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05 gennaio 2007

Segni di vita (11): Agli studenti italiani servirebbe di più studiare il cinese che il latino

Emergo dal silenzio perché non so trattenermi dal tradurre la risposta di Tim Hartford alla lettera di uno studente romano. La lettera è imprecisa, lo studente è probabilmente immaginario, la risposta è uno spettacolo di buon senso. Dal Financial Times online di oggi.

Caro economista,

ho un grosso problema con la mia scuola. Nelle scuole italiane lo studio del latino è obbligatorio, con priorità rispetto allo studio dell'inglese. Ragioni offerte: è il linguaggio dei nostri padri e ci aiuta a migliorare le nostre capacità logiche.

Trovo che siano ragioni vane, perché potremmo studiare il cinese, che migliorerebbe le nostre capacità logiche e inoltre ci aiuterebbe a fare strada in futuro. Che ne pensi?

Andrea Rocchetto (15 anni), Roma

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Caro Andrea,

in effetti è strano. Parlare il latino non pare fornire alcun beneficio pratico. Anche negli ambienti più raffinati il latino è, più che un'esibizione di erudizione, una dimostrazione di una gioventù mal spesa, come l'essere capaci di ripetere a memoria troppi sketch dei Monty Python.

Noti correttamente che il cinese sarebbe altrettanto valido come esercizio mentale, e fornirebbe il beneficio aggiuntivo di potere parlare a gente che non sia il Papa. Il termine tecnico è che imparare il latino è una strategia "debolmente dominata": non è mai superiore a imparare il cinese, e talvolta è inferiore.

Sfortunatamente, qui ti scontri con la politica. La teoria della scelta sociale suggerisce che un gruppo piccolo con molto da guadagnare da una politica tenderà a prevalere su un gruppo grande dove ognuno perde al massimo una piccola somma. Il gruppo piccolo sa qual è la posta in gioco ed è organizzato meglio - e questo è il motivo per cui abbiamo i dazi doganali, che aiutano un piccolo numero di persone imponendo costi poco conosciuti a una maggioranza diffusa.

Nel tuo caso, le vittime diffuse sono milioni di studenti sofferenti, mentre i vincitori sono probabilmente un gruppo ben compatto di professori di latino. Basta che tu ti chieda: cui bono? O, come dicono in Cina: dui shei you hao chu?

Peccato doverci sempre far dire le cose dagli inglesi.

10 ottobre 2006

Segni di vita (2): Racconti in sei parole

Scopro, grazie al sempre stimolante Marginal Revolution, che un giorno chiesero ad Hemingway di scrivere un racconto in sei parole. Il risultato fu:

For sale: baby shoes, never used.

Più che buono, direi. Mi piaceva pubblicarlo anche se siamo in interruzione. Sulla scia di Hemingway, altri autori si sono cimentati nell'esercizio. Il blog Pete Lit riporta questi:

Irvine Welsh: "Eyeballed me, killed him. Slight exaggeration."

Robert Olen Butler: "Saigon hotel. Decades later. He weeps."

Norman Mailer: "Satan--Jehovah--fifteen rounds. A draw."

Tobias Wolff: "She gave. He took. He forgot."

David Lodge: "I saw. I conquered. Couldn't come."

Augusten Burroughs: "Oh, that? It's nothing. Not contagious."

Dovessi assegnare un premio, sarei indecisa fra Irvine Welsh e David Lodge (che immagino avesse in mente un famoso racconto in tre parole).

Ho subito provato a scrivere anch'io un racconto in sei parole, ma senza successo: narrare non è il mio pane. A voi viene qualcosa?

Aggiornamento (12.10.06): si cimentano Aitan, B. Georg, Davide L. Malesi, Giulio Zu e i loro commentatori.

Aggiornamento (13.10.06): si cimentano anche Placida Signora e la sua squadra.

Aggiornamento (24.10.06): cimenti di Grilli per la testa, Guido Penzo e Stark.

Aggiornamento (25.10.06): si aggiunge Kimota.

01 settembre 2006

Criticare il prossimo fa sembrare intelligenti

Il post di Rodolfo di martedì mi ha fatto conoscere Michiko Kakutani. E’ un critico temibile, che ha acquistato autorità nella comunità letteraria anche grazie alle stroncature di molti autori famosi, da Susan Sontag a John Updike. Qui c'è un articolo significativo su di lei (linkato da Tommaso nei commenti al post di Rodolfo).

Oggi la Kakutani mi è tornata in mente leggendo l’eccellente blog di Bob Sutton (uno studioso di management; il suo Hard Facts è nella mia lista degli acquisti). In questo post, Sutton parla dell’effetto “Brilliant but cruel”: la gente tende a giudicare intelligenti le persone che criticano gli altri.

L’effetto fu descritto per la prima volta da Teresa Amabile, una ricercatrice di Harvard. In un esperimento, l’Amabile chiese a un gruppo di persone di leggere una serie di recensioni letterarie: alcune negative, altre positive verso il libro recensito. Le persone dovevano esprimere un giudizio su: a) la simpatia degli autori delle recensioni, b) l'intelligenza degli stessi.

Il risultato fu che gli autori delle recensioni negative furono giudicati meno simpatici ma più intelligenti degli autori di quelle positive. Ciò accadeva anche per le recensioni negative che esperti indipendenti ritenevano di qualità bassa.

La conseguenza sembra questa: se volete sembrare intelligenti, criticare il prossimo è un mezzo a buon mercato per riuscirci. Ciò come regola generale.

Se poi siete critici letterari (fra i nostri lettori ne circola qualcuno), il consiglio è: non fate l’errore di recensire solo libri che vi piacciono, punendo i libri brutti col semplice silenzio. Anzi, appena ne trovate uno, approfittatene per scrivere stroncature sincere.

Bob Sutton cita l’effetto “Brilliant but cruel” nel contesto della ricerca sugli stronzi (il suo ultimo libro si intitola The Asshole Factor). La tesi di Sutton è che le imprese dovrebbero cercarli ed eliminarli: secondo Sutton gli stronzi, per quanto potenti e autorevoli, danneggiano la produttività dei colleghi e dei sottoposti.

