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19 settembre 2006

Differenze linguistiche

A volte si dice che donne e uomini parlino lingue diverse e discutano senza capirsi. Ciò causerebbe equivoci, litigi, sospetti e quel distacco reciproco che sorge nelle coppie col tempo (cioè dopo che i partner si parlano molte volte). John Gray difende questa tesi in Men are from Mars, women are from Venus, libro popolarissimo negli Stati Uniti, dove paragona donne e uomini a razze di pianeti lontani, che vengono in contatto, si piacciono, decidono di vivere insieme ma non comunicano mai per davvero.

Il libro di Gray dà consigli pratici per la vita di coppia basati sul principio di cogliere i bisogni speciali dell’altro sesso. Per esempio, dopo avere descritto la personalità maschile, Gray invita le donne a non insistere quando a noi uomini non va di parlare, a fidarsi che ci curiamo di loro anche quando non abbiamo l’aria di farlo, o a scusarsi dopo che ci dicono cose spiacevoli (Gray dedica il libro alla moglie).

Secondo Gray la carenza di comunicazione fra i sessi è davvero evidente, se riflettiamo sui dialoghi più classici delle coppie:

Lei: Ah, povera me, questa casa è un disastro…

Lui: Eh?

Lei: Quante cose dovrei sistemare! Guarda: il tappeto, gli armadi…

Lui: Mah..., a dire il vero, a me sembra vadano bene.

Lei: Non ho mai tempo, arrivo alla fine della giornata e mi pare di non avere combinato nulla!

Lui: Che dici? Ma se sei bravissima! Io non saprei mai fare quello che fai tu!

Lei: Mi sento così… infelice.

Lui: Ma no! Dai… ti serve solo un po’ di riposo.

Lei: E poi…

Lui: Poi cosa?

Lei: …tu non mi ami più!

Lui: Ma amore! Lo sai che ti amo! Tanto!

Lei (tace).

Lui: Te lo dico sempre!

Lei: Sì, però, non so…

Lui: Non so cosa?

Lei: Non usciamo mai…

Lui: Che dici? Siamo usciti tre giorni fa!

Questo dialogo è frustrante per entrambi: lei sente di parlare con un uomo insensibile, lui con una donna irrazionale. Gray dice che ciò capita perché le donne esprimono emozioni, tentando di inviare messaggi che superano i significati delle parole. Con “Questa casa è un disastro”, le donne intendono “Curare questa casa è dura, e a volte mi sembra di capitolare. Oggi sono stanca, ma il dovere mi incalza. Amore, dammi una mano!”.

Gli uomini, invece, parlano per informare e si fermano ai contenuti letterali. Per loro, “Questa casa è un disastro” significa che la casa è nello stato in cui potrebbe essere dopo un’alluvione. Se ciò non corrisponde a quanto vedono si meravigliano e provano a riportare la donna alla realtà. La donna, a sua volta, non si accorge che l’uomo ha frainteso e immagina che tenti di svalutare le sue emozioni. Ciò causa molta sofferenza inutile.

Secondo Gray, se gli uomini capissero la lingua delle donne sarebbero felici di aiutare e i dialoghi prenderebbero un’altra strada:

Lei: Questa casa è un disastro! (= Curare questa casa è dura e a volte mi sembra di capitolare. Oggi sono stanca, ma il dovere mi incalza. Amore, dammi una mano!)

Lui: Mmmh, capisco… ehi, che dici se porto il tappeto in tintoria?

Lei: Caro! Grazie!

oppure:

Lei: Non mi ami più! (= Oggi mi sento sola e insicura, il tuo amore è prezioso, così prezioso che ho paura di perderlo. Ho bisogno di rassicurazioni.)

Lui: Mmmh, senti… io ti amo, lo sai.

Lei (tace).

Lui: Anzi, ti amo tanto che… (ride) ho due biglietti per andare a teatro domani! (non è vero, ma poi se li procura di nascosto).

Lei: Eh? Davvero?

Lui: Sì!

Lei: Oh…

oppure:

Lei: Non funziona mai nulla! (= Di solito le cose funzionano, ma oggi tutto va storto e vorrei abolire il mondo. Perché non mi abbracci e fai l’uomo tenero?)

Lui: Mmmh, certo… vieni, amore, siediti qui con me…

Lei (si siede subito).

Se le coppie parlassero così lei si sentirebbe apprezzata, lui un bravo ragazzo e, anche se Gray non lo dice, i dialoghi si concluderebbero a letto.

Purtroppo, ciò è inverosimile. I messaggi indiretti sono un fenomeno normale del linguaggio e vediamo tutti i giorni gli uomini inviarli e decodificarli senza sforzo. Il capo che dice “Franco, è un’ora che la aspetto!” esprime un’emozione (“Questo ritardo è lungo e mi offende. Sono irritato, attendo una spiegazione”). Franco di solito capisce, e non dice “Sono 50 minuti”.

E’ vero che gli uomini potrebbero perdere in perspicacia quando i messaggi vengono dalle donne. E però prendete il primo dialogo, quello all’inizio: se scambiate le frasi di lei con i significati nascosti, senza toccare le risposte di lui, non vi sembra che queste ultime conservino una coerenza mirabile?

Lei: Curare questa casa è dura e a volte mi sembra di capitolare. Oggi sono stanca, ma il dovere mi incalza. Amore, dammi una mano!

Lui: Eh?

Lei: Quante cose potresti sistemare! Guarda: il tappeto, gli armadi…

Lui: Mah..., a dire il vero, a me sembra vadano bene.

Lei: Ho troppi impegni, non ho tempo per pensare, la vita è sabbia che mi sfugge dalle mani. Odio sentirmi così. Vorrei rallentare, e che tu ti prendessi qualche peso.

Lui: Che dici? Ma se sei bravissima! Io non saprei mai fare quello che fai tu!

Lei: Questa conversazione mi avvilisce. Non posso reggere se tu fai così... Affondo nella palude, afferrami, prima che sia sommersa!

Lui: Ma no! Dai… ti serve solo un po’ di riposo.

Lei: E poi…

Lui: Poi cosa?

Lei: … oggi mi sento sola e insicura, il tuo amore è prezioso, così prezioso che ho paura di perderlo. Ho bisogno di rassicurazioni.

Lui: Ma amore! Lo sai che ti amo! Tanto!

Lei (tace).

Lui: Te lo dico sempre!

Lei: Sì, però, non so…

Lui: Non so cosa?

Lei: Potremmo uscire. Mi piace quando lo facciamo. Mi rilasso, sento che tu ti occupi di me. Perché non mi porti fuori, stasera?

Lui: Che dici? Siamo usciti tre giorni fa!

Concludo che l’uomo afferra le esigenze della donna e sceglie di ignorarle, perché incompatibili con le sue. A sua volta, il sentirsi trascurata della donna è del tutto appropriato. Con buona pace di Gray, la comunicazione fra i sessi funziona. Al massimo ci si può chiedere perché la donna non parli in modo aperto, ciò che renderebbe imbarazzante all’uomo servirsi di quelle risposte. Ma forse poi per lei sarebbe peggio sentirsele dire lo stesso.

10 luglio 2006

Un episodio della vita di Voltaire

Oggi uno scrittore teme che nessuno stampi il suo libro. Nell’Europa del Settecento, dove pochi scrivevano e gli stampatori abbondavano, uno scrittore si preoccupava soprattutto che nessuno distruggesse il suo libro appena uscito. I roghi erano frequenti. I principi, i vescovi, i magistrati e i municipi vigilavano su ogni tipo di stampa perché non eccitasse il popolo. Se giudicavano pericolosa un’opera, ordinavano ai librai e ai lettori di consegnare le copie. Ammassatele su una pubblica piazza, le incendiavano. Intanto imprigionavano lo scrittore, se non era già fuggito.

Il motto di Voltaire, “detesto ciò che scrivi, ma darei la vita perché tu possa continuare a scrivere”, che suona iperbolico alle nostre orecchie, era adeguato alle crudezze dell’epoca. I nemici della libertà di parola erano armati. Dare rifugio a uno scrittore in disgrazia, o intervenire a suo favore in altro modo, era rischioso. Voltaire, dicendosi pronto alla lotta, faceva una dichiarazione impegnativa. Lui stesso, in gioventù, aveva passato un anno in carcere per avere scritto una satira sul Reggente di Francia.

E’ in quel clima che Jean-Jacques Rousseau pubblicò, nei primi mesi del 1762, due delle sue opere celebri: Emile, un discorso sull’educazione, dove dice che l’uomo nasce buono e poi la società lo corrompe, e Il contratto sociale, dove dice che l’uomo nasce libero ma è ovunque in catene. Entrambe le opere dispiacquero alle autorità: i preti erano affezionati all’idea che l’uomo nasce corrotto ed è poi reso buono da loro; i principi erano affezionati all’uso delle catene.

A giugno, il Parlamento di Parigi mandò al rogo Emile. Dopo pochi giorni, il Piccolo Consiglio di Ginevra, la città natale di Rousseau, mandò al rogo Emile e Il contratto sociale, “perché temerarie, scandalose ed empie, e tese a distruggere la religione cristiana e ogni governo”. Rousseau, ricercato, si rifugiò a Motiers, nel principato svizzero di Neuchatel.

In quegli anni Voltaire abitava in un castello a Ferney, una cittadina francese nello Jura. Ginevra era a pochi chilometri. Voltaire, ormai settantenne, sfoggiava ancora la prosa frizzante che lo aveva rivelato da giovane, ma era migliorato molto nelle pubbliche relazioni. Si era fatto amici alla corte di Francia. L’Académie française lo aveva accolto fra i suoi membri. Anche a Ginevra, Voltaire era introdotto nel circolo di notabili che governava la città attraverso il Piccolo e il Grande Consiglio.

Per Voltaire, Rousseau era un rivale. Dopo una collaborazione iniziale con Diderot e gli altri enciclopedisti, Rousseau, più giovane di loro, aveva preso posizioni filosofiche da cane sciolto. Nel 1756, si era spinto ad attaccare Voltaire, criticandone le tesi sulla provvidenza divina (Voltaire credeva non ci fosse, Rousseau sì). Ne era nata una rissa intellettuale, dopo la quale i due non avevano perso occasione per pungersi.

Potremmo dire: da tempo, Voltaire detestava ciò che Rousseau scriveva.

Quanto ad aiutare Rousseau perché continuasse a scrivere, Voltaire avrebbe avuto i mezzi per farlo. Non serviva che desse la vita. Per esempio, Voltaire avrebbe potuto spendere il suo peso a Ginevra, chiedendo agli amici nel Piccolo Consiglio di risparmiare a Rousseau la condanna.

