Visualizzazione post con etichetta linguaggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta linguaggio. Mostra tutti i post

19 settembre 2006

Differenze linguistiche

A volte si dice che donne e uomini parlino lingue diverse e discutano senza capirsi. Ciò causerebbe equivoci, litigi, sospetti e quel distacco reciproco che sorge nelle coppie col tempo (cioè dopo che i partner si parlano molte volte). John Gray difende questa tesi in Men are from Mars, women are from Venus, libro popolarissimo negli Stati Uniti, dove paragona donne e uomini a razze di pianeti lontani, che vengono in contatto, si piacciono, decidono di vivere insieme ma non comunicano mai per davvero.

Il libro di Gray dà consigli pratici per la vita di coppia basati sul principio di cogliere i bisogni speciali dell’altro sesso. Per esempio, dopo avere descritto la personalità maschile, Gray invita le donne a non insistere quando a noi uomini non va di parlare, a fidarsi che ci curiamo di loro anche quando non abbiamo l’aria di farlo, o a scusarsi dopo che ci dicono cose spiacevoli (Gray dedica il libro alla moglie).

Secondo Gray la carenza di comunicazione fra i sessi è davvero evidente, se riflettiamo sui dialoghi più classici delle coppie:

Lei: Ah, povera me, questa casa è un disastro…

Lui: Eh?

Lei: Quante cose dovrei sistemare! Guarda: il tappeto, gli armadi…

Lui: Mah..., a dire il vero, a me sembra vadano bene.

Lei: Non ho mai tempo, arrivo alla fine della giornata e mi pare di non avere combinato nulla!

Lui: Che dici? Ma se sei bravissima! Io non saprei mai fare quello che fai tu!

Lei: Mi sento così… infelice.

Lui: Ma no! Dai… ti serve solo un po’ di riposo.

Lei: E poi…

Lui: Poi cosa?

Lei: …tu non mi ami più!

Lui: Ma amore! Lo sai che ti amo! Tanto!

Lei (tace).

Lui: Te lo dico sempre!

Lei: Sì, però, non so…

Lui: Non so cosa?

Lei: Non usciamo mai…

Lui: Che dici? Siamo usciti tre giorni fa!

Questo dialogo è frustrante per entrambi: lei sente di parlare con un uomo insensibile, lui con una donna irrazionale. Gray dice che ciò capita perché le donne esprimono emozioni, tentando di inviare messaggi che superano i significati delle parole. Con “Questa casa è un disastro”, le donne intendono “Curare questa casa è dura, e a volte mi sembra di capitolare. Oggi sono stanca, ma il dovere mi incalza. Amore, dammi una mano!”.

Gli uomini, invece, parlano per informare e si fermano ai contenuti letterali. Per loro, “Questa casa è un disastro” significa che la casa è nello stato in cui potrebbe essere dopo un’alluvione. Se ciò non corrisponde a quanto vedono si meravigliano e provano a riportare la donna alla realtà. La donna, a sua volta, non si accorge che l’uomo ha frainteso e immagina che tenti di svalutare le sue emozioni. Ciò causa molta sofferenza inutile.

Secondo Gray, se gli uomini capissero la lingua delle donne sarebbero felici di aiutare e i dialoghi prenderebbero un’altra strada:

Lei: Questa casa è un disastro! (= Curare questa casa è dura e a volte mi sembra di capitolare. Oggi sono stanca, ma il dovere mi incalza. Amore, dammi una mano!)

Lui: Mmmh, capisco… ehi, che dici se porto il tappeto in tintoria?

Lei: Caro! Grazie!

oppure:

Lei: Non mi ami più! (= Oggi mi sento sola e insicura, il tuo amore è prezioso, così prezioso che ho paura di perderlo. Ho bisogno di rassicurazioni.)

Lui: Mmmh, senti… io ti amo, lo sai.

Lei (tace).

Lui: Anzi, ti amo tanto che… (ride) ho due biglietti per andare a teatro domani! (non è vero, ma poi se li procura di nascosto).

Lei: Eh? Davvero?

Lui: Sì!

Lei: Oh…

oppure:

Lei: Non funziona mai nulla! (= Di solito le cose funzionano, ma oggi tutto va storto e vorrei abolire il mondo. Perché non mi abbracci e fai l’uomo tenero?)

Lui: Mmmh, certo… vieni, amore, siediti qui con me…

Lei (si siede subito).

Se le coppie parlassero così lei si sentirebbe apprezzata, lui un bravo ragazzo e, anche se Gray non lo dice, i dialoghi si concluderebbero a letto.