29 agosto 2006

L'egocentrismo di Jonathan Franzen

Jonathan Franzen, l’autore del fortunato “Le correzioni”, ha appena pubblicato un memoir dove narra della sua giovinezza e del suo matrimonio. Il titolo è “The discomfort zone”, che io tradurrei come “La zona scomoda” (è un gioco di parole su “comfort zone”, un modo di dire per i pensieri e le realtà da cui non vogliamo staccarci).

Oggi il New York Times vi dedica una recensione assai meno che entusiasta (accesso con registrazione o Bugmenot). Il recensore, Michiko Kakutani, descrive il libro come uno sguardo spietato ma compiaciuto dell’autore sui suoi difetti. Secondo la Kakutani, Franzen vi emerge come un uomo petulante, pomposo, ossessivo, egoista e, soprattutto, assorbito nell'auto-osservazione. La Kakutani riporta molti esempi. Questo è Franzen su sé stesso bambino:

…un piccolo divoratore di attenzione, sempre pronto a deviare le conversazione sul tema di me stesso.

Qui Franzen spiega quale fantasia gli susciti uno spettacolare paesaggio montano:

… io in un film con questa vista sullo sfondo e varie ragazze che ho conosciuto alle superiori e all’università che guardano il film e sono impressionate da me.

Franzen sulla popolarità di Charlie Brown:

Personalmente mi piaceva vincere e non potevo capire perché ci fosse tutto questo trambusto a proposito dei perdenti.

Franzen su un compagno di scuola:

Io, non lui, ero per diritto di natura il migliore studente della classe.

Franzen e la moglie:

Criticare la gente – la loro mancanza di perfezione – era sempre stato il nostro sport.

La Kakutani dice che tutto il libro è così: le persone che accompagnano la vita di Franzen vi appaiono come pallide figure di contorno alle sue seghe mentali. La Kakutani conclude chiedendosi quale lettore possa esserne interessato.

Io mi stupisco invece che uno scrittore, o chiunque altro, voglia fare spettacolo del proprio egocentrismo. Comunque lo si giri, l’egocentrismo è un’incapacità a dedicarci a ciò che è più grande di noi. Quindi, è una forma di mediocrità. Di solito, la gente tenta di nascondere la mediocrità.

Vado a tentoni: forse Franzen crede la scrittura nasca dal ripiegamento di sé. Mostrando quanto è ripiegato vuole provare di essere scrittore fino al midollo?

Oppure, Franzen crede nella teoria che ogni scrittore è maledetto: la scrittura stessa lo danneggia. Alcuni scrittori bevono, altri si perdono, altri distruggono chi li circonda. Svelando le sue paranoie, Franzen vuole forse mostrare stimmate a fedeli adoranti?

Oppure, molto semplicemente, fa parte dell'essere egocentrici credere che la gente spasimi dalla voglia di conoscere il tuo animo?

O Franzen in realtà è OK e la Kakutani è un critico malevolo? Non so, non conosco Franzen (non ho neanche letto "Le Correzioni"). Comunque, questo è un ritratto di Franzen in un articolo (favorevole) che Time dedica a "The Discomfort Zone":

In conversazione Franzen è ancora un po' ansioso e goffo, e inserisce pause monstre di 30 secondi mentre agonizza - letteralmente, sembra sia in agonia - su quale parola usare esattamente... Chiede molte volte se sta dicendo cose interessanti. Non può fare a meno di sparare piccoli fatterelli strani che si sono attaccati alla sua mente appiccicosa e superassorbente (secondo Franzen, il 43% dei guidatori di Subaru sono repubblicani; ogni persona negli USA continentali vive a meno di un miglio di distanza da un gufo; le ghiandaie uccidono 100 milioni di uccelli canori ogni anno solo in California)...

10 luglio 2006

Un episodio della vita di Voltaire

Oggi uno scrittore teme che nessuno stampi il suo libro. Nell’Europa del Settecento, dove pochi scrivevano e gli stampatori abbondavano, uno scrittore si preoccupava soprattutto che nessuno distruggesse il suo libro appena uscito. I roghi erano frequenti. I principi, i vescovi, i magistrati e i municipi vigilavano su ogni tipo di stampa perché non eccitasse il popolo. Se giudicavano pericolosa un’opera, ordinavano ai librai e ai lettori di consegnare le copie. Ammassatele su una pubblica piazza, le incendiavano. Intanto imprigionavano lo scrittore, se non era già fuggito.

Il motto di Voltaire, “detesto ciò che scrivi, ma darei la vita perché tu possa continuare a scrivere”, che suona iperbolico alle nostre orecchie, era adeguato alle crudezze dell’epoca. I nemici della libertà di parola erano armati. Dare rifugio a uno scrittore in disgrazia, o intervenire a suo favore in altro modo, era rischioso. Voltaire, dicendosi pronto alla lotta, faceva una dichiarazione impegnativa. Lui stesso, in gioventù, aveva passato un anno in carcere per avere scritto una satira sul Reggente di Francia.

E’ in quel clima che Jean-Jacques Rousseau pubblicò, nei primi mesi del 1762, due delle sue opere celebri: Emile, un discorso sull’educazione, dove dice che l’uomo nasce buono e poi la società lo corrompe, e Il contratto sociale, dove dice che l’uomo nasce libero ma è ovunque in catene. Entrambe le opere dispiacquero alle autorità: i preti erano affezionati all’idea che l’uomo nasce corrotto ed è poi reso buono da loro; i principi erano affezionati all’uso delle catene.

A giugno, il Parlamento di Parigi mandò al rogo Emile. Dopo pochi giorni, il Piccolo Consiglio di Ginevra, la città natale di Rousseau, mandò al rogo Emile e Il contratto sociale, “perché temerarie, scandalose ed empie, e tese a distruggere la religione cristiana e ogni governo”. Rousseau, ricercato, si rifugiò a Motiers, nel principato svizzero di Neuchatel.

