25 ottobre 2005

L’angolo allegro. Meditazioni sulla morte (2/4)

Provo dunque a dire questo: che odiamo la morte perché si piglia i nostri beni, lasciandoci nudi come farebbe il più spietato dei rapinatori. Ma, fosse così, non dovrebbe capitare con la morte ciò che capita coi rapinatori, che li temi molto se hai molto e poco se hai poco? Non vediamo forse i ricchi proteggersi coi sistemi d’allarme e i poveri rinunciarvi, perché sanno che costerebbero più dei pochi averi da difendere? Allo stesso modo, non dovremmo vedere chi è felice, amato e provvisto di ogni bene terrorizzarsi all’idea di morire? E chi è infelice, solo e privo di tutto fare spallucce, pensando che la morte non potrebbe peggiorare granché la situazione?

Invece mi sembra che tutti odino la morte. Semmai, è proprio chi è felice che la teme meno, come se forte della sua fortuna niente potesse colpirlo. Mentre gli infelici, più deboli, si spaventano e vedono pericoli anche nella minestra.

Può darsi allora che non odiamo la morte perché ci spoglia dei beni, ma per qualche motivo più profondo. Per esempio, abbiamo l’istinto di sopravvivenza, che ci mette in allarme quando siamo in pericolo. Può essere che scatti anche quando, pensando, ci figuriamo di morire, provocandoci una ripulsa? E che da questa ripulsa traiamo l’impressione che la morte sia spiacevole?

Ma, di nuovo, se è l’istinto di sopravvivenza che ci fa odiare la morte, questo istinto dovrebbe agire sempre. Mentre a volte i malati gravi, quando penano e non contano più di guarire, pensano alla morte in arrivo senza dispiacersi, come fossero tanti filosofi, invece degli imbianchini, degli elettricisti o dei pensionati che sono. Non dovrebbe scattare l’istinto, e causare in loro la ripulsa della morte? E, pur nella debolezza della malattia, la ripulsa non dovrebbe essere violentissima davanti a una fine così vicina?

Forse le cose stanno così: odiamo la morte se abbiamo gioie e speranze, perché ce le toglie; se soffriamo, e non possiamo più guarire, accettiamo la morte perché ormai incapaci di godere qualsiasi bene. Nel detto “pensa alla salute” c’è forse più saggezza di quanto si crede. Quando le grane, i doveri, gli scocciatori mi assalgono, tengo duro grazie alla fantasia di una quiete: non la morte, intendo, ma un giorno senza preoccupazioni che prima o poi arriverà. Un giorno senza fatica, senza pensiero dell’indomani, con le membra stese in un prato, forse con una compagnia simpatica, dove non sperimento altro che l’essere vivo, in un corpo sano, con una bell’arietta che mi rinfresca.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

No è affatto vero che tutti odiano la morte.C'è persino chi l'ha chiamata sorella.
Az. par.

Nicola ha detto...

Diciamo che se uno amasse la morte davvero, per definizione non dovrebbe essere in giro a dirlo.

Undine ha detto...

Purtroppo no, c'è anche chi ne parla volentieri e dedica un blog all'imminente suicidio.

Nicola ha detto...

Touché. Forse non ho considerato che, per alcuni, la morte può essere un mezzo per acquisire beni: la gloria, la gratitudine delle persone per cui muori, forse la pubblicità (nel caso del blogger che dici). Ma mi sembra che allora si ritorni al problema di Lucrezio: che beni sono, se da morto non potrai goderli?
Forse ci sono anche persone che amano la morte in sé e per sé (suppongo che si suicidino e basta). Questo caso, lo ammetto, sfugge alla mia comprensione.