Purtroppo, ciò è inverosimile. I messaggi indiretti sono un fenomeno normale del linguaggio e vediamo tutti i giorni gli uomini inviarli e decodificarli senza sforzo. Il capo che dice “Franco, è un’ora che la aspetto!” esprime un’emozione (“Questo ritardo è lungo e mi offende. Sono irritato, attendo una spiegazione”). Franco di solito capisce, e non dice “Sono 50 minuti”.

E’ vero che gli uomini potrebbero perdere in perspicacia quando i messaggi vengono dalle donne. E però prendete il primo dialogo, quello all’inizio: se scambiate le frasi di lei con i significati nascosti, senza toccare le risposte di lui, non vi sembra che queste ultime conservino una coerenza mirabile?

Lei: Curare questa casa è dura e a volte mi sembra di capitolare. Oggi sono stanca, ma il dovere mi incalza. Amore, dammi una mano!

Lui: Eh?

Lei: Quante cose potresti sistemare! Guarda: il tappeto, gli armadi…

Lui: Mah..., a dire il vero, a me sembra vadano bene.

Lei: Ho troppi impegni, non ho tempo per pensare, la vita è sabbia che mi sfugge dalle mani. Odio sentirmi così. Vorrei rallentare, e che tu ti prendessi qualche peso.

Lui: Che dici? Ma se sei bravissima! Io non saprei mai fare quello che fai tu!

Lei: Questa conversazione mi avvilisce. Non posso reggere se tu fai così... Affondo nella palude, afferrami, prima che sia sommersa!

Lui: Ma no! Dai… ti serve solo un po’ di riposo.

Lei: E poi…

Lui: Poi cosa?

Lei: … oggi mi sento sola e insicura, il tuo amore è prezioso, così prezioso che ho paura di perderlo. Ho bisogno di rassicurazioni.

Lui: Ma amore! Lo sai che ti amo! Tanto!

Lei (tace).

Lui: Te lo dico sempre!

Lei: Sì, però, non so…

Lui: Non so cosa?

Lei: Potremmo uscire. Mi piace quando lo facciamo. Mi rilasso, sento che tu ti occupi di me. Perché non mi porti fuori, stasera?

Lui: Che dici? Siamo usciti tre giorni fa!

Concludo che l’uomo afferra le esigenze della donna e sceglie di ignorarle, perché incompatibili con le sue. A sua volta, il sentirsi trascurata della donna è del tutto appropriato. Con buona pace di Gray, la comunicazione fra i sessi funziona. Al massimo ci si può chiedere perché la donna non parli in modo aperto, ciò che renderebbe imbarazzante all’uomo servirsi di quelle risposte. Ma forse poi per lei sarebbe peggio sentirsele dire lo stesso.

20 ottobre 2005

La locuzione del giorno (1)

Eccomi qua / eccoti qua

In apparenza, frasi pleonastiche che comunicano al destinatario un fatto che potrebbe costatare da sé.

In realtà, una marca dei rapporti di autorità. Per esempio, il capo entra nella vostra stanza dicendo “Eccoti qua”. Quando voi entrate nella sua dite “Eccomi qua”.

Funziona anche nei rapporti familiari. Una donna che, appena entrata in casa, dice ai figli “Eccomi qua” è una madre debole e i figli resteranno in casa oltre i trent’anni. Una donna che dice “Eccovi qua” esercita un controllo e inquieta i figli, che resteranno in casa oltre i trent’anni con un senso di malanimo.

16 ottobre 2005

Strcopee schietnifice

“Scnedoo una rcrceia dlela Cmabrigde Uinervtisy non irptmoa l’doinre dllee lretete di una plaora. La sloa csoa ipramotnte è che la pmira e l’tlumia latteer snaio al ptoso gtsiuo. Ahcne se il rtseo è un csanio ttlaoe, poui legrege szena porblemi. Ciò phceré la mntee unama non lggee ongi sgonlia ltetera ma la plaora nel suo imnsiee.”

Sraà vreo? Ftoni e dsisnocusie su Ibpbaromle Rscheearch

24 settembre 2005

L’ambiguità di “:”

“Bush: uno dei peggiori disastri che abbiano colpito gli Stati Uniti” (foto di Dan Melinger).

01 settembre 2005

Linguaggio da giornalisti

La sempre nitida Luisa Carrada di Il mestiere di scrivere scrive:

“Il linguaggio dei giornalisti televisivi a volte ti fa rabbia, a volte ridere.