In quegli anni Voltaire abitava in un castello a Ferney, una cittadina francese nello Jura. Ginevra era a pochi chilometri. Voltaire, ormai settantenne, sfoggiava ancora la prosa frizzante che lo aveva rivelato da giovane, ma era migliorato molto nelle pubbliche relazioni. Si era fatto amici alla corte di Francia. L’Académie française lo aveva accolto fra i suoi membri. Anche a Ginevra, Voltaire era introdotto nel circolo di notabili che governava la città attraverso il Piccolo e il Grande Consiglio.

Per Voltaire, Rousseau era un rivale. Dopo una collaborazione iniziale con Diderot e gli altri enciclopedisti, Rousseau, più giovane di loro, aveva preso posizioni filosofiche da cane sciolto. Nel 1756, si era spinto ad attaccare Voltaire, criticandone le tesi sulla provvidenza divina (Voltaire credeva non ci fosse, Rousseau sì). Ne era nata una rissa intellettuale, dopo la quale i due non avevano perso occasione per pungersi.

Potremmo dire: da tempo, Voltaire detestava ciò che Rousseau scriveva.

Quanto ad aiutare Rousseau perché continuasse a scrivere, Voltaire avrebbe avuto i mezzi per farlo. Non serviva che desse la vita. Per esempio, Voltaire avrebbe potuto spendere il suo peso a Ginevra, chiedendo agli amici nel Piccolo Consiglio di risparmiare a Rousseau la condanna.

Voltaire aveva già difeso scrittori perseguitati. Il motto di cui stiamo parlando apparve in una lettera che, nel 1758, Voltaire aveva scritto in appoggio a Dello spirito, di Helvetius, un’opera mandata al rogo dall’arcivescovo di Parigi. Poi Helvetius riparò in Prussia con l’aiuto di Voltaire.

E, negli stessi mesi dell’uscita di Emile e di Il contratto sociale, era scoppiato in Francia l’affaire Calas. Si trattava di un protestante, Jean Calas, condannato a morte a Tolosa con l’accusa di avere ucciso il figlio. Secondo i magistrati, Calas aveva così voluto impedire al giovane di convertirsi, come desiderava, alla chiesa cattolica. Il caso puzzava di persecuzione contro i protestanti. Voltaire ci si era buttato a capofitto e, muovendo tutte le sue relazioni (inclusa Caterina II di Russia), aveva ottenuto la riabilitazione del condannato (ormai sottoterra). Il caso avrebbe poi ispirato a Voltaire il celebre Trattato sulla Tolleranza.

Che fece Voltaire con Rousseau? La vicenda è intricata. Mi limito ai fatti principali.

  1. All’inizio del 1762, dopo i primi clamori provocati da Emile e da Il contratto sociale, quando le autorità discutevano il da farsi, Voltaire tacque. Non risulta una lettera, un pamphlet, un abboccamento dove Voltaire abbia tentato di proteggere Rousseau.

  2. A Rousseau, il silenzio di Voltaire parve voluto. Forse, sospettò che Voltaire avesse addirittura brigato contro di lui. Nel 1764, ancora in esilio a Motiers, Rousseau pubblicò le Lettere scritte dalla montagna, dove attaccava i governanti di Ginevra. Nella quinta lettera, Rousseau negava la sincerità di Voltaire. Con sarcasmo, Rousseau si chiedeva perché, se Voltaire era un difensore della tolleranza, i suoi amici ginevrini fossero stati tanto feroci contro Emile e Il contratto sociale: “Questi signori del Gran Consiglio vedono così spesso il signor Voltaire; come può non avere ispirato in loro quello spirito di tolleranza che predica senza pausa, e di cui ogni tanto ha lui stesso bisogno?”.

  3. Nella stessa lettera, Rousseau si toglieva lo sfizio di svelare che Voltaire era l’autore segreto del Sermone dei cinquanta, un pamphlet anonimo contro le religioni rivelate, ritenuto blasfemo. Era un tentativo di inguaiare il rivale.

  4. Le Lettere fecero chiasso. Solo allora Voltaire si mise a scrivere agli amici a proposito di Rousseau. In una lettera a François Tronchin, un personaggio influente del Piccolo Consiglio, Voltaire definì Rousseau un “blasfemo sedizioso” e invitò il governo a bruciarne le opere e ad agire contro di lui con “tutta la severità della legge”. Allora, la massima severità della legge era la morte.

  5. Subito dopo, Voltaire scrisse Le sentiment des citoyens, un altro pamphlet anonimo, che fece uscire a Ginevra. Nell’opera Voltaire si finge un pastore protestante indignato dalle Lettere. Secondo il sedicente pastore, la tolleranza ha i suoi limiti: “Si ha pietà di un folle; ma quando la demenza diviene furore, lo si lega. La tolleranza, che è una virtù, sarebbe in quel caso un vizio”. Il resto dell’opera mira a spiegare che Rousseau, appunto, è un caso di furore. Il testo lo qualifica come “demente”, “traditore”, “calunniatore”. Nel finale, il sedicente pastore chiarisce quale punizione abbia in mente: “Occorre insegnargli che se si punisce leggermente un romanziere empio, si punisce con la morte un vile sedizioso”.

Le sentiment des citoyens produsse il suo effetto, non solo a Ginevra: le Lettere furono bruciate in tutta Europa. Lo stesso Principato di Neuchatel, che aveva protetto Rousseau, emise una condanna. Rousseau dovette abbandonare anche Motiers: e le autorità cittadine fecero murare la sua casa, così che non potesse tornarci. Rousseau trovò infine rifugio presso David Hume, in Inghilterra.

L’autore di Le sentiment des citoyens restò segreto.

In seguito, Voltaire negò sempre i fatti. In una lettera del 1766 a Lullin, segretario di Stato a Ginevra, Voltaire scrisse: “Non sono per nulla amico del signor Rousseau, dico ad alta voce ciò che penso di buono o di cattivo delle sue opere; ma, avessi fatto il torto più piccolo alla sua persona, fossi servito a opprimere un uomo di lettere, me ne sentirei troppo colpevole”.

24 maggio 2006

Di nuovo sui laureati

E' online "Catastrofica università", l'articolo di Pietro Citati di cui parlavo ieri. Oltre alla pars destruens, dove Citati critica l'università di massa, vale la pena di leggere la pars construens, dove Citati propone una soluzione brillante: ridurre le aule a 30 persone e alleggerire i carichi didattici dei docenti.

