo. Il tempo perso, non dipende tanto dal tipo di materia affrontata (non è tempo perso quello impiegato ad imparare, qualunque cosa si impari), ma da come la si affronta.

Proposta (utopica): unire l'ammodernamento del sistema, con l'aggiunta di materie e discipline di utilità attuale, ad un sistema "vecchio stampo", magari più severo e rigido per certi versi, che porti ad un uso più proficuo del tempo a disposizione?

Spero di essere stata chiara nell'esprimere ciò che penso...

Angelita ha detto...

Piccola cuoca, sì, molto surreale. E' probabile che la colpa sia della mia traduzione frettolosa e sciatta, ma a quanto pare tutti avete pensato che Hartford proponesse di introdurre l'insegnamento del cinese. In questi casi penso che la maggioranza abbia ragione (davvero). La prossima volta starò più attenta e preparerò meglio traduzione e commento introduttivo.
Gloriamundi, sì, la questione è complessa. Non ho dubbi che il latino ricompensi chi lo studi. Conosco tanta gente che ha studiato il latino tempo fa, magari decenni fa, e ricorda con orgoglio l'impresa di fare una bella versione. Nella mia esperienza personale, però, ci sono tante altre discipline che ti possono dare molta soddisfazione. Vogliamo sputare sul fascino di dimostrare un teorema? O sul rigore logico che devi importi per compilare anche il più semplice programma? Come dici tu, il tempo a scuola è limitato. Bisogna scegliere cosa insegnare. Il liceo classico riflette scelte culturali degli anni Trenta: umanesimo tradizionalista (studio delle radici), nazionalista (autori del suolo italico + il mondo greco-romano che ci ha dato cultura e lingua) e letterario (l'arte non è umanesimo, a giudicare da quanta storia dell'arte si fa al classico; e non parliamo della musica). Lo stesso liceo "scientifico" è un classico modificato: nei programmi standard, si fa comunque più letteratura che matematica e scienza! Nel 2007, dopo settant'anni di cambiamenti nel mondo, nella società, nella cultura, perché dobbiamo chiamare "utopici" i progetti di ammodernamento? O accontentarci di licei modificati e sperimentali che in una città ci sono e un'altra no?

il catt.sta ha detto...

ubi maior minor cessat.
(ma portate anche i costumi azzurri attillati?)

Teresa ha detto...

D'accordissimo con l'ultimo commento di Angelita:
http://ascuoladibugie.blogosfere.it/2007/01/ancora-sulla-questione-che-il-latino-apre-la-mente.html

sarmigezetusa ha detto...

puro
tragico
vangelo
pure il rumeno andrebbe bene

gloriamundi ha detto...

[OT]: Oddio, che è capitato?
Hai cambiato la tappezzeria?...

Loforestieroprolisso ha detto...

Si direbbe un segnale incoraggiante.

Angelita ha detto...

Gloriamundi, Loforestiero, è un passaggio alla nuova piattaforma Blogger. La vecchia tappezzeria era troppo difficile da convertire, e comunque non ne potevo più di vederla. Questa che vedete è provvisoria e, noto adesso, lugubre. Vedremo più avanti che succede.

PlacidaSignora ha detto...

Bé, io ogni tanto passo a veder se ci sono novità...Tutto ok? ;-*

Angelita ha detto...

Grazie della visita, Placidasignora. Sì, tutto ok. Lavoriamo sotto traccia.

Anonimo ha detto...

Ciao scusa posso chiederti come hai fatto a mettere i commenti recenti in blogspot? noi è da tempo che cerchiamo ma non ci siamo mai riusciti. Potresti passare nel nostro blog e dirci come hai fatto? GRazie mille Buona giornata
Il nostro blog è http://movies-home.blogspot.com/

Dome & Edo ha detto...

sono quello di prima. Se vuoi scmabiare link per me non c'è problema

BLOG NEWS ha detto...

Complimenti per il blog e per i post! Ti invito a visitare il mio blog ciao