Ti fa rabbia quando senti dire homeless o embedded, come se tutti sapessero l’inglese. Quando senti l’aggettivo e la tua mente ha già pronto il sostantivo tanto l'abbinamento è scontato. Quando al posto di un ente si cita una sigla incomprensibile.

Ti diverte quando il giornalista ha poco da dire e allora si dà al “pezzo di colore”, dove il colore sta spesso per aggettivazione debordante, giochini di parole banali, metafore già sentite.

Che il linguaggio sia soprattutto servizio al pubblico e non valvola di sfogo per gli aneliti creativi dei giornalisti lo ricorda un libro semplice, ma intelligente, …”

Come non essere d’accordo. Io non vedo l’ora che ricominci Otto e mezzo solo per ascoltare le bugie e le manipolazioni, ma in italiano buono, di Giuliano Ferrara. La Carrada prosegue consigliando un vademecum per giornalisti scritto da Massimo Loche, vicedirettore di Rainews 24. A essere sinceri, dicendoti che Loche è a sua volta un giornalista della RAI, la Carrada non ti invoglia molto all’acquisto.

26 maggio 2005

Come imparano gli uccelli a cantare?

Più o meno come gli esseri umani imparano a parlare:

“… [L]a maggior parte degli uccelli canori apprende il canto della specie ascoltando i compagni, e sviluppa un canto estremamente anomalo se privata di questa esperienza. Le attuali ricerche sul canto degli uccelli rivelano paralleli dettagliati e intriganti con il linguaggio. Per esempio, molti uccelli canori attraversano un periodo critico dello sviluppo dopo il quale producono canti difettosi cui nessuna quantità di input acustico può rimediare, il che ricorda le difficoltà che hanno gli esseri umani adulti nell’impadronirsi pienamente di linguaggi nuovi. Inoltre, a somiglianza della fase di babbling in cui i bambini vocalizzano e gesticolano, gli uccelli giovani attraversano una fase di sviluppo del canto dove producono spontaneamente versioni amorfe del canto adulto…”.

Traduzione da M.D. Hauser, N. Chomsky & W.T. Fitch, “The Faculty of Language: What Is It, Who Has It, and How Did It Evolve?”, Science, vol. 298, 22 novembre 2002, pp. 1569-79, un articolo che riassume lo stato della ricerca sulle facoltà linguistiche degli esseri umani e degli altri animali (link, in formato PDF).

L’articolo è piuttosto accessibile e raccomandato a tutti coloro che si interessano alle parole. Mi stupisco sempre quando vedo gli scrittori, i docenti di scrittura e in generale i professionisti del linguaggio ricorrere alle nozioni grammaticali tradizionali (quelle pre-Chomsky). Scoprire che c’è una vera grammatica dell’italiano, diversa da quella che insegnano a scuola, è stata una delle esperienze (intellettuali) più belle della mia vita: di quelle che vorresti fermare la gente per la strada e dire “Ma lo sa che il soggetto di frase non è ciò che pensa? E che il caso c’è anche sulle parole dove le sembra che non ci sia?”.

Non l’ho mai fatto: ma una nostalgia di evangelizzazione grammaticale mi è rimasta e non sorprendetevi troppo se, fra una “Scena di vita” e l’altra, vedeste comparire “Complementi e aggiunti”, “Caso strutturale e caso inerente”, “Pronomi e legamenti”, il giorno che scoprissi un modo non mortifero di scriverne.

05 aprile 2005

La parola del giorno (5)

Mash-up

La mescolanza di due canzoni, di due testi, di due immagini, o in generale di due artefatti, tale che gli elementi siano riconoscibili e goduti insieme.

Esempio: YaGoohoo!gle.

18 marzo 2005

Lo stile di Alberto Arbasino

Alberto Arbasino

Sono un lettore di Repubblica da anni. Due o tre volte al mese, le pagine culturali ospitano un articolo di Alberto Arbasino su qualche spettacolo teatrale europeo. Ho tentato di leggere questi articoli più volte, e mai sono riuscito a completarne uno. Parto lanciato ma, dopo una ventina di righe, mi ritrovo a pensare alla terrazza in disordine, al rumore strano del frigo, alla lista della spesa e ad altre faccende cui di solito non penso mentre leggo. Allora tento di riconcentrarmi, riattacco l’articolo e mi ricordo che devo telefonare a Mario. Gli telefono e, quando torno al giornale, ancora distratto dalla telefonata, passo alla pagina successiva senza accorgermi.