Una recente circolare del Ministro Moratti prescrive che i professori universitari devono fare almeno centoventi ore annue di lezioni frontali. C'è di nuovo, almeno per me, la difficoltà di capire. Cos'è una lezione frontale? Secondo i dizionari, frontale vuol dire: relativo alla fronte come parte anatomica: con la fronte rivolta verso chi osserva: visto di fronte [..., qui altre nove definizioni, nda]. Infine, quasi spossato dalla fatica ermeneutica, trovai nel Dizionario della lingua italiana di Tullio De Mauro (Paravia) la spiegazione giusta: frontale è un metodo di insegnamento, nel quale il professore siede in cattedra, di fronte ai suoi allievi. Non amo molto l'insegnamento frontale: può essere agevolmente sostituito dalla lettura di un buon libro.

La vera lezione, sebbene rivolta a non più di trenta studenti, è il cosiddetto seminario: soltanto nel seminario, compiuto in comune, il professore insegna agli studenti a leggere un testo, cercando insieme a loro le fonti e le allusioni e interpretandone le superfici e i segreti. Ma centoventi ore annuali di insegnamento frontale sono troppe: un vero professore deve leggere e studiare per conto proprio; ciò che esige infinito tempo e pazienza.

Come è facile trovare soluzioni se si ignorano i vincoli sulle risorse.

Nei commenti al post di ieri, B.Georg segnala un articolo di Repubblica.it sullo stato dell'università italiana. Vi emerge che:

  • la soddisfazione dei laureati triennali è bassa (bassissima se si parla del rapporto coi docenti);

  • circa i tre quarti dei laureati triennali continua con un biennio o altri corsi post-laurea; ciò non realizza gli obiettivi della riforma, che voleva creare un'offerta ampia di laureati giovani pronti per il mercato del lavoro;

  • è scesa l'età media dei laureati, ma in gran parte solo a causa della durata più breve dei corsi di laurea.

A differenza di Citati, evito di lanciarmi in soluzioni e auguro buon lavoro a Fabio Mussi, nuovo ministro dell'Università e della Ricerca.

23 maggio 2006

In Italia ci sono troppi laureati?

Con l’insediamento del governo, si torna a parlare di questioni di interesse dei cittadini. Rosy Bindi, il nuovo ministro della famiglia, ha detto che appoggerà i PACS, sottolineando che non sono una scrittura privata ma devono avere una protezione pubblica. Il Vaticano si è subito indignato; che la Bindi non si sia rimangiata nulla è un segno ottimo.

Si parla anche di università. Su Repubblica di oggi, Pietro Citati si lamenta che la riforma Berlinguer ha prodotto un eccesso di laureati. Citati dice che la loro qualità è infima, proclama che l’università deve produrre un’élite, rilancia il tema delle braccia rubate all’agricoltura.

La riforma Berlinguer ha distrutto e sta continuando a distruggere la probabilità che in Italia si formi quella che chiamiamo un’élite moderna. Non voglio ripetere cose notissime: ma senza un’élite colta e intelligente, un paese non vive, non si sviluppa, non si arricchisce […].

Ricordo un mediocre studioso di diritto romano lamentarsi dolorosamente, in qualche raduno televisivo, della mortalità universitaria. Non riuscivo a capire. Pensai che la Peste, o il Colera, o il Tifo, o l’Aids, o Ebola, avessero spopolato i folti banchi della Sapienza. Lo specialista di diritto romano rassicurò il pubblico: no, Ebola non era arrivato fin qui. Il danno era molto più grave. Gli studenti universitari non terminavano le facoltà che avevano iniziato […].

Il professore si sbagliava. Che soltanto il venti o il trenta per cento degli studenti di lettere giungessero alla laurea era un fatto positivo [qui il corsivo è mio, nda]. Se si fossero laureati tutti, l’Italia avrebbe conosciuto una disastrosa disoccupazione scolastica. Così, invece, decine di migliaia di giovani ritornavano a Barletta o a Fabriano o a Alba o a Sanremo [Citati sembra supporre che la mortalità universitaria sia esclusiva degli studenti di provincia, nda]: vi aprivano un negozio di verdure o di formaggi o di tartufi o una piantagione di garofani (“Catastrofica università”, p. 47).

Sul Sole 24 Ore di sabato scorso, Luigi Zingales, economista all’Università di Chicago (che ha una facoltà di economia di tradizioni molto liberiste) dice invece che l’Italia ha pochi laureati, però non del tipo giusto.

E’ difficile sostenere che in Italia ci siano troppi laureati. Mentre negli Stati Uniti il 25% della popolazione sopra i 15 anni ha un diploma di laurea, in Italia siamo al 5%, come la Siria, meno di Ecuador e Bolivia, la metà del Perù. Dal punto di vista dell’occupabilità, il problema non è il numero ma la qualità dei laureati. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, i magazzini erano pieni di televisori invenduti. Forse che non c’era la domanda? No. E’ che nessuno voleva quei televisori.

L’esempio è particolarmente calzante [Zingales se lo dice da sé, nda]. L’eccesso di produzione di merci indesiderate è tipico delle economie pianificate […].

Lo Stato [italiano] sussidia fortemente la domanda. Mentre uno studente costa mediamente 15mila euro all’anno, la tipica matricola paga meno di mille euro. Ciò sostiene artificialmente la domanda per un prodotto di scarsa qualità […].

Per sensibilizzare i consumatori alla qualità del prodotto è necessario fargli pagare il costo reale del prodotto […]. Invece che pagare 15mila euro all’università per ogni iscritto, lo Stato può prestare la stessa somma allo studente per frequentare l’ateneo che preferisce. Sostenendo l’onere di tasca propria, diventerà molto più sensibile alla qualità […].

Il secondo passo per aumentare la sensibilità del consumatore alla qualità è l’eliminazione della domanda artificiale del “pezzo di carta” abolendo il valore legale del titolo di studio. Nessuno negli Stati Uniti si sognerebbe di pensare che una laurea ad Harvard sia equivalente a una alla Colgate University. Perché in Italia si impone questa equivalenza per legge? (“Come migliorare le università e far risparmiare l’erario”, pp. 1, 6)

Il problema è complicato. Mi limito a esprimere qualche dubbio sulle soluzioni proposte da Zingales.