Voltaire aveva già difeso scrittori perseguitati. Il motto di cui stiamo parlando apparve in una lettera che, nel 1758, Voltaire aveva scritto in appoggio a Dello spirito, di Helvetius, un’opera mandata al rogo dall’arcivescovo di Parigi. Poi Helvetius riparò in Prussia con l’aiuto di Voltaire.

E, negli stessi mesi dell’uscita di Emile e di Il contratto sociale, era scoppiato in Francia l’affaire Calas. Si trattava di un protestante, Jean Calas, condannato a morte a Tolosa con l’accusa di avere ucciso il figlio. Secondo i magistrati, Calas aveva così voluto impedire al giovane di convertirsi, come desiderava, alla chiesa cattolica. Il caso puzzava di persecuzione contro i protestanti. Voltaire ci si era buttato a capofitto e, muovendo tutte le sue relazioni (inclusa Caterina II di Russia), aveva ottenuto la riabilitazione del condannato (ormai sottoterra). Il caso avrebbe poi ispirato a Voltaire il celebre Trattato sulla Tolleranza.

Che fece Voltaire con Rousseau? La vicenda è intricata. Mi limito ai fatti principali.

  1. All’inizio del 1762, dopo i primi clamori provocati da Emile e da Il contratto sociale, quando le autorità discutevano il da farsi, Voltaire tacque. Non risulta una lettera, un pamphlet, un abboccamento dove Voltaire abbia tentato di proteggere Rousseau.

  2. A Rousseau, il silenzio di Voltaire parve voluto. Forse, sospettò che Voltaire avesse addirittura brigato contro di lui. Nel 1764, ancora in esilio a Motiers, Rousseau pubblicò le Lettere scritte dalla montagna, dove attaccava i governanti di Ginevra. Nella quinta lettera, Rousseau negava la sincerità di Voltaire. Con sarcasmo, Rousseau si chiedeva perché, se Voltaire era un difensore della tolleranza, i suoi amici ginevrini fossero stati tanto feroci contro Emile e Il contratto sociale: “Questi signori del Gran Consiglio vedono così spesso il signor Voltaire; come può non avere ispirato in loro quello spirito di tolleranza che predica senza pausa, e di cui ogni tanto ha lui stesso bisogno?”.

  3. Nella stessa lettera, Rousseau si toglieva lo sfizio di svelare che Voltaire era l’autore segreto del Sermone dei cinquanta, un pamphlet anonimo contro le religioni rivelate, ritenuto blasfemo. Era un tentativo di inguaiare il rivale.

  4. Le Lettere fecero chiasso. Solo allora Voltaire si mise a scrivere agli amici a proposito di Rousseau. In una lettera a François Tronchin, un personaggio influente del Piccolo Consiglio, Voltaire definì Rousseau un “blasfemo sedizioso” e invitò il governo a bruciarne le opere e ad agire contro di lui con “tutta la severità della legge”. Allora, la massima severità della legge era la morte.

  5. Subito dopo, Voltaire scrisse Le sentiment des citoyens, un altro pamphlet anonimo, che fece uscire a Ginevra. Nell’opera Voltaire si finge un pastore protestante indignato dalle Lettere. Secondo il sedicente pastore, la tolleranza ha i suoi limiti: “Si ha pietà di un folle; ma quando la demenza diviene furore, lo si lega. La tolleranza, che è una virtù, sarebbe in quel caso un vizio”. Il resto dell’opera mira a spiegare che Rousseau, appunto, è un caso di furore. Il testo lo qualifica come “demente”, “traditore”, “calunniatore”. Nel finale, il sedicente pastore chiarisce quale punizione abbia in mente: “Occorre insegnargli che se si punisce leggermente un romanziere empio, si punisce con la morte un vile sedizioso”.

Le sentiment des citoyens produsse il suo effetto, non solo a Ginevra: le Lettere furono bruciate in tutta Europa. Lo stesso Principato di Neuchatel, che aveva protetto Rousseau, emise una condanna. Rousseau dovette abbandonare anche Motiers: e le autorità cittadine fecero murare la sua casa, così che non potesse tornarci. Rousseau trovò infine rifugio presso David Hume, in Inghilterra.

L’autore di Le sentiment des citoyens restò segreto.

In seguito, Voltaire negò sempre i fatti. In una lettera del 1766 a Lullin, segretario di Stato a Ginevra, Voltaire scrisse: “Non sono per nulla amico del signor Rousseau, dico ad alta voce ciò che penso di buono o di cattivo delle sue opere; ma, avessi fatto il torto più piccolo alla sua persona, fossi servito a opprimere un uomo di lettere, me ne sentirei troppo colpevole”.

23 marzo 2006

I tabù (2/2)

Secondo la teoria fortuita dei tabù, un tabù si sviluppa quando un’azione è possibile ma, per caso, nessuno la fa per molto tempo.

Questa teoria offre ben due possibili spiegazioni del grande tabù dell’incesto.

La prima è che il tabù risalga ai tempi in cui, a causa dell’alimentazione carente e di un’esposizione alle intemperie continua, già a 25 anni le donne somigliavano a Madre Teresa di Calcutta e gli uomini al vecchietto del West. Quando i figli crescevano e, per ipotesi, i genitori tentavano di accoppiarsi con loro, i figli li respingevano urlando. Potevano accoppiarsi fratello e sorella: ma è probabile che già all’epoca le donne volessero elevarsi sopra la propria famiglia. Perciò respingevano urlando pure il fratello.

Così i consanguinei non facevano mai sesso fra loro e col tempo l'incesto divenne tabù.

Si spiegherebbe anche perché l’incesto sia endemico nell’aristocrazia. Lì i parenti stretti sono in cima alla scala sociale e le donne non hanno candidati migliori.

La seconda spiegazione è che, alla nascita, ci vuole molto tempo prima che un essere umano sembri sexy a qualcuno che non sia un pervertito. Anche ipotizzando, per esagerare, che un bambino diventi sexy a 5 anni, avrà già vissuto a lungo coi genitori e coi fratelli senza che loro abbiano mai pensato di accoppiarsi con lui. Cinque anni potrebbero bastare perché si formi il tabù.

Gli antropologi conoscono da tempo un fenomeno simile, l’effetto Westermarck (da Edward Westermarck, lo scienziato finlandese che lo scoprì alla fine dell’Ottocento):

Effetto Westermarck

Se una persona passa i primi anni della vita in prossimità stretta con un’altra persona, in seguito i due non proveranno attrazione sessuale reciproca.

Un caso di effetto Westermarck accade nei kibbutz, le cooperative israeliane multifamiliari in cui i membri dividono vitto e alloggio. Come è noto, è rarissimo che bambini cresciuti insieme in un kibbutz poi si sposino da adulti. Inoltre, gli studi sull’incesto dicono che:

  • nelle famiglie adottive l’incesto fra genitori e figli è altrettanto infrequente che nelle famiglie biologiche; ciò spiazza le spiegazioni genetiche;

  • la maggior parte dei casi di incesto fraterno avviene tra fratelli separati alla nascita;

  • la maggior parte dei casi totali di incesto coinvolge parenti che non hanno vissuto coi bambini (zii, nonni);

  • fra i genitori, l’incesto della madre è assai più raro dell’incesto del padre; infatti, spesso il padre in famiglia non c’è mai; o appunto inizia ad accorgersi dei figli solo quando diventano sexy.

L’effetto Westermarck spiega perché fratelli e sorelle, genitori e figli, di solito non fatichino molto a non saltarsi addosso fra loro. Freud dice che si trattengono, e che lo pagano con la nevrosi. Ma è chiaro che ha torto: se i parenti si sentissero attratti, finirebbero a letto.

L’effetto Westermarck è una regolarità empirica. La teoria fortuita deduce l'effetto Westermarck come caso particolare. La teoria fortuita spiega anche perché l’effetto riguardi solo persone nei primi anni di vita: se sono adulte, la regola è che due persone che vivono in prossimità stretta a un certo punto si accoppino.

La teoria fortuita dei tabù è utile. Nella vita quotidiana, potete sfruttarla per imporre al prossimo proibizioni senza spiegargli il motivo. Tutto ciò che serve è impedirgli di compiere un’azione per un tempo sufficiente.

Per esempio, nella vita di coppia ci saranno argomenti che vi infastidiscono, come le finanze di casa, lo stato del condominio, cosa fanno i figli mentre non ci siete, di cui il vostro partner vorrebbe discutere. Per impedirglielo, trasformateli in argomenti tabù. Quando il partner prova a toccarli esibite silenzio, sopracciglia aggrottate, occhiate vacue e comunque niente che si possa considerare una risposta. Il partner si lamenterà che non si può parlare con voi di quegli argomenti. Infatti non ci sta riuscendo. Ciò è quello che volete.

Giorno dopo giorno il partner proverà un disagio crescente a menzionarli finché a un certo punto i tentativi cesseranno, e saprete che il tabù è compiuto. Con lo stesso trucco, se siete stanco di lei o di lui, potrete ottenere che cessi di volere fare sesso con voi quando siete a letto.

22 marzo 2006

I tabù (1/2)

I tabù sono proibizioni che si rispettano senza sapere bene il perché.

Prendete il tabù contro il cannibalismo. Se muore un parente, invece di cucinarlo lo chiudete in una cassa o lo bruciate. Se un marziano vi chiedesse il perché, rispondereste “ma è un essere umano come me!”, col che enuncereste il tabù invece di motivarlo.

Il marziano dedurrebbe che siamo una razza stupida e prospetterebbe al Presidente di Marte una colonizzazione facile. Così, i marziani scenderebbero sulla Terra con forze insufficienti: noi li sorprenderemmo con le nostre armi da civiltà avanzata. Poi infetteremmo le loro navicelle con un virus informatico. Il Presidente di Marte non si capaciterebbe. Però otterrebbe un secondo mandato dicendo ai suoi elettori che devono appoggiarlo in una guerra così difficile.

Noi stessi ci meravigliamo dei tabù delle civiltà altrui. Per esempio, a causa del tabù della vacca sacra, indiani affamati si astengono dalla carne dei bovini mentre gli stessi si aggirano intorno con aria indifesa. Sigmund Freud, Bronislaw Malinowski e Claude Levi Strauss hanno provato a spiegare l’origine dei tabù con teorie che oggi non convincono nessuno. Ciò è incoraggiante, nel senso che chiunque può proporre una teoria sua sapendo che non farà peggio di questi grandi.

La mia è questa:

Teoria fortuita dei tabù

Se un’azione è possibile ma, per cause fortuite, nessuno la fa per molto tempo, allora diventa tabù.