Venerdì scorso (11 marzo 2005), Repubblica aveva un articolo di Arbasino sulle operette di Offenbach in scena a Parigi. Questa volta, ho deciso di affrontare il problema: ho studiato, parola per parola, il primo paragrafo per stabilire se c’è qualcosa che non va nella mia testa o c’è qualcosa che non va nello stile di Arbasino. E ho scoperto che c’è qualcosa che non va nello stile di Arbasino: è sconnesso, le frasi non formano un discorso, ma lottano l’una contro l’altra. Credo sia per questo che il modulo linguistico del mio cervello rifiuta di elaborarle.

Questo è il paragrafo.

Niente di nuovo sul Fronte Occidentale? Ecco un cancan tipicamente parigino, suonato su un campo di battaglia pieno di soldati morti della Grande Guerra. Tanti saluti a La Grande Illusion? Macché, caro Jean Renoir. Fantaccini e vivandiere invece dormivano, fra Sedan e Verdun, e si tirano su per far le solite baracconate da Folies Bergère. Mentre gli spettatori beati ripetono «oh-là-là l’amour, toujours l’amour!» come i caratteristi francesi coi baffi nei vecchi film-rivista di Hollywood. E noi facciamo zum-pà-pà al Théâtre du Châtelet.

Spesso ho temuto che faticassi a leggere Arbasino perché non so abbastanza di ciò che dice per seguire bene. Perciò, ho innanzi tutto verificato le citazioni.

  • “Niente di nuovo sul Fronte Occidentale”. E’ il romanzo di Erich Maria Remarque dove, come ricordavo, un giovane soldato tedesco sperimenta gli orrori della prima guerra mondiale sul fronte francese (quello occidentale, appunto).

  • “La Grande Illusion”. E’ un film di Jean Renoir del 1937 sulla prima guerra mondiale. Un ufficiale francese, detenuto in un campo di prigionia insieme ai suoi soldati, stringe un’amicizia con un ufficiale tedesco, che dirige il campo. Anche se militano per paesi nemici, i due ufficiali scoprono una comunanza di valori. Il titolo del film si riferisce ai dialoghi fra questi personaggi, che sperano di vedere, dopo la guerra, una pace più salda, retta dai principi civili in cui credono. Il film finisce in modo tragico: l’ufficiale francese, che si sente in dovere di aiutare i suoi soldati, tenta di farli evadere; quello tedesco, per bloccarlo, è costretto a sparare e lo uccide.

  • Sedan e Verdun: sono i luoghi di sanguinose battaglie fra francesi e tedeschi (la prima nel 1870; la seconda nel 1916).

  • Folies Bergère: come sanno tutti, è lo storico teatro di rivista francese.

Chiaritomi le idee, le sconnessioni del testo sono solo diventate più evidenti.

a) “Niente di nuovo sul Fronte Occidentale? Ecco un cancan tipicamente parigino, suonato su un campo di battaglia pieno di soldati morti…”. La domanda si riferisce al campo di battaglia. Che la risposta inizi col cancan, che non c’entra nulla col Fronte Occidentale, confonde. Meglio sarebbe stato “Niente di nuovo sul Fronte Occidentale? Ecco un campo di battaglia…”. Meglio ancora, visto che la domanda funge da commento, metterla dopo la descrizione: “Ecco un campo di battaglia pieno di soldati morti della Grande Guerra. Niente di nuovo sul Fronte Occidentale?”.

b) “Un campo di battaglia pieno di soldati morti della Grande Guerra”. Qui c’è un’ambiguità sintattica, perché “della Grande Guerra” può essere un aggiunto sia di “campo di battaglia”, sia di “soldati morti”. Il primo caso è quello più naturale, e allora tanto vale eliminare l’ambiguità avvicinando l’aggiunto al nome: “Un campo di battaglia della Grande Guerra pieno di soldati morti” (che infatti suona meglio anche a orecchio).

c) “Tanti saluti a La Grande Illusion?”. E’ un nuovo commento sui soldati morti, che dovrebbe rafforzare il primo (“Niente di nuovo sul Fronte Occidentale?”), ma invece crea confusione. “Niente di nuovo” allude a una ripetizione prevedibile, “tanti saluti all’illusione” a un’aspettativa delusa; le due idee cozzano; i commenti tendono a elidersi.

d) “Macché, caro Jean Renoir”. La confusione aumenta. A cosa stiamo dando i tanti saluti? Alla speranza della pace oppure alla tesi del film (che questa speranza è un’illusione)? Arbasino intende la prima cosa. Ma quel “Macché, caro Jean Renoir”, che cita il regista, ci indirizza sulla seconda. Infatti, basta togliere “Jean Renoir” e il testo migliora (“Tanti saluti a La Grande Illusion? Macché. Fantaccini e vivandiere invece dormivano …”).