1) Se, come sostiene Zingales, l’università italiana costa troppo poco, ci dovrebbe essere un eccesso di domanda: fiumane di giovani dovrebbero tentare di iscriversi e di laurearsi. Perché allora l’Italia ha la metà dei laureati del Perù? Non ci saranno altri costi e altre barriere, oltre alle rette?

2) Con il sistema del prestito, dopo la laurea quinquennale uno studente avrebbe accumulato un debito di 65mila euro: una sorta di piccolo mutuo, da aggiungere a quello per la casa, alle rate per la macchina, e a quel mutuo ventennale o trentennale di fatto che sono i figli (nell’ipotesi che lo studente, diventando lavoratore, voglia avere una vita sua). Il sistema del prestito scoraggerebbe le fasce sociali deboli dagli studi. Vogliamo un’élite alla Citati, riservata ai figli di genitori con le spalle larghe?

3) Mi spiace per Zingales, l’esempio del televisore non è “particolarmente calzante”. I televisori sono beni di consumo. I laureati producono ricchezza, cioè sono beni capitale: sovvenzionare l’istruzione con denaro pubblico può avere altrettanto senso che costruire un ponte o una rete elettrica a spese dello Stato.

4) Il sistema universitario modello che ha in mente Zingales, quello americano, non si basa solo sul mercato. Harvard fallirebbe domani se dipendesse solo dalle rette: molti ricavi vengono dalle donazioni private.

5) Caricare sugli studenti il costo degli studi li incentiverebbe a chiedere un servizio migliore. Però, ciò è vantaggioso solo se gli studenti sono capaci di valutare la qualità del servizio (per esempio, se riescono a capire se un certo insegnamento è o no utile per il lavoro). Senza offesa per gli studenti, ciò equivale ad affidare ai malati il compito di valutare se una certa cura sarà utile o no alla loro salute.

6) L’equivalenza per legge del titolo di studio vale solo per le professioni e l’impiego pubblico. Tuttavia, anche i datori di lavoro privati sembrano poco sensibili all’università di provenienza degli aspiranti assunti. Siamo sicuri che il problema sia il “valore legale”?

Aggiornamento (1 giugno): Azioneparallela critica l'articolo di Citati.

04 maggio 2006

Scene di vita (82)

Sidney (Australia), 1° maggio 2006. La commediografa Katherine Giovenali scrive protetta da pareti di perspex, indifferente ai curiosi. La Giovenali conferma la teoria di Virginia Woolf che, per scrivere, una donna ha bisogno di una stanza tutta per sé.

29 marzo 2006

L'angolo del maiale (13)

Molti grandi artisti sono brutti. Perché? Forse perché le persone creative e malfatte vivono un divario fra l'alta concezione che hanno di sé e lo sguardo, indifferente, che un mondo superficiale riserva loro. Persone simili, potendo, cambierebbero il loro volto. Siccome non possono, sfogano il dolore nell'arte. Creano il bello nelle forme, con l'oscuro desiderio di appropriarsene. Perciò sull'opera appongono il loro nome.

Il maiale è bellissimo, ma lui non lo sa. La gente, ignorante, lo deride tutti i giorni. Lui, poveretto, se ne affligge. Come stupirsi che, a sua volta, cerchi la sua strada nell'arte?

Nella foto, Pinto, un piccolo maiale di razza Yucatan, è ritratto mentre completa un dipinto. Un ragazzo di bottega lo assiste. Fra le arti, il maiale ha sempre prediletto la pittura. Come notate, le setole sul muso fungono da pennello naturale. Quasi si direbbe che Dio gliele abbia date apposta per dipingere.

Abile negli accostamenti e preciso nelle linee, Pinto crea figure astratte che svelano tutto il sentimento di innocenza perduta che contraddistingue il maiale moderno. I colori hanno attratto l'attenzione di alcuni produttori di foulard.

Dopo anni di studi alla ricerca di un suo stile, Pinto presenterà in aprile la sua prima personale. L'evento si terrà presso lo zoo di Brooksfield (Illinois). Porgiamo a Pinto i nostri auguri.

Saprà il mondo capirlo?

21 febbraio 2006

Come punire David Irving?

Ieri un tribunale di Vienna ha condannato a tre anni di reclusione lo storico inglese David Irving. Nel 1989 David Irving sostenne che ad Auschwitz non c'erano camere a gas, che le testimonianze dei sopravissuti sono false, che non più di 300.000 persone sono morte nei campi di concentramento tedeschi. Probabilmente, David Irving è un antisemita. Con certezza, è un grosso stronzo.

Gran parte della comunità ebraica ha approvato la sentenza. Per esempio Amos Luzzato, presidente dell'Unione Italiana delle Comunità Ebraiche, ha detto di Irving (Repubblica di oggi):

Condanna giusta, anche a distanza di tanto tempo. E dico di più: meglio di lui si sono comportati alcuni vecchi nazisti, penso ad esempio al padre di Guenther Grass, che per le sue colpe si è suicidato in pubblico col cianuro.

Io mi ritrovo invece nel commento del Rabbino Jonathan Romain, direttore del "Jewish Information and Media Service" di Londra, che ha dichiarato al Guardian:

Mi felicito di questa ulteriore sconfessione pubblica delle teorie pseudo-storiche di David Irving, ma personalmente preferisco che gli si infligga disprezzo piuttosto che la prigione.

11 gennaio 2006

Il self help ha poca rispettabilità culturale

Su Repubblica di sabato scorso (7 gennaio), è apparsa un'intervista a Raimon Panikkar. L'intervistatore (Antonio Gnoli) informava che "Raimon Panikkar è un uomo coltissimo, i cui interessi spaziano dalla filosofia alla religione, alla scienza... E' considerato il più autorevole studioso in grado di mettere a confronto religioni diverse. E' un fautore del dialogo interculturale. Splendide le sue traduzioni dal vedico".

Durante l'intervista, Gnoli si è meravigliato che Panikkar dicesse che "bisogna liberarsi dall'ossessione del perché".