Nel caso del cannibalismo, il tabù potrebbe nascere dalla credenza antica che nutrirsi della carne di un morto faccia acquistare i tratti morali di quest’ultimo. Tale credenza portava gli antenati a mangiare cadaveri di capi, guerrieri, sacerdoti e altri personaggi di buona reputazione.

Ciò presupponeva un modello sociale dove il corpo dei morti spettava alla comunità, che si divideva le carni. Quando si passò a un modello sociale incentrato sulle famiglie, si cominciò a considerare il morto proprietà dei parenti, che divennero gli unici a potersene cibare. Ma, poiché i parenti avevano conosciuto bene il morto da vivo, si guardavano dal volere acquisire i suoi tratti morali. Così, nessuno mangiava più i cadaveri e col tempo nacque il tabù.

La pratica della sepoltura, che ha affascinato tanti antropologi, nacque perché dopo un po’ i cadaveri puzzavano.

A conferma, sappiamo che le pochissime tribù cannibali moderne conservano un modello sociale collettivista. E anche loro preferiscono cibarsi di guerrieri nemici: gente di cui sanno solo che avevano buone lance. Si capisce inoltre il mito dei comunisti cannibali (collettivisti che si cibano di creature innocenti).

20 febbraio 2006

Poteva il ministro Calderoli fare di peggio?

Secondo Scott Adams, l'autore dei fumetti di Dilbert, :

Avete sentito del ministro italiano che si è dimesso la settimana scorsa dopo essersi fatto una maglietta coi cartoni del profeta Maometto e averla indossata alla TV pubblica? Non scherzo. E' accaduto davvero. La settimana scorsa. Immagino non debba dirvi che qualcuno si è arrabbiato.

Quando ho sentito questa storia, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: "Mi chiedo quale piano abbia SCARTATO prima di decidere che la maglietta era la cosa migliore da fare.” Devo supporre che il piano B contemplasse i suoi genitali e, forse, un piccolo turbante.

Buona fortuna nel tenere la mente libera da questa immagine per il resto della giornata.

Aggiornamento: il link non funziona perché Scott Adams ha cancellato il post. O almeno sul suo blog non ce n'è più traccia. Mi chiedo perché.

16 febbraio 2006

Sempre più difficile la vita degli squali

Secondo George H. Burgess, ricercatore dell'Università della Florida, gli esseri umani stanno imparando a combattere gli squali a mani nude.

Solo alcune settimane fa, un grande squalo bianco ha afferrato la gamba di un surfista di 36 anni dell'Oregon, Brian Anderson. Pensando alla svelta, Anderson ha picchiato lo squalo sul naso molte volte, una tecnica che aveva visto in uno speciale sugli squali di Discovery Channel. Lo squalo ha mollato la presa e Anderson è sopravvissuto. "Quel signore ha fatto esattamente ciò che bisogna fare in queste circostanze", ha osservato Burgess. "Una persona attaccata deve agire aggressivamente verso lo squalo..." (fonte).

07 gennaio 2006

Una soluzione ineccepibile

"Trova x". "Eccolo". Via Bjørn's maths blog.

09 novembre 2005

L’angolo allegro. Meditazioni sulla morte (4/4)

Dicono: fossi immortale ti annoieresti. Puoi avere progetti, desideri, aspirazioni ma, con una vita eterna, arriveresti a realizzarli tutti. Poi dovresti ripetere, e i tuoi giorni avrebbero il gusto della minestra riscaldata. Alla lunga, ti ridurresti come gli Iperborei, il popolo di immortali di cui parla Giacomo Leopardi nel Dialogo di un fisico e di un metafisico. Gli Iperborei, dice, non hanno “infermità né fatiche né guerre né discordie né carestie né vizi né colpe; contuttociò muoiono tutti: perché, in capo a mille anni di vita o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in mare, e vi si annegano”.

Sento spesso questa teoria in TV, in quei programmi con ospiti quando si parla di “grandi temi”. Di solito, è un intellettuale sfavorevole a qualche ricerca medica. Primo, dice, quella ricerca medica è una violenza sulla natura; secondo, c’è in corso un tentativo dell’uomo di negare la morte; terzo, il sogno di essere immortali è stupido perché, appunto, a essere immortali ci annoieremmo. Fossi in TV, ribatterei: “Sa che divertimento sotto terra”. Ma qui sto meditando, e devo esaminare la questione più a fondo.

Appena lo faccio, scorgo in questa teoria l’abitudine a dipingere, quando serve, gli esseri umani più belli di come sono. In questo caso, a farli dinamici, vogliosi di novità, propensi ad annoiarsi se non hanno rivoluzioni tutti i giorni. In logica, questo è un tipico argomento ad adulationem, dove sei obbligato ad accettare la conclusione se non vuoi sminuire te stesso. Esempio:

“Una persona intelligente come te non può che apprezzare questa idea”.

Qui invece abbiamo:

“Una persona con tante aspirazioni come te non può che annoiarsi senza progetti nuovi”.

La realtà, mi sembra, è che se sei insoddisfatto vuoi cambiare; ma se trovi qualcosa che ti piace ripeti volentieri.

Prendiamo il calcio. Che succede ai tifosi se la loro squadra vince una partita? Forse che, sazi, la domenica dopo non vanno allo stadio? O non ci vanno semmai con più gusto di prima, sperando di vincerne una seconda? E dopo la seconda una terza? Se poi la squadra vince lo scudetto, o addirittura tutte le competizioni della stagione, dovremmo dire che i tifosi hanno realizzato un sogno. Nella stagione successiva, la squadra potrebbe al massimo ripetersi. Se fossero così pronti ad annoiarsi, da quel giorno i tifosi dovrebbero disertare lo stadio. Ma non succede in questi casi proprio il contrario? Che, sull’onda dell’entusiasmo, c’è il record di abbonamenti e la squadra inizia il campionato con lo stadio pieno? E non è lo stesso negli altri sport? Non ci sono ogni anno le stesse competizioni e i tifosi che si augurano, se i loro “beniamini” hanno perso, che vincano, e se hanno vinto che vincano di nuovo?

Lo stesso, mi pare, capita nella vita. Perché sei un tifoso di te stesso. Per esempio, ho un amico che ha l’hobby delle navi in miniatura. Prima fece un veliero. Poi una trireme. Poi un galeone. E’ instancabile. Ogni nave gli prende mesi, e ora ha iniziato un vascello. Fosse immortale che farebbe? Le flotte. E, allo stesso modo, vedo che chi ama i soldi non è mai pago di accumularne. Che chi ama i libri se ne riempie la casa. Che chi seduce una donna poi occhieggia all’amica.

Quanto ai progetti, alle cose importanti che danno senso alla vita, tendi a rimandarle. I giovani, che sono nel periodo migliore per avviare progetti, persistono nel cazzeggio il più a lungo che possono. Il lavoro, il matrimonio, il che fare di se stessi, ci pensano giusto perché non sono immortali: a un certo punto, li prende il panico che rimandando ancora sarebbe troppo tardi per cominciare.

E gli anziani? In teoria sono nella situazione degli Iperborei: non hanno più progetti da realizzare. Alcuni, coi figli assenti, senza nipoti da curare, non hanno proprio occupazioni. Ma, se sono in salute, hanno qualche soldo, altri anziani cui telefonare, un bar dove giocare a carte, un gatto da curare, una TV, stanno benissimo. Provate a portarli su una rupe e accennare all’inutilità della loro vita: chiameranno i carabinieri.

Mi pare dunque che, più che a Leopardi che si scocciava di tutto, assomigliamo ai cani, che ogni volta che tiri un bastone sono felici di riportartelo. Concludo che, fossimo immortali, sapremmo appagarci delle attività ripetitive. E, quando proprio ci convincessimo che ci serve un progetto serio, l’immortalità si adatterebbe benissimo alla nostra strategia preferita: rinviare l’inizio a domani.

01 novembre 2005

L’angolo allegro. Meditazioni sulla morte (3/4)

“Stolto”. Eh? Chi è? “Poco fa dicevi: i beni hanno valore o non hanno valore. Ma poi, come se la risposta fosse avvio, proclamavi che, siccome hanno valore dobbiamo piangerne la perdita che ci verrà con la morte. Se ti fossi interrogato sul serio, per riflettere se i beni abbiano valore o no, ti saresti accorto che non ne hanno: proprio perché tutti i beni di cui parli, la ricchezza, le polpette, l’amore, il corpo, sono caduchi. Ti affanni e tieni duro per che cosa, se sono destinati a finire?” Polpette? “Stolto, stolto e di nuovo stolto. Dici di meditare! E non vedi ciò che è più importante nella morte: che rende vani i beni che da vivi ci illudiamo di guadagnare”.

Mi sveglio. A furia di meditare, mi sono addormentato con la testa sulle carte. Dal sapore in bocca apprendo che non ho digerito bene il pranzo. Troppe polpette alle melanzane (che buone, però). Mi vergogno della duplice debolezza (le polpette e il sonno). Ma questa voce senza volto, che nel sogno veniva come dall’altra stanza (controllo: no, non c’è nessuno) mi faceva un’obiezione. Mi rimetto a lavorare, prima che il ricordo svanisca.

La voce diceva che nulla ha valore se passa. Cioè: è prezioso solo ciò che dura in eterno. Forse nel sogno facevo parlare Miguel de Unamuno. Ricordo che, nel Sentimento tragico della vita, diceva che la morte toglie senso a ciò che facciamo. Oppure era Jean-Paul Sartre? Dov’era, nell’Essere e il nulla o nella Nausea, che diceva che, alla fine della vita, non c’è differenza fra l’essere stati Bonaparte o un ubriacone del bar?

Questa teoria è simile a ciò che ti capita quando i tuoi nemici hanno successo: invidioso, fantastichi che costoro, per un cambio di fortuna, o perché il mondo scopre i loro vizi, che a te paiono così visibili, perdano i loro beni. Dopo avere enumerato le circostanze in cui potrebbe accadere, se nessuna ti pare credibile inizi a consolarti pensando che, comunque, perderanno tutto quando moriranno. E’ come il detto che ti invita a sederti sulla riva ad aspettare il cadavere del nemico: a trarre gioia maligna dalla provvisorietà dei beni.