e) “Fantaccini e vivandiere…”. Non era un campo di battaglia di soldati morti? Da dove escono le vivandiere?

f) “… invece dormivano”. E’ un “invece” che arriva tardi: Arbasino ha detto che c’è un cancan, è chiaro che i soldati (e le vivandiere) non erano morti. Inoltre c’è un “macché” poco prima. Meglio eliminare “invece” (“Macché. Fantaccini e vivandiere dormivano …”).

g) “fra Sedan e Verdun”. Indicazione di luogo che dovrebbe colorire la frase ma confonde le acque (Sedan non è un episodio della Grande Guerra).

h) “Mentre gli spettatori beati ripetono «oh-là-là l’amour, toujours l’amour!»”. Dovrebbe essere un coro; purtroppo la frase non ha alcuna musicalità: provate a canticchiare oh-là-là l’amour, toujours l’amour.

i) “caratteristi francesi coi baffi nei vecchi film-rivista di Hollywood”. Frase a casaccio: ho presente lo stereotipo del francese raffinato con baffetti e capelli impomatati, ma non mi ricordo che facessero cori.

l) “noi facciamo zum-pà-pà”. Questo è Arbasino che si unisce al coro, ma andando fuori ritmo, se gli altri fanno oh-là-là l’amour.

m) Théâtre du Châtelet. E’ il teatro dove lo spettacolo era in scena; ho verificato, perché a quel punto non ero più sicuro di nulla.

Non so se ci sia un modo di riscrivere che sia ben connesso e rispettoso delle intenzioni di Arbasino. Credo comunque che in questa versione non si perda nulla di importante:

Théâtre du Châtelet. In scena, un campo di battaglia della Grande Guerra pieno di morti. Niente di nuovo sul Fronte Occidentale? Macché, l’orchestra attacca un cancan tipicamente parigino e scopriamo che fantaccini e vivandiere dormivano: si tirano su e fanno le solite baracconate da Folies Bergère, mentre gli spettatori beati accompagnano il coro (qui il testo vero del coro, nda).

Mi direte: “Ma Filter, così la prosa è meno vivace!” E’ vero, ordine e connessione hanno qualche costo. “Ma Filter, non ti sembra che il testo rimanga un po’ in sospeso?” Sì, ma è il primo paragrafo, così il lettore è spinto a proseguire. “Ma Filter, Offenbach che c’entra con la Grande Guerra?” Giusto. Lo spettacolo è La Grande-Duchesse de Gérolstein, del 1867. Il regista ha riambientato l’opera all’epoca della prima Guerra Mondiale, cosa che Arbasino non crede utile menzionare nella prima metà dell’articolo (quella che sono riuscito a leggere prima di ritrovarmi nelle pagine sportive).

04 marzo 2005

La parola del giorno (4)

Schiavitù

La forma originaria del lavoro dipendente. La prima schiavitù fu quella dei figli che, un giorno, i padri misero a lavorare nei campi sotto la minaccia di un bastone. Poi qualcuno rifletté che si potevano schiavizzare anche gli estranei. Così, gli uomini potenti presero a catturare quelli deboli e a impiegarli nei mestieri più diversi, dando loro il minimo per nutrirsi e un gonnellino come unico indumento.

Gli uomini potenti si arricchirono e diventarono sempre più avidi di schiavi: nel giro di poche generazioni, la maggior parte dell’umanità si trovò sotto padrone. Gli uomini potenti, a quel punto, potevano appagare i bisogni più futili. Di ciò diedero dimostrazioni maestose, come le piramidi, fatte costruire da faraoni che volevano un monumento funebre molto grande. Sorsero le civiltà antiche, e il resto è noto. La schiavitù fu abolita dopo l’invenzione del contratto di lavoro.

15 febbraio 2005

Sessismo

Il linguaggio sessista parla dei maschi mentre finge di parlare degli esseri umani. Una tecnica per smascherarlo è volgere i testi al femminile. Per esempio, il Catechismo della Chiesa Cattolica dice:

Santificare le domeniche e i giorni di festa esige un serio impegno comune. Ogni cristiano deve evitare di imporre, senza necessità, ad altri ciò che impedirebbe loro di osservare il giorno del Signore. Quando i costumi (sport, ristoranti, ecc.) e le necessità sociali (servizi pubblici, ecc.) richiedono a certuni un lavoro domenicale, ognuno si senta responsabile di riservarsi un tempo sufficiente di libertà. I fedeli avranno cura, con moderazione e carità, di evitare gli eccessi e le violenze cui talvolta danno luogo i divertimenti di massa” (§ 2187).