G. Ma è piuttosto difficile vivere in un mondo come il nostro e non chiedersi mai il perché.

P. Attenzione. Sono le azioni ultime, come l'amore autentico, che si fanno senza un perché.

Libertà da tutto tranne che dal proprio cuore?

Si è liberi quando non diamo una ragione alle nostre decisioni.

Siamo nel campo della fede o della follia.

E' solo l'Occidente che vuole giustificare ogni cosa, trovare una spiegazione per tutto.

Quest'idea, che a Gnoli ricorda gli atti di fede e di follia, a me risveglia vecchie letture di libri di self help (ebbene sì, mi piacciono i libri di self help). Per esempio Edward de Bono, lo psicologo e consulente aziendale che ha inventato il metodo a "Sei Cappelli" per il pensiero laterale, descrive il "Cappello Rosso" così:

Nel sistema a Sei Cappelli per il pensiero laterale, il Cappello Rosso permette a un partecipante alla riunione di esprimere i suoi sentimenti così come sono. Non è tenuto a spiegare, giustificare, qualificare o scusarsi per ciò che sente. Il Cappello Rosso legittima i sentimenti (traduco da Edward de Bono, How to be more interesting, p. 151).

Il Cappello Rosso vi autorizza a ciò che tutti vi dicono di non fare mai: parlare prima di avere pensato. Così come Panikkar vi invita ad agire prima di esservi fatti domande. Dire che Panikkar è profondo e de Bono un banalizzatore sarebbe ingiusto: anzi, a differenza di Panikkar, de Bono ricorda che ci sono altri cinque cappelli da indossare.

Un secondo esempio è "la tavola dei diritti dell'assertività". L'assertività è una tecnica per gestire le critiche e le opposizioni. La teoria è che il possesso di questa tecnica vi renda più forti, perché se vi sentite capaci di affrontare gli altri li temete meno. Quindi, guadagnate libertà interiore e prendete più iniziative. La tecnica si basa sul riconoscere a voi stessi una serie di diritti, fra cui:

Diritto assertivo 8. Hai diritto di essere illogico nelle tue decisioni.

La logica è di grande aiuto agli altri nell'affrontare i tuoi comportamenti se vogliono cercare di farti cambiare. Se mi chiedessero di spiegare a un bambino che significa la parola "logica", non sbaglierei troppo dicendo "La logica è ciò che gli altri usano per dimostrarti che sbagli", e lui capirebbe cosa intendo (traduco da Manuel J. Smith, When I say no, I feel guilty, pp. 62-63).

Gli esempi potrebbero continuare. Mi chiedo se la differenza fra un "uomo coltissimo" come Panikkar e gli autori del self help, che hanno ben poche pretese culturali, non si riduca alla forma che danno alle loro idee. Panikkar le copre di vesti curiali, gli autori di self help di significati pratici. Non esprimo giudizi su cosa sia meglio (non cerco di essere logica). Dico solo, mettendomi il Cappello Rosso in testa, che i libri di self help sono strampalati ma stimolanti. L'intervista a Panikkar era noiosa e mortifera.

04 dicembre 2005

When it rains as if there's no tomorrow

L’inverno è una buona stagione per leggere? Jules Feiffer pensa di sì. O, almeno, pensa che lo sia per le donne. Leggete la striscia completa sul New York Times di oggi.

01 dicembre 2005

Le intenzioni dell'autore

Susanne Clarke, autrice di Jonathan Strange e Mr. Norrell (un libro sottile, colto, divertente che ovviamente in Italia nessuno ha cagato) così inizia a rispondere alle domande di Crooked Timber sui perché e i per come del suo romanzo:

“Inizierò, come fece China Miéville, mettendo le mani avanti. In effetti, riprenderò proprio ciò che China diceva all’inizio del suo pezzo. Dice:

Uno degli argomenti comuni sollevati dagli autori è la fesseria del “Ne so più di te perché l’ho scritto”. Per rendere la mia posizione assolutamente chiara: al diavolo l’intenzione dell’autore. Non ne so necessariamente più degli altri.

Per me non è solo che gli autori non sempre ne sanno più degli altri. E più un ‘Ragazzi, mi spiace, ma in realtà non sono l’autrice’. L’autrice non è potuta venire. E’ uscita. Se ne è andata dopo avere finito il libro. Io sono la persona che resta dopo che lei è sparita. Può darsi che io possa aiutarvi perché, a quanto pare, ho qui un mucchio dei suoi ricordi - e anche molte delle sue note e altro. Ma, per quanto qualche ricordo sia limpido come un cristallo, altri sono sfocati, e parecchi altri mancano. Idem per le note e il resto. Riguardo a ciò che intendeva scrivendo questo o quello, in molti casi non avrebbe saputo rispondere comunque. Non se ne diede mai pensiero. Farò il mio meglio per ricostruire ciò che posso. In effetti fingerò di essere lei, dicendo “io” e “me”. Il punto è che se in qualsiasi momento vi sembrasse che io la stia contraddicendo (l’autrice), allora credete a lei e non a me. Fra noi due, è la più sveglia”.

Per quei tre che avessero letto il romanzo, qui c’è il resto, dove la Clarke dimostra che non è poi tanto meno sveglia dell’autrice.

25 settembre 2005

Ritagli

Su Repubblica di oggi, Gianni Mura si chiede perché, se non ci piace che la Cina arresti i dissidenti, ci stanno bene le Olimpiadi a Pechino.

“[Manuela di Centa] era già stata la prima italiana a salire in cima all’Everest, il 23 maggio 2003. Come mai questo bis? «Porterò lassù la fiaccola di Pechino. I dirigenti del comitato organizzatore cinese vogliono fare le cose in grande e pensano a un gesto eclatante. Per questo si sono rivolti a me». Ci sarebbe un gesto ancora più eclatante e meno faticoso della scalata di un 8000 metri. Portare la fiaccola di Pechino in giro per il Tibet e vedere l’effetto che fa. In Cina i diritti civili sono calpestati tutti i giorni, ma sembra che la cosa non faccia notizia. Se Yahoo! consegna un giornalista dissidente alla giustizia cinese, si parla di boicottare Yahoo. Forse boicottare la Cina è poco eclatante o poco chic, vai a sapere.”