Allora la voce senza volto ha ragione? La caducità dei beni ne sminuisce il valore? O l’annulla? Prima di dirlo, devo curarmi di non confondere l’invidia e gli altri istinti con la ragione. Devo pensare che gli stessi beni di cui ti consoli quando li hanno gli altri, ricordandone la caducità, quando li hai tu ti piacciono. A quanto pare, la caducità non ha sempre questi effetti disastrosi. E devo pensare che molti, per questa via, tentano di distruggere i tuoi beni migliori: ti mettono in guardia dalla bellezza perché sfiorisce, dalla passione perché ti spegne, dalla giovinezza perché termina. Si tratta di preti e moralisti: se li ascoltassi, e rinunciassi a un bene oggi perché in futuro lo perderò, che otterrei? Di vivere come un morto quando ancora sono vivo.

Mi determino a due cose. Primo, penserò che i miei nemici, essendo come me, godono come ricci dei beni caduchi che hanno. Invece di fabbricare fantasie maligne, che non fanno ai nemici danno alcuno, o di attendere la loro morte lungo i fiumi, cercherò di procurarmi anch’io i beni che amo. Secondo, nel valutare questi beni, non mi preoccuperò che non posso portarmeli nella tomba. Mi dispiacerò della morte, e della loro perdita futura: ma non per questo crederò che siano meno beni di quanto sono.

E a una terza cosa mi determino. Se tu, voce senza volto, tornassi da me nel sonno, a misurare la vita col metro della morte, rifiuterò di parlarti. Perché, dicendo che la morte rende inutili i beni, è come se dicessi che la polpetta è cattiva perché sparisce una volta che finisci di mangiarla. Col che dimostri che non hai capito cosa è il mangiare. E cosa è la vita. Stolta.

25 ottobre 2005

L’angolo allegro. Meditazioni sulla morte (2/4)

Provo dunque a dire questo: che odiamo la morte perché si piglia i nostri beni, lasciandoci nudi come farebbe il più spietato dei rapinatori. Ma, fosse così, non dovrebbe capitare con la morte ciò che capita coi rapinatori, che li temi molto se hai molto e poco se hai poco? Non vediamo forse i ricchi proteggersi coi sistemi d’allarme e i poveri rinunciarvi, perché sanno che costerebbero più dei pochi averi da difendere? Allo stesso modo, non dovremmo vedere chi è felice, amato e provvisto di ogni bene terrorizzarsi all’idea di morire? E chi è infelice, solo e privo di tutto fare spallucce, pensando che la morte non potrebbe peggiorare granché la situazione?

Invece mi sembra che tutti odino la morte. Semmai, è proprio chi è felice che la teme meno, come se forte della sua fortuna niente potesse colpirlo. Mentre gli infelici, più deboli, si spaventano e vedono pericoli anche nella minestra.

Può darsi allora che non odiamo la morte perché ci spoglia dei beni, ma per qualche motivo più profondo. Per esempio, abbiamo l’istinto di sopravvivenza, che ci mette in allarme quando siamo in pericolo. Può essere che scatti anche quando, pensando, ci figuriamo di morire, provocandoci una ripulsa? E che da questa ripulsa traiamo l’impressione che la morte sia spiacevole?

Ma, di nuovo, se è l’istinto di sopravvivenza che ci fa odiare la morte, questo istinto dovrebbe agire sempre. Mentre a volte i malati gravi, quando penano e non contano più di guarire, pensano alla morte in arrivo senza dispiacersi, come fossero tanti filosofi, invece degli imbianchini, degli elettricisti o dei pensionati che sono. Non dovrebbe scattare l’istinto, e causare in loro la ripulsa della morte? E, pur nella debolezza della malattia, la ripulsa non dovrebbe essere violentissima davanti a una fine così vicina?

Forse le cose stanno così: odiamo la morte se abbiamo gioie e speranze, perché ce le toglie; se soffriamo, e non possiamo più guarire, accettiamo la morte perché ormai incapaci di godere qualsiasi bene. Nel detto “pensa alla salute” c’è forse più saggezza di quanto si crede. Quando le grane, i doveri, gli scocciatori mi assalgono, tengo duro grazie alla fantasia di una quiete: non la morte, intendo, ma un giorno senza preoccupazioni che prima o poi arriverà. Un giorno senza fatica, senza pensiero dell’indomani, con le membra stese in un prato, forse con una compagnia simpatica, dove non sperimento altro che l’essere vivo, in un corpo sano, con una bell’arietta che mi rinfresca.

19 ottobre 2005

L’angolo allegro. Meditazioni sulla morte (1/4)

Se penso alla morte, la prima cosa che so è che non avrò sentimenti. Sarò un cadavere, e il mio cadavere sarà polvere, a meno che io diventi così famoso che mi vogliano conservare imbalsamato come Lenin. Ma, anche in questo caso, forse vedrò i custodi scoperchiarmi l’urna per l’esposizione? Forse udrò gli schiamazzi delle scolaresche in visita? No, perché dentro il cadavere non ci sarò più.

Lucrezio, nel De rerum natura, dice che sai già com’è il nulla, perché sei stato nulla nell’epoca che precedette la tua nascita. E forse il nulla che fosti ti turba? O non ti lascia semmai del tutto indifferente? Allo stesso modo, secondo Lucrezio, ti dovrebbe lasciare indifferente il nulla che sarai. I secoli passati, dice, sono lo specchio del tuo futuro.

E come nel passato non sentimmo pena alcuna,
quando i Cartaginesi arrivavano a combattere da ogni parte […],
così, quando moriremo, quando sarà avvenuto il distacco
del corpo e dell'anima […], non potrà accaderci nulla.
Questo è dunque lo specchio dove la natura
ci presenta il tempo che seguirà la nostra morte.

Ma, penso, prima della nascita non eravamo mai stati: essere nulla non era una perdita. O meglio, ci perdevamo moltissime cose ma se, per assurdo, fossimo stati lì riflettere che eravamo nulla, col cruccio che ci stavamo perdendo qualcosa (“ecco, vedi, oggi ci sarebbe la battaglia di Canne…”), ci saremmo detti che però, un giorno, avremmo iniziato a godere i beni della vita. Nella morte accade il contrario: abbiamo i beni e, morendo, sappiamo che non li avremo più.

Scorro Lucrezio, e vedo che risponde alla mia obiezione. Se sei ricco, dice, è saggio custodire i tuoi averi, perché da povero patiresti la fame. O, se una donna ti ama, fai che sia felice e non ti abbandoni, perché rimasto solo la rimpiangeresti. Ma se la ricchezza o l’amore li perdi morendo, questa perdita non può darti pena. Perché, appunto, non sarai lì a penare.

Mai più, ora, la casa ti accoglierà in letizia, e né la sposa
ottima, né i dolci figli ti correranno incontro a contendersi
i primi baci […]. “A te misero miseramente” dicono “un solo giorno
avverso ha tolto tutti i molti doni della vita”.
Ma, in proposito, non aggiungono questo: “né più
il rimpianto di quelle cose ti accompagna e resta in te”.

Lucrezio sottolinea che la morte è come il sonno, uno stato in cui, in effetti, non è che ti viene voglia di essere sveglio.

Questo dunque a costui bisogna chiedere: che mai ci sia
di tanto amaro, se la cosa si riduce al sonno e alla quiete […].
In realtà nessuno sente la mancanza di sé stesso e della vita
quando la mente e il corpo riposano…
(De rerum natura, tutte le citazioni dal Libro III).

Leggendo, penso che Lucrezio ha ragione. Eppure, mi sembra, i casi sono due:

  • o i beni della vita non valgono nulla, e allora morire non ci danneggia;
  • o i beni della vita valgono, e allora a morire ci rimettiamo.

Se, come credo, i beni della vita valgono, non posso che odiare la morte. Da morto, è vero, non patirò. Ma, da vivo, se ho beni preziosi, perché non dovrei affliggermi pensando che li perderò? Certo, pensarci non serve, anzi, mi guasta le notti. Purtroppo, il pensarci o no non è in mio potere. Ogni giorno vedo gente che muore e ciò mi ricorda che non sono più immortale di loro. O, nello specchio, trovo i segni dell’età sul mio volto e so che cammino lungo una strada. Non mi rallegro forse del passato, se ho fatto qualcosa di buono? Non dovrei rattristarmi, se mi attende un futuro nullo?

13 agosto 2005

Siamo in ferie ma... (5)

... forse è il periodo con più tempo per scrivere. Fra un giro al museo e uno struscio in piazzetta, ho buttato giù questo. Critiche e osservazioni sono benvenute.

Riceviamo dai nostri inviati

E’ difficile credere nell’aldilà e rifiutare l’idea che i morti possano parlarci. Se c’è un luogo in cui entriamo morendo, vuol dire che c’è un canale. E se c’è un canale, vuol dire che i morti potrebbero usarlo per comunicare con noi. Fra i vivi, alcuni sperano che i morti li informino sul futuro o svelino loro i pericoli che li minacciano. A me, se i morti parlassero, piacerebbe soprattutto che ci descrivessero il mondo in cui abitano.

Anni fa, mi visitò in sogno uno zio defunto. In famiglia questo zio, rimasto scapolo, è ricordato per la sua passione per l’amaro medicinale, di cui teneva in casa scorte da farmacista, e per le orecchie enormi, che furono il suo cruccio tutta la vita. Nel sogno, lo zio mi consigliò di giocare 12, 54 e 27 sulla ruota di Napoli. “Allora è vero”, pensai dormendo, “che i morti ci dicono i numeri del lotto”. Ringraziai, e ne approfittai per chiedergli com’è la morte. Tutto ciò che disse fu: “Fatti trovare con la biancheria in ordine”. Il giorno dopo giocai i numeri. Non ne uscì uno.

La storia dello spiritismo, invece, abbonda di testimonianze dettagliate. Accanto ai morti laconici, che trasmettono ai medium una manciata di frasi enigmatiche, ce ne sono altri che dettano testi lunghi e rifiniti che trovano la via del mercato editoriale (già così affollato di autori vivi). Il caso forse più famoso è quello di Emily Hutchings, una scrittrice americana. Nel 1917, la Hutchings pubblicò Jep Herron, un romanzo che, disse, le era stato dettato da Mark Twain per mezzo di un tavolino spiritico. Twain era morto sette anni prima. Ciò le costò una causa dagli eredi e dagli editori di Twain, decisi a difendere le loro prerogative sul morto. Gli avvocati ebbero gioco facile a dimostrare che il romanzo, una storia d’amore sdolcinata, non poteva essere dell’autore anticonformista di Tom Sawyer e Huckleberry Finn. Per lo stesso motivo, nessuno dubita della paternità degli altri libri postumi di Twain, anche di tema sovrannaturale, come il pungente Lettere di Satana (una raccolta di lettere che Satana, l’arcangelo caduto, scrive agli arcangeli rimasti in cielo).