Al femminile diventa:

“Santificare le domeniche e i giorni di festa esige un serio impegno comune. Ogni cristiana deve evitare di imporre, senza necessità, ad altre ciò che impedirebbe loro di osservare il giorno del Signore. Quando i costumi (sport, ristoranti, ecc.) e le necessità sociali (servizi pubblici, ecc.) richiedono a certune un lavoro domenicale, ognuna si senta responsabile di riservarsi un tempo sufficiente di libertà. Le fedeli avranno cura, con moderazione e carità, di evitare gli eccessi e le violenze cui talvolta danno luogo i divertimenti di massa” (§ 2187).

Come vedete, il testo ora è incongruo: balza agli occhi che le violenze alla domenica le fanno solo gli uomini, che le donne non hanno spesso il potere di imporre qualcosa e che la Chiesa, in duemila anni di lavori di casa, non ha mai pensato al riposo domenicale per le donne.

09 febbraio 2005

La parola del giorno (2)

Ma

Congiunzione fasulla. I logici credono sia un mezzo espressivo per unire due sintagmi, e dicono che la frase “Mario ha modi fermi ma cortesi” è vera se e solo se i modi di Mario sono fermi e cortesi, mentre ma si limiterebbe a segnalare che non è facile riuscirci.

In realtà, la funzione di ma è evitare che l’ascoltatore interpreti la congiunzione come tale. Con e, che è una congiunzione genuina, frasi come

  • “amo i cani, e non mi piace mi si avvicinino”

  • “sei in gamba, e ho deciso di licenziarti”

  • “stare con te è il massimo, e stasera esco con gli amici”

sono bizzarre. Con ma, le stesse frasi acquistano un’arcana coerenza:

  • “amo i cani, ma non mi piace mi si avvicinino”

  • “sei in gamba, ma ho deciso di licenziarti”

  • “stare con te è il massimo, ma stasera esco con gli amici”

07 febbraio 2005

La parola del giorno (1)

Monodiabolismo

La teoria che una causa unica impedisce un certo bene. Fra gli altri, sono monodiabolisti:

  • gli atei che credono che gli esseri umani sarebbero razionali e tolleranti non fosse per la religione;
  • i liberisti che credono in un ordine sociale naturale che non sorge a causa dello Stato;
  • Rousseau che dice che gli esseri umani sarebbero buoni se la civiltà non li corrompesse.

I monodiabolisti reputano tali cause accidenti della storia. Se rimosse, gli esseri umani sarebbero restituiti alla felicità di partenza. In realtà, la religione, lo Stato, la civiltà non sono che esseri umani in azione. Riportandoli alle origini creerebbero una seconda volta le cause rimosse.

La parola è rarissima. Mancano occorrenze di monodiabolismo e monodiabolico su Google. Se ne contano quattro di monodiabolism, di cui una sola nel significato che ci interessa (le altre sono sul diavolo).

20 gennaio 2005

Frammenti sulla scrittura

“Critica letteraria”: nacque quando un lettore volle dimostrare di avere capito ciò che leggeva (“qui l’autore mette in scena il passaggio doloroso all’età adulta…”). Raggiunse la forma compiuta la sera stessa, quando il lettore ormai lasciava intendere che avrebbe saputo scrivere di meglio.

“Espressione di sé”: scrivere in un libro cose di cui non osereste parlare a cena per paura di annoiare i commensali.

“Ombelicale”: si dice di un testo letterario dove l’autore:

  • parla di sé, in modo scoperto o attraverso un personaggio;
  • scrive ciò che gli piacerebbe leggere;
  • ciò che scrive gli piacerebbe meno se riguardasse qualcun altro.

David Foster Wallace: crede che essere profondi consista nel dire tante cose allo stesso tempo.

Non mi piacciono: gli scrittori che vogliono suscitare la mia ammirazione.

Mi piacciono: gli scrittori che vogliono suscitare il mio interesse.

Poesia moderna: testo in versi dove l’autore descrive il suo nobile spirito.

Lo scrittore bravo: non lascia capire al lettore ciò che sta per dire. Ciò a servizio di quest’ultimo; a differenza del pugile, il lettore è lieto di essere colto di sorpresa.

Lo scrittore cattivo: dice troppo. Non sa che gli esseri umani sono bravi col linguaggio. Possono mettersi davanti a un quadro e non vedere nulla ma, quando leggono, colgono tutte le sfumature del testo, comprese quelle che l’autore non voleva metterci.