Sempre Repubblica pubblica un lungo articolo di Michel Houellebecq, “L’alfabeto del pessimista”, già apparso in Francia su Les Inrockuptibles. E’ una carrellata di commenti e confessioni su 25 temi, da “Automobile” a “Zarathustra”. Houellebecq mi ricorda certi dirigenti di azienda che hanno visto il mondo, e a pranzo vogliono spiegarti come gira. Usa concetti ottocenteschi (i popoli, i sentimenti, la morale), dice cose ottocentesche (“a parte la poesia e la pittura, nessuna arte è in grado di descrivere la gioia”), ma è intelligente, sincero e scrive benissimo. Mescola generalizzazioni arrischiate con intuizioni belle, per esempio in questo pezzo.

“Sinistra. Ho un’obiezione che mi sembra un mistero: più governi di sinistra ci sono, più aumenta il controllo sociale. Il tabacco è un esempio eclatante. Il fatto che i non fumatori abbiano diritti, ecco un’idea di sinistra. E’ un problema, perché si finisce – e non era proprio questo il mio punto di vista all’inizio – con l’apprezzare quelle merde di paesi liberali dove non ci sono regole, dove se hai denaro puoi fare quello che vuoi… Il livello di controllo sociale non è estendibile all’infinito, a meno di cambiare la biologia. Vorrei non avere voglia di fumare, ma ho bisogno di un’operazione al cervello; non sono necessariamente contrario, ma imporre norme alla vita senza dare in cambio soddisfazioni autentiche… penso che sia un campo dove sarebbe meglio non spingersi troppo avanti.”

27 giugno 2005

Libri e librerie

Davide L. Malesi invita i Fantastici quattro a prendere il testimone in una catena di Sant’Antonio sui libri. Eseguo io.

Libri della mia biblioteca

Mai contati, ma stanno tutti su otto librerie Billy dell’IKEA, con qualche scaffale ancora vuoto. Il piano è non comprare altre librerie in vita mia. Mi piacciono i libri come oggetti, ma solo quando sono nuovi. Certi libri che comprai anni fa, magari già usati, e che ora iniziano a prendere le pagine gialle, mi fanno l’effetto delle giacche sformate che non voglio più indossare. Quando gli scaffali delle Billy saranno completi, libererò spazio regalando il vecchiume agli amici (o vendendolo al Libraccio).

L’ultimo libro che ho comprato

Susanna Tamaro, Va’ dove ti porta il cuore, in offerta speciale all’Esselunga. Mi interessano i libri di successo. In genere, evito di leggerli subito e programmo di prenderli in mano ad acque calme, sperando di capire perché alla gente sono piaciuti. Non ci riesco mai. Ho letto Il nome della Rosa dieci anni dopo l’uscita, e mi è sembrato un giallo come tanti altri, solo con descrizioni e discussioni noiosissime. Nel caso della Tamaro ne ho aspettati undici e, di nuovo, non ho capito la differenza coi vecchi romanzi di Delly.

Il libro che sto leggendo ora

Susanna Clarke, Jonathan Strange & Mr Norrell. Per essere più precisi, lo sto leggendo dal dicembre 2004. Anche qui avevo un piano: dieci o quindici pagine alla sera prima di dormire, calcolando di completarle tutte e 800 prima di Pasqua. Sono ancora a pag. 604. E’ un fantasy ambientato nell’Inghilterra dell’epoca napoleonica; i due personaggi del titolo resuscitano la tradizione magica dell’Inghilterra del Medioevo, quando, come tutti sanno, metà del regno era sotto il controllo delle fate. Strange e Norrell aiutano i connazionali nella guerra a Napoleone. Strange in particolare fornisce incantesimi al duca di Wellington nella campagna in Portogallo e nella battaglia di Waterloo. I due maghi devono poi lottare contro le forze che hanno svegliato. Il libro si immagina scritto al tempo della vicenda, con un inglese antiquato (“chuse” al posto di “choose”, per dire). Lo stile della Clarke è preciso, leggero ma prolisso; la storia più lunga di quello che dovrebbe; i personaggi sono convenzionali. Però il romanzo mi piace. Ci tornerò sopra, se capissi il perché.

Tre libri che consiglio

Persepolis, di Marjane Satrapi, per capire qualcosa delle elezioni in Iran. L’istinto del linguaggio, di Steven Pinker, per sapere che facciamo davvero quando parliamo. Una vespa che spavento! di Toti Scialoja, perché ha poesie come questa:

L’albatro a cui tendevi
un piccolo caimano
volò così lontano
che non si vede più.

Cinque blogger a cui passo il testimone

Blindfury, Culodritto, Danilotto, Lucis, Tommaso Giartosio.

Chi vorrei essere se dovessi rinascere

Una mucca al pascolo (mi piace la vita tranquilla). Se possibile svizzera (per stare in montagna).

28 aprile 2005

Samuel Johnson, “On blogstars”

Samuel Johnson, il saggista del Settecento, compilatore di un famoso Dizionario della lingua inglese, e uno dei padri della critica letteraria, mette in guardia le blogstar dal successo che credono di ottenere con polemiche su temi effimeri.

“Fra coloro la cui reputazione è in breve consumata dalla sua stessa abbondanza stanno gli scrittori che sfruttano eventi attuali o personaggi che attirano forti passioni e l’attenzione universale. Non è difficile conquistare lettori se discutiamo una questione che chiunque desidera capire, che è dibattuta in ogni consesso e che ha diviso la nazione in partiti; o quando mostriamo i difetti o le virtù di chi, per la sua pubblica condotta, ha reso quasi ognuno suo nemico o suo amico […].