Comunque, i morti paiono dettare più che altro saggistica, e proprio a riguardo del mondo in cui vivono. Nel genere spicca per dimensione l’opera del medium brasiliano Chico Xavier che, pur non avendo mai finito le elementari, scrisse ben 400 libri grazie all’aiuto degli spiriti. Ospite frequente dei talk show locali, Xavier fu popolarissimo in vita e donò i frutti dei diritti d’autore ai poveri. I sostenitori restano molti anche dopo la sua morte, di cui impressiona un particolare. Xavier, che fu un nazionalista fervido, disse spesso che gli sarebbe piaciuto morire col paese in festa. Ebbene, morì il 30 giugno 2002: il giorno in cui il Brasile vinse la finale dei Campionati del mondo di calcio in Giappone.

Mentre mi documentavo su tutto ciò, mi capitò di sognare mio zio di nuovo. Subito gli dissi: “Com’è l’aldilà?”. Stavolta lo zio fece un certo gesto con la mano, che in vita usava per dire che non era autorizzato a riferirti; dopo di che, se non insistevi, si metteva a parlare spifferando tutto. Nel sogno, ricordandomene, non dissi nulla. E lo zio si mise a descrivere l’aldilà. Come a volte succede nei sogni, lo zio sembrava lui ma allo stesso tempo qualcun altro, e aveva un tono accademico e una tendenza al grottesco che non sono mai stati nel suo stile. Perciò, non posso attribuirgli quanto disse più di quanto si possa attribuire Jep Herron a Twain. Svegliatomi, trascrissi i pezzi che mi ricordavo, senza cambiare una parola.

“La morte è il distacco del corpo astrale da quello fisico, che lo ospita in vita. Al momento del trapasso, la persona vede stessa librarsi in aria. Per chi arriva sereno alla morte, il distacco è gradevole. Chi è invece ha dolore o paura, o ha condotto una vita materialistica, ha un corpo astrale pesante e fatica a sollevarsi. Allora gli altri spiriti lo aiutano, issandolo con un verricello…”.

“Il trapassato, col suo corpo astrale, entra nell’aldilà, che non è un luogo separato ma solo un’altra dimensione della realtà comune. Oltre che dai morti, è abitato dagli angeli e da altre creature spirituali. E’ un mondo solido, e il corpo astrale ha la stessa consistenza di quello fisico, anche se all’inizio i trapassati non se rendono conto, e provano invano a passare attraverso le porte. Gli altri spiriti li riconoscono come nuovi arrivi, e cercano di abituarli alla solidità con grandi pacche sulle spalle…”.

“Gli allucinogeni facilitano il distacco del corpo astrale. Infatti i drogati trapassano con facilità, ma nell’aldilà hanno un aspetto patetico e si aggirano senza scopo. A volte, in vita, il loro corpo astrale è così confuso che si stacca da solo. Quando accade, entità inferiori cercano di entrare nel corpo fisico incustodito. E’ così che abbiamo le possessioni. E’ nota la storia di un alpino che, dopo avere bevuto grappa coi colleghi tutta una notte, camminò poi per tre giorni fuori dal corpo. Al ritorno, lo trovò occupato da un conosciuto parlamentare della destra, che stava già facendosi crescere il pizzetto. L’alpino lo mise in fuga narrandogli le sue esperienze omosessuali di gioventù…”.

“Il corpo astrale conserva la memoria e la personalità della vita trascorsa. Non si è né migliori né peggiori. Però l’aspetto esteriore regredisce all’epoca del nostro culmine. Molti tornano verso i trent’anni, altri verso i venti, altri ancora restano più anziani. Ciò è uno spunto inesauribile di conversazione e pettegolezzo. Tutti sono curiosi di sapere che succederà a Sean Connery…”.

“Il corpo astrale non ha bisogni. Nell’aldilà non c’è sesso, anche se alcuni provano un qualche piacere camminando a piedi nudi sulla schiena dei nuovi arrivi, dopo averli convinti che fa parte della loro iniziazione. Non c’è bisogno di cibo, ma ogni tanto si provano languori, che scompaiono entrando in certe caverne. Ricorderai la vicenda famosa di quell’idraulico, restato in come tre settimane per un’indigestione di hamburger. Dopo il risveglio, disse di avere percorso un tunnel luminoso, una specie di doppia arcata a forma di M, in cui incontrava strani pagliacci con abiti gialli e rossi. I pagliacci ridevano senza motivo apparente e tentavano di pizzicargli il sedere. Ora, i pagliacci non ci sono, ma potrebbe avere intravisto davvero l’aldilà…”.

“Non ci sono il denaro, il lavoro, la TV e nessuno sa cosa fare. Tutti rimpiangono la vita passata...”.

“L’aldilà e gli spiriti sono invisibili ai vivi. Tuttavia, quando il corpo fisico dorme, quello astrale è vigile. Così, nei sogni i vivi vedono il mondo che li attende, sia pure attraverso una nebbia. Questa è l’unica occasione per gli spiriti di visitare un vivo, a meno che non sia un medium. Però, gli spiriti non conoscono il futuro, o i numeri del lotto…”.

Ascoltando l’ultima frase mi sfuggì un moto di fastidio e il sogno cessò.

16 luglio 2005

Dialogo fra Socrate e un marinaio (Parte 3)

Riassunto delle puntate precedenti (1, 2): Socrate chiede a un marinaio, famoso in Atene per la bellezza delle storie che trae dai viaggi, di raccontargliene qualcuna per usarle nelle argomentazioni dove la ragione non basta.

MARINAIO: Mi piace la tua proposta, Socrate, e ti racconterei volentieri qualcosa, non fosse per un obbligo che ho.

SOCRATE: Quale obbligo, marinaio?

MARINAIO: Vedi, Socrate, è capitato che alcuni uomini illustri, avendo ospiti in casa e volendo che la serata fosse allegra, invece che invitare musici o danzatori come è abitudine, mi mandassero a chiamare perché raccontassi dei miei viaggi. I racconti piacquero e, come sai, gli uomini illustri hanno molti amici: la voce si sparse e ora tutti vogliono ascoltare le mie storie.

SOCRATE: Ne sono lieto, marinaio. Vedo che Apollonio fece bene a indirizzarmi a te.

MARINAIO: Sì, Socrate, ma proprio ieri mi capitò questo: che venne da me un libraio per dirmi che, siccome le mie storie sono in voga, lui vuole pubblicarle. E mi ha proposto un patto, che io le racconti a uno scrivano che le trascriva in un libro che, a dire del libraio, si venderebbe come pesce fresco. In cambio, mi offrì una quota del ricavo.

SOCRATE: Mi congratulo, marinaio. E accettasti?

MARINAIO: Sì, Socrate, e il libraio fece subito venire lo scrivano perché prendessimo accordi, e diede a me una somma perché, nel frattempo, non narrassi le mie storie ad altri scrivani né a nessun altro.

SOCRATE: Capisco, marinaio.

MARINAIO: Perciò, Socrate, se ti raccontassi una storia e tu la riferissi agli amici o agli allievi nelle vostre discussioni, temo che il libraio, venuto a saperlo, mi ordinerebbe di restituirgli la somma e annullerebbe il contratto.

SOCRATE: Bene fai, marinaio, a rispettare i patti, che sono cari alla dea. Ma, dimmi, hai mai visto tu i libri in libreria?

MARINAIO: Certo, Socrate.

SOCRATE: E non hai notato i nastri che avvolgono i papiri?

MARINAIO: Sì, Socrate, servono a evitare che il papiro si apra.

SOCRATE: Bene, marinaio. Ma hai notato anche che, a volte, ci sono scritte sugli stessi nastri?

MARINAIO: Sì, Socrate, ma ora non chiedermi cosa dicono, perché non so leggere.

SOCRATE: Ti dico io, allora, cosa dicono: sono raccomandazioni di uomini di lettere, che dichiarano di quel libro che è l’opera più nobile e appassionante che sia stata mai scritta, così che i lettori, fidandosi della loro parola e non avendo altro modo di verificare il contenuto, pensino che il libro sia eccellente.

MARINAIO: E funzionano, queste fascette, Socrate? I lettori acquistano?

SOCRATE: I librai dicono di sì, marinaio.

MARINAIO: Piacerebbe anche a me, allora, che il mio papiro avesse uno di questi nastri.

SOCRATE: Proprio per questo te ne parlavo, marinaio, per offrirti, come il libraio, un patto: tu raccontami una storia e io scriverò un nastro per il tuo libro, così che i lettori dicano “Ah, è Socrate il filosofo, che lo raccomanda” e lo preferiscano a quelli senza nastri, o a quelli che, pur avendone uno, ce l’hanno di uomini di lettere oscuri. Così io avrò una storia da raccontare nelle discussioni filosofiche, e tu aggiungerai alla tua fama quella che, come prima dicevi, anch’io ho in Atene.

MARINAIO: Ma non violerei comunque il patto che ho col libraio, Socrate?

SOCRATE: Macché, marinaio, il libraio sarà contento, pensando ai suoi guadagni dalla vendita. Non credi?

MARINAIO: Certo, Socrate.

SOCRATE: Dunque?

MARINAIO: Accetto, Socrate.

SOCRATE: Vogliamo allora giurare di rispettare il nostro patto?

MARINAIO: Lo giuro, Socrate, davanti a Temide.

SOCRATE: Anch’io, marinaio, davanti a Temide.

MARINAIO: Ma, prima che ti racconti, ho un ultimo dubbio. Che accadrà se, una volta che tu abbia ascoltato la mia storia, non la trovassi né appassionante, né nobile, né alcuna di quelle cose di cui parlano questi nastri? Come potresti allora firmarlo, Socrate?

SOCRATE: Lo firmerei lo stesso, marinaio. La tua storia mi piacerà ma, anche se mi piacesse meno di quanto ora penso, troverei un modo di elogiarti senza compromettermi troppo, lodando lo stile quando non mi piacesse il contenuto, o il contenuto quando non mi piacesse lo stile, o il tuo giovanile entusiasmo quando non mi piacessero nessuno dei due.

MARINAIO: Capisco. E così fanno gli altri uomini di lettere?

SOCRATE: Certo, marinaio. O credi tu che tutti i libri siano così eccellenti come dicono i nastri?

MARINAIO: Non lo so, Socrate. Sono in questo ambiente dei libri e dei librai da soli due giorni e sono già così confuso che quasi rimpiango di non essere in mare, in mezzo ai pericoli e alle tempeste.

SOCRATE: Forza, allora: raccontami subito la storia, così che, volgendo la mente ai tuoi viaggi, ti sembri quasi di tornare là dove rimpiangi di non essere.