Qualsiasi scrittore: crede che l’unico successo meritato sia il suo. Si applica anche ad architetti, avvocati, commercialisti, commercianti, dirigenti, falegnami, geometri, medici, operai, politici, professori, psicologi, pubblicitari, ragionieri, stilisti, ecc.

08 gennaio 2005

La forza caca addosso alla ragione

“Chi ha mangiato il pesce, cacherà le lische”.
“Chi meglio mi vuole, peggio mi fa”.
“Chi vuol del pesce, bisogna che s'immolli le brache”.
“Esser terreno da piantar carote”.
“La forza caca addosso alla ragione”.
“Lamentarsi di gambe sane”.
“Ogni grillo grilla a sé”.
“Se ha le corna in seno, non se le mette in capo”.

Modi di dire e proverbi nascono dalla creatività linguistica: abbreviano e vivacizzano concetti complessi (i modi di dire) e teorie sulla vita (i proverbi) che altrimenti dovremmo esprimere con frasi lunghe. Prendete “buttare il bambino con l’acqua sporca”, che sostituisce:

“disfarsi di qualcosa di inutile o dannoso e, insieme, disfarsi di qualcosa che serve ed è più importante”.

Si capisce come i modi di dire e i proverbi si diffondano: quando un parlante li inventa, l’ascoltatore li trova così felici che desidera riusarli. L’inventore resta ignoto, a meno che non sia uno scrittore: in questo caso, modi di dire e proverbi possono circolare col suo nome attaccato (“un vaso di coccio manzoniano”, “la notte di Hegel dove tutte le vacche sono nere”).

E’ noto che, a furia di usarle, queste invenzioni si logorano. Diciamo ancora “buttare il bambino con l’acqua sporca”, ma solo se non troviamo di meglio e con l’aria di chi, con un po' di tempo, svilupperebbe il punto con più incisività. E se assumiamo invece un’aria sostenuta, facciamo la figura di chi campa di luoghi comuni.

Le frasi dell’elenco iniziale sono modi di dire e proverbi del Cinquecento: a un certo punto, i parlanti dovettero smettere di usarli. Però, a leggerli oggi per la prima volta, hanno la freschezza originaria. Io, almeno, non vedo l’ora di incappare in qualche sopruso, per commentare “la forza caca addosso alla ragione!” e vedere l’effetto che fa.

Se volete provarci anche voi, trovate 365 modi di dire e proverbi nella “Lettera di Antonio Vignali”, un testo goliardico del 1557. Alcuni, come vedrete, dopo cinquecento anni sono ancora tra noi.

07 gennaio 2005

Lisia, Plutarco e io

Mi sono imbattuto in questo aneddoto, brillante e profondo, che mi preoccupa per il mio futuro di scrittore:

“Lisia aveva scritto e consegnato il discorso di difesa a un imputato: dopo averlo letto e riletto questi andò scoraggiato da Lisia e gli disse che alla prima lettura il discorso gli era parso meraviglioso, ma poi riprendendolo una seconda e una terza volta l’aveva trovato del tutto fiacco e privo di incisività. E Lisia ridendo: “E allora? Non lo devi pronunciare una volta sola davanti ai giudici?” (Plutarco, Moralia I, Biblioteca dell’Immagine, Pordenone. Traduzione di G. Pisani).

Vedete, io sono nella situazione opposta: anche fra i pochi che apprezzano i miei testi, tutti dicono di trovarli buoni quando provano a rileggere.

06 gennaio 2005

Baricco, Iliade

Alessandro Baricco

Per Natale un’amica mi ha regalato “Omero, Iliade”. A me Baricco non piace: trovo che non abbia idee e scriva con sciatteria (bada al ritmo, e per il resto butta le parole come vengono). La mia amica è discreta, e so che non mi chiederà se ho letto il libro. Ma a me piacerebbe dirle di averlo fatto. Ho anche pensato una battuta: “Beh, sai, ci sono le parti di Omero e quelle di Baricco. Quelle di Omero sono molto buone”.

Così mi sono letto il libro, con la speranza maligna di trovare conferma dei miei pregiudizi. Già al secondo capoverso dell’introduzione, dove Baricco dice come è intervenuto su Omero, mi sono illuminato. Scrive Baricco:

“Per prima cosa ho praticato dei tagli per ricondurre la lettura a una durata compatibile con la pazienza di un pubblico moderno. Non ho tagliato, quasi mai, delle scene intere, ma mi sono limitato, per quanto era possibile, a togliere le ripetizioni, che nell’Iliade sono numerose, e ad asciugare un po’ il testo. Ho cercato di non riassumere mai e di creare piuttosto delle sequenze più stringate usando sezioni originali del poema. Per cui i mattoni sono quelli omerici, ma il muro risulta più essenziale” (pag. 7).