Ci vuole poco a immaginare attraverso quante ramificazioni di interessi l’ardore di parte si diffonde; e quali moltitudini si credono colpite da qualunque satira o panegirico di un uomo eminente. Chiunque, in qualsiasi momento, abbia avuto l’occasione di citarlo con elogio o disapprovazione, chiunque ami o odi uno dei suoi sostenitori, dato che desidera vedere confermata la sua opinione o sostenere il suo partito, studierà diligentemente ogni scritto dove spera di trovare sentimenti simili ai suoi. Un oggetto, per quanto piccolo in sé, se posto vicino all’occhio si accaparra tutti i raggi di luce; e una faccenda, per quanto insignificante, si gonfia di importanza se è spinta innanzi alla nostra attenzione. Chi studierà i pamphlet politici di un regno passato si stupirà che fossero letti con tanta avidità, o tanto chiassosamente lodati. Molte delle opere che furono capaci di infiammare le fazioni, e di gettare un regno nel caos, hanno ora un effetto modestissimo su un critico distaccato […]. Chi scrive su temi effimeri, mentre dapprima è esaltato sopra i suoi meriti, poi, in proporzione, è abbassato sotto di essi […].

E’ il destino certo dei polemisti, anche quando si battono per verità filosofiche o teologiche, di essere presto messi da parte e disprezzati. O la questione si decide, e non c’è più spazio per il dubbio e l’opposizione, o l’umanità dispera di comprenderla, e si viene a stancare del disturbo.” (The Rambler, n. 106, 1750; traduzione dall’originale; via Crooked Timber)

In questa serie: Thomas Hobbes, “On blogging”.

07 aprile 2005

Le stupefacenti avventure di Lethem e Chabon

Un racconto a fumetti con Jonathan Lethem e Michael Chabon supereroi, dove finalmente ho capito perché i libri di Minimum Fax piacciono poco alle ragazze. Con la partecipazione di Jonathan Franzen e Candace Bushnell. Link (Solo per appassionati, via Drawn!). L’autrice è Patricia Storms.

06 aprile 2005

Il pubblico e la critica

Sto leggendo I dieci comandamenti di uno scrittore, una raccolta di articoli di Stephen Vizinczey, l’autore ungherese (di lingua inglese) noto per Elogio delle donne mature. Nonostante il titolo (italiano), la raccolta parla poco di regole per scrivere e molto del ruolo della letteratura nella società e nella vita. Gli articoli sono tutti buonissimi: vivaci, ben scritti, ricchi di idee. Ho trovato inquietante “Il potere della critica” (pp. 154-165), dove Vizinczey scrive:

“L’immenso potere della critica – il suo potere di stabilire che cosa la maggior parte dei lettori leggerà, e di conseguenza quali scrittori vivranno bene e quali resteranno poveri, il suo potere di fare la differenza tra la vita e la morte di uno scrittore – non ha niente a che vedere con la qualità della critica, ma si basa sul fatto che i lettori per lo più odiano essere soli nelle proprie opinioni e nei propri giudizi. […] E’ molto più piacevole aver la sensazione di condividere le proprie opinioni con gli ‘esperti’, i recensori di giornali e riviste tenuti in gran considerazione.”

Potreste chiedervi se non sia la lagna di uno scrittore che si reputa poco considerato. Non lo è. Vizinczey spiega che dapprima i critici americani ignorarono Elogio delle donne mature, che infatti vendette pochissimo nella prima edizione. Poi tutto cambiò:

“Eppure pochi mesi dopo negli Stati Uniti il romanzo cominciò a vendere di nuovo e vendette più di un milione di copie in edizione tascabile. Che cosa era successo? Il romanzo non era stato migliorato, né il pubblico dei lettori poteva essere cambiato così in fretta. Nel frattempo, però, Elogio delle donne mature era stato pubblicato in Inghilterra, dove aveva ricevuto la benedizione di critici e scrittori […], e brani delle loro recensioni stampati sulla quarta di copertina del tascabile americano facevano sentire gli americani liberi di apprezzare il libro e parlarne”.

Vizinczey sottolinea che il potere della critica non nasce dall’ignoranza dei lettori, ma dal desiderio di una reputazione.

“L’influenza della critica letteraria varia da paese a paese, ma sembra che gli spiriti indipendenti che leggono un libro alla luce del proprio giudizio e non alla luce delle opinioni consolidate siano rari ovunque. E paradossalmente sono più rari tra i letterati. Il potere dei critici, basato sull’istinto del gregge, è più forte proprio sulle persone che si ritengono individualiste, la classe intellettuale. Il loro gusto per la letteratura e la loro abilità nel giudicarla sono una parte importante dell’immagine di se stessi, che è la fonte della loro autostima, e per questo motivo la loro paura di sbagliare, o che possa sembrare che sbaglino, li rende più bramosi di essere d’accordo con l’opinione dell’‘esperto’.”

L’articolo prosegue con aneddoti salaci sulla critica letteraria di New York e attacchi duri all’accademia (“gli assurdi libri di Derrida”). Alla fine parla anche dell’Italia.

“Ho a lungo creduto che l’America fosse una caso particolare, ma mi capitò di trovarmi in Italia quando uscì Il pendolo di Foucault di Umberto Eco. La sfacciata pubblicità travestita da critica letteraria sarebbe stata vergognosa a New York. Il successo artefatto di questo illeggibile romanzo mette insieme i deleteri effetti del denaro e l’insolenza accademica, che hanno illuso persone credule dando loro la convinzione che la letteratura è ciò che i professori sanno fare: menzionare fatti poco conosciuti, citare oscuri documenti, parlare a vanvera di tutto o niente, mescolare frasi incomprensibili con luoghi comuni.”

13 marzo 2005

Nobiltà dello spirito

“La nobiltà dello spirito, rispetto a quella tradizionale, ha il vantaggio che uno se la può conferire da solo” (Robert Musil, Monologo di un aristocratico dello spirito. Pubblicato in Romanzi brevi, novelle, aforismi, Einaudi, 1986).

11 marzo 2005

Portatile

Assemblea Nazionale del Popolo

Nel Medioevo i libri erano grossi e pesanti. Perciò esistevano versioni portatili, come questo breviario, che è la copia di un modello del Quattrocento conservato alla biblioteca pubblica di New York. Grazie alla maniglia, i frati potevano assicurarselo alla cintura. Rubo la foto da questa (meravigliosa) galleria permanente di rilegature a mano. Ho anche appreso che i libri da cintura non sono per nulla scomparsi.