MARINAIO: Lo farò, Socrate. Ho giusto una storia che, credo, sia adatta a un filosofo.

(3. Continua)

12 luglio 2005

Dialogo fra Socrate e un marinaio (parte 2)

Riassunto della puntata precedente: Socrate rincorre un marinaio all’uscita di una locanda; raggiuntolo, i due si siedono ai piedi di un albero; il marinaio chiede a Socrate perché lo rincorresse.

SOCRATE: Te lo dirò, marinaio. Ha a che fare, il motivo, con un inconveniente dell’essere filosofo.

MARINAIO: Quale inconveniente, Socrate?

SOCRATE: Quello, marinaio, di dovere dibattere con gli allievi e gli amici non solo quando, animati da un demone buono, sono desiderosi di conoscere le cose; ma anche quando rifiutano di servirsi della ragione, così che bisogna convincerli con altri mezzi.

MARINAIO: Pensavo, Socrate, che fra filosofi, vi serviste sempre della ragione.

SOCRATE: Infatti, marinaio, tutti dicono di farlo. Ma la ragione ha una natura particolare per cui non nessuno può servirsi di lei senza, allo stesso tempo, farsi servo suo, lasciando che, attraverso il distinguere, il congiungere e le altre operazioni che le sono proprie, ci porti dove vuole. Perché, marinaio, che significa ragionare se non discutere le cose giurando a noi stessi e agli altri di sottometterci a qualunque conclusione arriviamo, anche se ci è sgradita, quando i fatti e gli argomenti la sostengono? Non trovi, marinaio?

MARINAIO: Immagino di sì, Socrate. Anche se, ti confesso, non ho mai riflettuto molto su questo problema.

SOCRATE: Pensa a questo, allora, marinaio. Quando il pilota della nave deve decidere la rotta e non ha terre o altri riferimenti per orientarsi, come fa? Mi dicono che guardi il cielo e, a seconda di dove stanno il Carro, l’Orsa e le altre stelle, punti il timone di conseguenza. E’ vero? Non fa così?

MARINAIO: Così, Socrate, e come altrimenti?

SOCRATE: Benissimo. Immagina invece un pilota che, senza guardare il cielo, punti il timone in una direzione e poi dia i nomi alle stelle, dicendo quella è l’Orsa e quello è il Carro senza cura di averli azzeccati, in modo che, stando quelle stelle dove dice che siano, la rotta che ha deciso ne sia confermata. Che diresti di costui, marinaio? Che è un bravo pilota?

MARINAIO: No di certo, Socrate.

SOCRATE: E che dovremmo fare con lui, se non dirgli di prendere la nave e di salpare, e di vedere da sé dove lo porta la sua tecnica di navigazione? Purché, è chiaro, ci lasci a terra e non pretenda che lo accompagniamo. O forse dovremmo salire a bordo con un simile pilota, marinaio?

MARINAIO: No, Socrate. Dovremmo lasciarlo salpare, e vedere dove va.

SOCRATE: Ma immagina che tu, marinaio, sia già a bordo e scopra che il pilota punta il timone e poi dà i nomi alle stelle secondo la sua convenienza quando siete in mare aperto. Che dovresti fare, allora?

MARINAIO: Forse buttarlo in mare, Socrate?

SOCRATE: Sì, se fosse necessario, perché tu, i tuoi compagni e la nave con il carico non abbiate a perire. Ma non cercheresti prima di convincerlo? E non gli racconteresti del Carro e dell’Orsa e tutte le storie su come nacquero quelle stelle, facendogli vedere come assomiglino a ciò da cui prendono nome? Così che le riconosca in cielo lì dove sono davvero? Per buttarlo in mare solo se si ostinasse a tenere il timone sulla direzione sbagliata?

MARINAIO: Solo allora, Socrate, se così preferisci.

SOCRATE: Non lo preferisco, marinaio. Intendo che forse avresti voluto convincerlo.

MARINAIO: Non lo so. Devi sapere, Socrate, che quando qualcuno è un pericolo per la nave è raro che termini il viaggio. Ciò a causa dell’impopolarità che si procura fra l’equipaggio.

SOCRATE: Va bene, ma immaginiamo che, per qualunque motivo, lo teniate a bordo e vogliate insegnargli dove sono le stelle. Non gli avreste allora raccontato dell’Orsa e del Carro e di perché hanno quella forma, e di perché sono lì in cielo?

MARINAIO: Sì, Socrate.

SOCRATE: Ebbene, sono simili a questo pilota coloro che, dicendo di servirsi della ragione, invece puntano il timone in una direzione e dicono delle stelle e di ogni cosa dove sono e come sono non perché ne abbiano evidenza, ma solo per dimostrare che il timone è indirizzato bene. Perciò anch’io, quando discuto con loro, devo decidere se buttarli a mare, rifiutando di discutere ancora, oppure, come ti proponevo, provare a raccontare loro una storia così che vedano le cose con più facilità.

MARINAIO: Capisco, Socrate.

SOCRATE: Perciò, quando vedo che non c’è modo di convincerli a seguire la ragione per davvero, disgiungendo o congiungendo le cose come è opportuno, o a volte solo per accorciare una discussione che altrimenti andrebbe per le lunghe, racconto una leggenda, un episodio, una storia che li convincano.

MARINAIO: E hanno effetto, Socrate, questi racconti?

SOCRATE: Immenso, marinaio. Se si discute, poniamo, della conoscenza che gli uomini hanno delle cose, e di come sia imperfetta a paragone di quella divina, fatico a fare avanzare il discorso. Ma se racconto una certa storia di uomini che vivono in una caverna e vedono solo le ombre degli oggetti, tutti sono impressionati.

MARINAIO: Mi fa piacere saperlo, Socrate, perché ho sempre creduto che voi filosofi foste uomini misteriosi e diversi per natura dagli altri. Mentre, stando a quanto mi dici, anche voi raccontate storie come noi marinai che, quando ci riuniamo sul mare o a terra, concediamo rispetto a chi, riferendo le avventure più sorprendenti e i dettagli più vivaci, riesce a farsi ascoltare.

SOCRATE: Proprio per questo ti rincorrevo poco fa. Alla locanda, dove eravamo entrambi, chiedevo ad Apollonio, che è armatore, e conosce il mare e le storie di voi marinai, di raccontarmene qualcuna. Ma lui mi disse, indicandoti, che tu sei il marinaio più famoso nel raccontare storie in Atene, sia per lo stile, sia per la varietà degli episodi. Tu sei stato in molti posti, non è vero?

MARINAIO: Moltissimi, Socrate.

SOCRATE: Ed è dai viaggi che prendi le storie? O le inventi tu stesso?

MARINAIO: Dai viaggi, Socrate, e dai popoli che incontro e me le riferiscono.

SOCRATE: Bene, marinaio, questo allora volevo chiederti: che come i popoli te le riferiscono, tu ne riferissi qualcuna a me, così che io possa, con le variazioni che servono, inserirle nelle mie argomentazioni al momento giusto.

MARINAIO: Certo, ora mi è tutto chiaro, Socrate.

SOCRATE: Vuoi dunque raccontarmi una storia, marinaio? Il pomeriggio è caldo ma c’è ombra sotto quest’albero, e potremmo stare qui. Quando avremo finito torneremo alla locanda e ti offrirò da bere. Oppure, se preferisci, verrai a casa mia, dove ho vino buono, appena arrivato dall’Eubea, e avremo agio di fare qualche sacrificio in augurio dei tuoi prossimi viaggi.

(2. Continua)

06 luglio 2005

Dialogo fra Socrate e un marinaio (Parte 1)

SOCRATE: Ehi, marinaio! Marinaio!

MARINAIO: Dici a me, straniero?

SOCRATE: Dico a te, aspettami! Ti devo parlare.

MARINAIO: Mi vuoi parlare?

SOCRATE: Sì, marinaio.

MARINAIO: Ti conosco, straniero? Mi sembra di ricordare il tuo volto.

SOCRATE: Devi avermi visto, marinaio, alla locanda fenicia, dove eri poco fa anche tu. Io sedevo all’altro capo della stanza, a tavola con Apollonio. Proprio lui mi parlò di te.

MARINAIO: Apollonio l’armatore?

SOCRATE: Sì, lui. Mi disse: guarda, quello è l’uomo che ti serve.

MARINAIO: Davvero?

SOCRATE: Sì, e già ero in piedi per chiederti di unirti a noi perché potessi interrogarti, quando anche tu, avendo pagato il locandiere, ti alzasti, e uscisti senza avvederti di me.

MARINAIO: Mi dispiace, straniero.

SOCRATE: Ti chiamai più volte, ma non sentivi. Come vedi, sono vecchio: ho tentato di inseguirti ma il tuo passo è troppo svelto per me. Credevo mi fossi ormai sfuggito quando qualcosa, non so se un dio benevolo o una folata di vento, ti ha portato la mia voce.

MARINAIO: Ti vedo affaticato, infatti. Vuoi che ci sediamo qui, ai piedi di questo albero, perché tu mi interroghi come desideri?

SOCRATE: Sì, marinaio, sediamoci.

MARINAIO: Bene.

SOCRATE: Eccoci, marinaio.

MARINAIO: Va meglio, straniero?

SOCRATE: Sì, marinaio.

MARINAIO: Però, straniero, ora che ti vedo da vicino ti riconosco: non sei tu quel Socrate di cui tutti parlano in Atene, il filosofo? O sbaglio?

SOCRATE: Non sbagli, marinaio, sono io.

MARINAIO: Non alla locanda ti vidi, allora, ma in una piazza, o in una palestra, o in un altro di quei luoghi dove tu e i tuoi amici siete soliti discutere, e dove forse passai una volta in cui ero in città, invece che in mare come di solito.

SOCRATE: Può darsi, marinaio.

MARINAIO: Ma dimmi, Socrate, perché tu che sei filosofo ti rivolgi a me? Devi forse fare un viaggio e vuoi sapere quali siano, fra le navi che partono per la tua destinazione, quelle più fortunate? Oppure vuoi farti armatore, come Apollonio, e prendere a salario marinai sulla tua nave? O è un altro, il motivo?

SOCRATE: Un altro, marinaio.

MARINAIO: Quale, dunque?

(1. Continua)

29 giugno 2005

Breve storia del lavoro

In un certo senso, che gli esseri umani lavorino è sorprendente. Gli animali sono capaci di lavoro, e infatti otteniamo che tirino un carro o un aratro, ma lasciati a loro stessi si dedicano ad attività spontanee e a dormire. Gli esseri umani invece, lasciati a loro stessi, hanno costruito un mondo in cui tutto è organizzato per costringerli a lavorare.