In questo pezzo c’è una quantità di goffaggini.

a) “Per prima cosa”: il significato di “cosa” è quasi nullo. “Primo, …” basta e avanza.

b) “Praticato dei tagli”: orribile. “Praticato” è linguaggio burocratico e non contribuisce al significato del sintagma, che dipende tutto da “tagli”. Meglio “ho fatto dei tagli”, o “ho fatto tagli” (“dei” è un colloquialismo, tipico degli scrittori che vogliono scendere al livello dei lettori, livello che appunto suppongono basso).

c) “Ricondurre la lettura a una durata”: macchinoso. Ricondurre una lettura a una durata, che si intende più breve, si dice “abbreviarla”.

d) “Compatibile con”: di nuovo linguaggio burocratico. Meglio, per dirne una, “rispettoso di”.

e) “Delle scene”: vedi “dei tagli”.

f) “Per quanto era possibile”: impreciso. Qui Baricco intende che ha eliminato le ripetizioni che si potevano eliminare; “dove possibile” trasmetterebbe l’idea, più viva, dello scrittore che cerca le ripetizioni nel testo.

g) “Ho cercato di non riassumere”. Cercato? O ha riassunto o non ha riassunto. Forse Baricco intende che ha cercato di creare le sequenze stringate, ma allora “cercato” non deve stare all’inizio della principale. E, di nuovo, o Baricco ha creato le sequenze stringate o non le ha create. Se pensa di esserci riuscito, quel “cercato” non serve.

h) “Mai”: non aggiunge nulla.

i) “Numerose”: di nuovo linguaggio burocratico. Io direi “molte”, ma ammetto che “numerose” ha un etimo elegante (“dotato di numero”).

l) “Un po’”: non aggiunge nulla.

m) “Creare piuttosto delle sequenze più stringate usando sezioni originali del poema”: contorto. Più semplice “ho usato sezioni originali del poema per creare sequenze più stringate”. Meglio ancora “ho unito (“composto”, “fuso”) sezioni … in sequenze”. “Più” può cadere, visto che c’è “piuttosto”, che esprime già un’opposizione.

n) “Per cui” è una stampella, che gli scrittori porgono al lettore quando temono sia troppo stupido per capire che stanno traendo una conseguenza. Subito dopo, “ma” è inutile, perché l’opposizione fra i mattoni (di Omero) e il muro (no) sta già in “più”.

o) “I mattoni sono quelli omerici”: prolisso. Meglio “… sono omerici”, o “… di Omero” (un nome è più forte di un aggettivo).

p) “Muro … essenziale”: sarebbe una figura, solo che uno fatica a figurarsi il “muro essenziale”. I muri sono bassi, sottili, corti… Baricco provi a dire a un muratore “Mi faccia un muro essenziale”.

Ecco come riscriverei.

“Primo, ho fatto tagli, abbreviando la lettura per rispetto alla pazienza del pubblico moderno. Non ho tagliato, quasi mai, scene intere; dove possibile, ho tolto le ripetizioni, che nell’Iliade sono molte, e asciugato il testo. Non ho riassunto: piuttosto, ho composto sezioni originali del poema in sequenze stringate. I mattoni sono di Omero; il muro, risulta più sottile.”

Da 85 a 58 parole senza perdite semantiche.

Mi direte: “Ma Filter, così non è più lo stile di Baricco!”. Appunto. “Ma Filter, questo muro sottile non è granché!”. Sono d’accordo, ma è meglio che “essenziale”, ed è la figura che è malata dal principio.

Si può scendere a 57 parole eliminando “moderno”, anche se qui l’errore non è di stile. Che Baricco destini l’opera ai contemporanei è ovvio, e nel primo capoverso già accenna al progetto di leggere l’Iliade a teatro. “Moderno” può servire solo per opporre il pubblico di oggi a quello di ieri, con l’implicazione che i popoli dell’Ellade, non ancora infiacchiti dalla TV, avrebbero apprezzato la lettura integrale di Omero. Ma questa è una sciocchezza: i testi di Euripide o Sofocle, che si mettevano in scena allora, sono molto più brevi dell’Iliade. Baricco stesso dice che l’originale di Omero, a teatro, prenderebbe “una quarantina di ore”, dopo le quali anche gli ateniesi più resistenti sarebbero stati portati fuori a braccia.