Alle origini, gli uomini erano come gli animali: se avevano fame, staccavano un frutto da una pianta e passavano il resto della giornata a spulciarsi e a copulare. Una preferenza naturale per il riposo li distoglieva da ogni sforzo che non appagasse bisogni immediati, proprio come tenderemmo a fare anche adesso.

L’antenato che, avendo raccolto un ramo duro e nodoso, pensò che poteva usarlo per bastonare i suoi simili fu colui che dette inizio al lavoro. O meglio, furono i suoi simili che, dopo averle prese, decisero che occorreva un bastone anche a loro e lavorarono per staccare un ramo da un albero. Dopo una rappresaglia sull’aggressore, che fu anche il primo episodio di lavoro di squadra, essi capirono che gli oggetti che non si mangiano possono essere utili.

Perciò ne vollero altri, e cominciarono ad affilare pietre, sagomare il legno, intrecciare corde e a servirsene per costruire dimore, cacciare gli animali, coltivare la terra. Tutto ciò era lavoro. La popolazione crebbe e occupò nuove terre.

Il grande progresso fu l’invenzione della schiavitù, la forma originaria del lavoro dipendente. La schiavitù provocò un balzo della produttività. Infatti, a causa della pigrizia, c’è un limite a quanto lavoro riusciamo a fare noi stessi, ma non ce n’è alcuno a quanto possiamo farne fare agli altri. A tal fine, dobbiamo solo batterli, minacciarli e sorvegliarli, che sono attività spontanee.

La prima schiavitù fu quella dei figli, che i padri misero al lavoro nei campi. Poi qualcuno capì che si potevano usare anche gli estranei. Allora gli individui potenti presero a catturare gli individui deboli e a impiegarli nei mestieri più diversi, dando loro il minimo per nutrirsi e un gonnellino come unico indumento.

In questo modo gli individui potenti si arricchirono e catturarono altri schiavi, accumulando nuove ricchezze. E poi ne catturarono ancora, e ancora, accumulando sempre di più, finché la maggior parte dell’umanità si trovò sotto padrone. Gli individui potenti a quel punto potevano appagare i bisogni più futili, e di ciò diedero dimostrazioni maestose, come le piramidi, fatte costruire da faraoni che volevano un monumento funebre molto grande. Sorsero così le antiche civiltà.

Il resto lo conoscete.

La Genesi ripercorre questi eventi in forma mitica. Per i cristiani, la cacciata di Adamo ed Eva è una caduta, come se in qualche epoca gli uomini si fossero allontanati da Dio, rendendo necessaria una successiva salvezza. Perché questa richiedesse il sacrificio del figlio di Dio non è noto o, quanto meno, so che se fossi stato Gesù avrei detto al Padre “Ma non potresti perdonarli e basta?”.

Al lettore disincantato, la cacciata di Adamo ed Eva si rivela un’allegoria della nascita del lavoro. La Genesi dice che Adamo ed Eva vivevano in un giardino dove c’era “ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare” (Gen 2, 9), un cenno all’epoca in cui non si lavorava.

Il giardino aveva un albero dai frutti proibiti, che il testo chiama albero “della conoscenza del bene e del male” (2, 17), ma è chiaro che era un albero “del lavoro”. Non a caso, dopo averne mangiato, Adamo ed Eva “si accorsero di essere nudi” (3, 7), il che si può interpretare sì come una sapienza improvvisa, ma anche come l’apparire dei bisogni. A favore di questa interpretazione sta il fatto che, subito dopo, essi “intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture” (ibid.). Ossia si misero a lavorare.

I versetti successivi sono limpidi. Dio spiega ad Adamo le conseguenze della sua scelta: “… maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane.” (3, 17-19). Alla donna dice “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze” (3, 16), riferendosi alla crescita della popolazione, i cui costi ricadono da sempre sulle donne.

Infine, che Dio metta a custodia del giardino “i cherubini e la fiamma della spada folgorante” (3, 24) simboleggia l’impossibilità per noi di tornare alla condizione nativa. Con il lavoro, l’umanità diventa tanto numerosa da non potere più sostenersi con la frutta. Smettessimo di lavorare, moriremmo tutti. Ciò rende vana quella fantasia di abolire il lavoro che potrebbe venirci pensando a quanto dice Rodolfo: che anche oggi, con tutti i beni che abbiamo, niente ci fa contenti tranne il sesso (che nei primordi si faceva di più).

21 giugno 2005

Dialogo fra Socrate e un vivaista (Parte 5)

Riassunto delle puntate precedenti (1, 2, 3, 4): Socrate ha inviato il servo dal vivaista per comprare un oleandro. Il vivaista, al prezzo di un oleandro, dà al servo un seme. Socrate va a reclamare dal vivaista, che gli dice che il seme partecipa della natura dell’oleandro quanto la pianta adulta: quindi è un oleandro. Socrate tenta di dimostrare che essere capaci di diventare qualcosa è altro dall’essere già quella cosa.

SOCRATE: E come si chiama tuo figlio, vivaista?

VIVAISTA: Si chiama Linceo, Socrate.

SOCRATE: E dimmi, quanti anni ha?

VIVAISTA: Cinque anni, Socrate. Li ha compiuti giusto un mese fa.

SOCRATE: Cinque anni. Quindi il tuo Linceo è troppo giovane perché vada in palestra per irrobustire le membra e addestrarsi nell’arte della battaglia, non è vero? O forse ci va già?

VIVAISTA: No, Socrate. Nessun ragazzo va in palestra così giovane, lo sai.

SOCRATE: Ma Linceo crescerà, dico bene?

VIVAISTA: Certo che crescerà. Perché non dovrebbe?

SOCRATE: E da bambino quale è ora diventerà un uomo capace di brandire le armi, è così?

VIVAISTA: Se gli dei vorranno, sì, Socrate.

SOCRATE: Fai bene a ricordare gli dei, vivaista, perché non abbiano a irritarsi della nostra arroganza, di parlare degli eventi futuri come fossero certi: mentre solo agli dei, e agli esseri umani cui vogliono rivelarli, è concesso conoscerli. Ma, dimmi, in virtù di cosa crescerà il tuo Linceo?

VIVAISTA: Che intendi, Socrate?

SOCRATE: Crescerà in virtù di qualcosa che noi facciamo a lui, come capitava poco fa alla tua insegna, che da quadrata facevamo diventare ottagonale tagliando via tutti gli angoli? O piuttosto il tuo Linceo crescerà da sé, se solo gli daremo il cibo e le cure necessarie a un bambino della sua età?

VIVAISTA: Crescerà da sé, è chiaro, Socrate.

SOCRATE: E sarà per accidente che crescerà da sé, Linceo, come accadeva poco fa al tuo cavallo, che immaginavamo si imbizzarrisse vedendo una serpe nel prato? O piuttosto Linceo crescerà per necessità, perché è nella sua natura di crescere, e da bambino che è diventare uomo?

VIVAISTA: Per necessità, senza dubbio.

SOCRATE: Ma non è questo allora un caso come quello del seme? Non dicevamo che il seme è capace di sviluppare foglie, fusto, fiori e ogni tratto dell’oleandro? E che, in questa capacità, il seme si mostra partecipe della natura della pianta stessa? E che perciò dobbiamo giudicare il seme al pari degli oleandri che, invece che semi, sono piante adulte?

VIVAISTA: Così dicevamo, Socrate.

SOCRATE: Vedi di nuovo dove voglio arrivare, vivaista?

VIVAISTA: Sì, lo vedo, Socrate.

SOCRATE: E non vuoi continuare tu, come hai fatto prima?

VIVAISTA: No, Socrate, preferisco ascoltarti, questa volta.

SOCRATE: Ascolta, allora: se del seme, che è capace di prendere col tempo tutti i tratti dell’oleandro, diciamo che è un oleandro, non dovremmo dire del tuo Linceo, che è capace di prendere col tempo tutti i tratti di un uomo, che è un uomo?

VIVAISTA: Continua, Socrate.

SOCRATE: In questo modo, però, cadiamo in una di quelle che chiamavi ridicole assurdità, come quando sembrava bisognasse dire dell’insegna che era quadrata e ottagonale allo stesso tempo. Ora, sembrerebbe che il tuo Linceo, che è un bambino, allo stesso tempo sia un uomo.

VIVAISTA: Che infatti è di nuovo una ridicola assurdità, Socrate.

SOCRATE: Ma non credi, vivaista, che a questo punto dovremmo fare con Linceo come tu fai col seme dell’oleandro, che vendi al prezzo della pianta, e trattarlo come un uomo? E dire al fabbro che gli prepari un’armatura adatta alle sue piccole membra, e una spada e una lancia abbastanza leggere perché possa brandirle, così che si unisca all’esercito degli ateniesi e, senza attendere altro, combatta in battaglia come si addice agli uomini? Non credi che dovremmo, vivaista?

VIVAISTA: No, non lo credo, Socrate. E, per la terza volta, mi sembra che il tuo paragone sia cattivo, e che tu tenti di unire cose che invece sono diverse.

SOCRATE: E perché, vivaista? Se il seme è come la pianta, il bambino dovrebbe essere come l’uomo, ti pare?

VIVAISTA: Ne parleremo un’altra volta, Socrate.

SOCRATE: Un’altra volta?

VIVAISTA: Sì, bisogna che torni al mio lavoro. Non c’è nessuno nel vivaio a parte me e ormai è sera, e devo innaffiare le piante.

SOCRATE: Va bene, vivaista, vuol dire che tornerò domani, così che possiamo completare la discussione. Ma, dimmi, del mio oleandro che vogliamo fare? Vuoi darmi la pianta che ti ho già pagato, o insisti perché mi accontenti del seme?

VIVAISTA: Ascolta, Socrate…

SOCRATE: Perché, vivaista, in una discussione filosofica è opportuno prendersi molto tempo e, se necessario, continuare la discussione il giorno dopo, come noi abbiamo deciso di fare. Se gli dei ci assistono, possiamo sperare che, a furia di esaminare il problema da ogni lato, alla fine la verità ci apparirà; nel qual caso, da veri filosofi, entrambi saremo felici di averla scoperta, non importa quali erano le nostre posizioni di partenza. Ma, quando sono in gioco i beni e il denaro capita che le discussioni procedano altrimenti: e che chi vi partecipa sfugga alla verità anche di fronte alla dimostrazione più evidente, e si divincoli come fanno le anguille pur di non rinunciare al suo interesse.

VIVAISTA: E’ vero, Socrate. Ma, se è alla nostra discussione che alludi, converrai che entrambi abbiamo un interesse: io a non darti la pianta, e tu a pretenderla.

SOCRATE: Proprio così, vivaista. E che dobbiamo fare, se è possibile che entrambi vogliamo sfuggire alla verità?

VIVAISTA: Che dobbiamo fare, Socrate?

SOCRATE: Questo, vivaista: dato che ciò che dici dell’oleandro vale anche del faggio, del cedro e di qualunque altra pianta, e che, dopo avere sentito i tuoi argomenti, non solo i vivaisti ma anche i fruttivendoli e ogni commerciante che traffica coi vegetali potrebbero decidere di vendere agli ateniesi semi al posto delle piante, dei frutti e delle verdure, ebbene, credo che proporrò all’agorà di votare sulla questione: quella se un seme è una pianta, e debba essere venduto allo stesso prezzo della pianta oppure no, così da stabilire una legge e decidere anche del mio oleandro. Che dici di ciò, vivaista?

VIVAISTA: Dico che, così facendo, tradiresti la tua stessa arte. Perché, da filosofo, inviteresti a decidere sulla questione uomini che, nella grande maggioranza, sono incapaci di filosofare e a sentirli parlare sembrano del tutto privi di intelletto. Per non dire che molti di loro non sanno nulla di semi e di piante.

SOCRATE: Ma anche tu sei un filosofo, vivaista, perché tale ti sei davvero dimostrato nella nostra discussione. Se non mi lasci altro modo di avere una decisione sul mio oleandro, non sarai tu correo di questo tradimento alla filosofia?

VIVAISTA: Non lo so, Socrate. Come ti dicevo, ora devo innaffiare le piante, perché non debbano soffrire e seccarsi per il caldo di questa giornata. Perciò, accompagnami e prendi tu stesso nel vivaio ciò che sei venuto a reclamare. Non perché sia convinto del tuo ragionamento ma per non dovere vedere la filosofia tirata da una parte e dall’altra in piazza. Ecco, quella è la zona degli oleandri. Tirane fuori uno.

SOCRATE: Un oleandro o un seme, vivaista?

VIVAISTA: Ciò che preferisci, Socrate.

(5. fine)

16 giugno 2005

Dialogo fra Socrate e un vivaista (parte 4)

Riassunto delle puntate precedenti (1, 2, 3): Socrate ha inviato un servo ad acquistare un oleandro. Il vivaista ha dato al servo un seme invece della pianta. Socrate protesta col vivaista; quest’ultimo dice che, siccome il seme partecipa della natura dell’oleandro, è un oleandro quanto una pianta adulta. Socrate non pare convinto.

VIVAISTA: Dimmi, allora, Socrate, quali altre indagini dobbiamo fare?

SOCRATE: Ascolta, vivaista. Tu dici che un seme di oleandro è un oleandro, giusto?

VIVAISTA: Sì, Socrate.

SOCRATE: E lo dici sulla base di questo: che un seme di un oleandro, proprio perché è un seme di oleandro, partecipa della natura dell’oleandro, è così?

VIVAISTA: E’ così, Socrate.

SOCRATE: E da cosa deduci che il seme partecipa di tale natura? Lo deduci, mi sembra, dal fatto che il seme è capace di sviluppare, a suo tempo e nelle condizioni opportune, le foglie, i fusti, i fiori e ogni altro tratto dell’oleandro. Da ciò lo deduci, o da qualcos’altro?

VIVAISTA: Da questo, Socrate.

SOCRATE: Quella dietro di te, vivaista, è l’insegna del tuo vivaio, è vero?

VIVAISTA: Sì, Socrate, perché me lo chiedi?

SOCRATE: E’ di legno, dico bene?

VIVAISTA: Dici bene, Socrate.

SOCRATE: E, rispondimi, quale forma ha l’insegna?

VIVAISTA: Quadrata, lo vedi tu stesso, Socrate.

SOCRATE: Lo vedo, vivaista. Ma immagina che ora arrivasse qui un falegname e che, per qualche motivo, questo falegname avesse portato i suoi attrezzi con sé. Allora gli potremmo ordinare di staccare l’insegna dal gancio e, dopo averla appoggiata su uno di quei cavalletti di cui i falegnami si servono, di segare via i quattro angoli.

VIVAISTA: Immaginiamolo, se vuoi, Socrate.

SOCRATE: Che forma prenderebbe allora l’insegna, vivaista?

VIVAISTA: Ottogonale, è chiaro, Socrate.

SOCRATE: Mentre prima era quadrata, no?

VIVAISTA: Quadrata, certo.

SOCRATE: Ma, se da quadrata che era, vedessimo la tua insegna trasformata in ottagono, non dovremmo dire che aveva fin dall’inizio la capacità di cambiare? Non è questa infatti una capacità del legno, di prendere qualunque forma gli vogliamo dare, se abbiamo un falegname abile a disposizione?

VIVAISTA: Sì, ma…

SOCRATE: Aspetta. E non dovremmo anche dire che, come il seme dell’oleandro è un oleandro perché è capace di sviluppare le foglie, il fusto e i fiori di un oleandro, così la tua insegna, essendo capace di prendere la forma dell’ottagono, è ottagonale?

VIVAISTA: No, Socrate, non dovremmo.

SOCRATE: Perché no? Non dici tu che ciò che è capace di diventare qualcosa è quella cosa?

VIVAISTA: Sì, lo dico, Socrate, e ti dico anche dove vuoi arrivare: tu vuoi mostrarmi che, a seguire il mio ragionamento, un’insegna che è quadrata sarebbe allo stesso tempo ottagonale, col che mi faresti cadere in una contraddizione ridicola.

SOCRATE: Bravissimo, vivaista. Mi accorgo che è più difficile prendere alla sprovvista te che molti degli amici con cui discuto di filosofia, i quali spesso si fanno cogliere impreparati nella discussione, e ricordano i giovani nelle palestre, quando studiano i rudimenti della lotta e sono sconfitti con poco sforzo dai lottatori più esperti.

VIVAISTA: Ti ringrazio, Socrate. E che l’arte del vivaista lascia molto tempo per pensare.

SOCRATE: Lo vedo.

VIVAISTA: Infatti, mentre parlavi, già ho trovato cosa risponderti: che il paragone che fai fra il seme e l’insegna è poco appropriato.

SOCRATE: Non lo è?

VIVAISTA: No, Socrate, perché è vero che entrambi hanno le capacità che tu dici, ma in modo diverso: l’insegna prende una forma nuova solo se un falegname gliela dà, mentre il seme diventa pianta per natura sua. E’ vero che occorre aiutarlo, bagnando e concimando il terreno. Ma, per quanto io bagni e concimi, non potrei mai ottenere da un seme di oleandro un faggio, un cedro o qualsiasi altra pianta, non credi, Socrate?

SOCRATE: Continua, vivaista: poi ti dirò cosa credo.

VIVAISTA: Mentre un pezzo di legno può prendere la forma di triangolo, di esagono o qualunque altra noi vogliamo. Perciò hai ragione che sarebbe assurdo dire di un’insegna quadrata che è ottagonale. Ma non è affatto assurdo dire di un seme che è un oleandro: perché è proprio nella sua natura, e non in ciò che gli facciamo, di diventare una pianta di oleandro.

SOCRATE: Vivaista, vedo che continui a parlare bene. Dimmi, però, è il tuo cavallo, quello laggiù?

VIVAISTA: Sì, lo è.

SOCRATE: E come è ora quel cavallo, vivaista? Tranquillo o imbizzarrito?

VIVAISTA: E’ tranquillo, Socrate, lo vedi anche tu.

SOCRATE: Ma immagina ora che, lì, nel prato, appaia una serpe, e che la serpe si avvicini al tuo cavallo.

VIVAISTA: Se proprio vuoi, immaginiamo anche questo, Socrate.

SOCRATE: O, se lo preferisci, immaginiamo che il cavallo creda di vedere una serpe e si spaventi. Che succederebbe, allora? Resterebbe tranquillo o diventerebbe imbizzarrito?

VIVAISTA: Imbizzarrito, Socrate, senza dubbio. Solo una settimana fa vide una piccola serpe attraversare la strada e quasi mi sbalzò di sella.

SOCRATE: Ma allora, non è questo un caso come quello del seme e dell’oleandro? Non dobbiamo dire che il cavallo ha la capacità di diventare imbizzarrito?

VIVAISTA: Sì, ha questa capacità, ma…

SOCRATE: Aspetta: e non ti sembra che questa volta la capacità di imbizzarrirsi sia nella sua natura stessa di cavallo?

VIVAISTA: Sì, ma vedo di nuovo dove vuoi arrivare, Socrate: tu vuoi dire che come il seme è capace per natura di sviluppare le foglie, il fusto, i fiori dell’oleandro, così il cavallo è capace per natura di assumere tutti i tratti dell’essere imbizzarrito. E che perciò, se il seme è già un oleandro, allo stesso modo dovremmo dire di un cavallo tranquillo che è già imbizzarrito.

SOCRATE: Proprio così, vivaista.

VIVAISTA: Ma, una seconda volta, devo dirti che il paragone mi sembra infelice. Il seme e il cavallo hanno le capacità che tu dici: però il cavallo si imbizzarrisce solo per incidente, perché vede una serpe o un altro pericolo, passato il quale torna a calmarsi. Mentre il seme non diventa pianta per incidente, ma perché è proprio la natura che glielo ordina; e infatti, diventato pianta, non può certo capitare che ritorni seme.

SOCRATE: Va bene, vivaista, sono sempre più ammirato dal tuo parlare. Ma dimmi, è tuo figlio il giovinetto che vedo affacciarsi sulla porta della tua casa, e che ci guarda come chiedendosi chi sia lo strano vecchio con cui parla suo padre?

VIVAISTA: Sì, è mio figlio, Socrate.

(4. Continua)

07 giugno 2005

Link del giorno

Huevoblanco, il blog italiano e spagnolo, ha scovato una galleria bellissima di studi anatomici di personaggi dei fumetti. Andate e scoprirete che Betty Boop sarebbe sexy anche da morta.

Se il trend attuale continua

In un articolo del Financial Times di oggi, il commentatore Richard Tomkins spiega in poche parole perché di solito il trend attuale non continua:

“Quando Elvis morì nel 1977 aveva circa 150 imitatori negli Stati Uniti. Ora, secondo un calcolo che ho visto nel supplemento domenicale a colori di un quotidiano, ce ne sono 85.000. E’ intrigante che, di conseguenza, un americano ogni 3.400 è un imitatore di Elvis. Più disturbante che se gli imitatori di Elvis continueranno a moltiplicarsi allo stesso tasso saranno un terzo della popolazione mondiale entro il 2019.” (via Crooked Timber).