23 maggio 2006

In Italia ci sono troppi laureati?

Con l’insediamento del governo, si torna a parlare di questioni di interesse dei cittadini. Rosy Bindi, il nuovo ministro della famiglia, ha detto che appoggerà i PACS, sottolineando che non sono una scrittura privata ma devono avere una protezione pubblica. Il Vaticano si è subito indignato; che la Bindi non si sia rimangiata nulla è un segno ottimo.

Si parla anche di università. Su Repubblica di oggi, Pietro Citati si lamenta che la riforma Berlinguer ha prodotto un eccesso di laureati. Citati dice che la loro qualità è infima, proclama che l’università deve produrre un’élite, rilancia il tema delle braccia rubate all’agricoltura.

La riforma Berlinguer ha distrutto e sta continuando a distruggere la probabilità che in Italia si formi quella che chiamiamo un’élite moderna. Non voglio ripetere cose notissime: ma senza un’élite colta e intelligente, un paese non vive, non si sviluppa, non si arricchisce […].

Ricordo un mediocre studioso di diritto romano lamentarsi dolorosamente, in qualche raduno televisivo, della mortalità universitaria. Non riuscivo a capire. Pensai che la Peste, o il Colera, o il Tifo, o l’Aids, o Ebola, avessero spopolato i folti banchi della Sapienza. Lo specialista di diritto romano rassicurò il pubblico: no, Ebola non era arrivato fin qui. Il danno era molto più grave. Gli studenti universitari non terminavano le facoltà che avevano iniziato […].

Il professore si sbagliava. Che soltanto il venti o il trenta per cento degli studenti di lettere giungessero alla laurea era un fatto positivo [qui il corsivo è mio, nda]. Se si fossero laureati tutti, l’Italia avrebbe conosciuto una disastrosa disoccupazione scolastica. Così, invece, decine di migliaia di giovani ritornavano a Barletta o a Fabriano o a Alba o a Sanremo [Citati sembra supporre che la mortalità universitaria sia esclusiva degli studenti di provincia, nda]: vi aprivano un negozio di verdure o di formaggi o di tartufi o una piantagione di garofani (“Catastrofica università”, p. 47).

Sul Sole 24 Ore di sabato scorso, Luigi Zingales, economista all’Università di Chicago (che ha una facoltà di economia di tradizioni molto liberiste) dice invece che l’Italia ha pochi laureati, però non del tipo giusto.

E’ difficile sostenere che in Italia ci siano troppi laureati. Mentre negli Stati Uniti il 25% della popolazione sopra i 15 anni ha un diploma di laurea, in Italia siamo al 5%, come la Siria, meno di Ecuador e Bolivia, la metà del Perù. Dal punto di vista dell’occupabilità, il problema non è il numero ma la qualità dei laureati. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, i magazzini erano pieni di televisori invenduti. Forse che non c’era la domanda? No. E’ che nessuno voleva quei televisori.

L’esempio è particolarmente calzante [Zingales se lo dice da sé, nda]. L’eccesso di produzione di merci indesiderate è tipico delle economie pianificate […].

Lo Stato [italiano] sussidia fortemente la domanda. Mentre uno studente costa mediamente 15mila euro all’anno, la tipica matricola paga meno di mille euro. Ciò sostiene artificialmente la domanda per un prodotto di scarsa qualità […].

Per sensibilizzare i consumatori alla qualità del prodotto è necessario fargli pagare il costo reale del prodotto […]. Invece che pagare 15mila euro all’università per ogni iscritto, lo Stato può prestare la stessa somma allo studente per frequentare l’ateneo che preferisce. Sostenendo l’onere di tasca propria, diventerà molto più sensibile alla qualità […].

Il secondo passo per aumentare la sensibilità del consumatore alla qualità è l’eliminazione della domanda artificiale del “pezzo di carta” abolendo il valore legale del titolo di studio. Nessuno negli Stati Uniti si sognerebbe di pensare che una laurea ad Harvard sia equivalente a una alla Colgate University. Perché in Italia si impone questa equivalenza per legge? (“Come migliorare le università e far risparmiare l’erario”, pp. 1, 6)

Il problema è complicato. Mi limito a esprimere qualche dubbio sulle soluzioni proposte da Zingales.

1) Se, come sostiene Zingales, l’università italiana costa troppo poco, ci dovrebbe essere un eccesso di domanda: fiumane di giovani dovrebbero tentare di iscriversi e di laurearsi. Perché allora l’Italia ha la metà dei laureati del Perù? Non ci saranno altri costi e altre barriere, oltre alle rette?

2) Con il sistema del prestito, dopo la laurea quinquennale uno studente avrebbe accumulato un debito di 65mila euro: una sorta di piccolo mutuo, da aggiungere a quello per la casa, alle rate per la macchina, e a quel mutuo ventennale o trentennale di fatto che sono i figli (nell’ipotesi che lo studente, diventando lavoratore, voglia avere una vita sua). Il sistema del prestito scoraggerebbe le fasce sociali deboli dagli studi. Vogliamo un’élite alla Citati, riservata ai figli di genitori con le spalle larghe?

3) Mi spiace per Zingales, l’esempio del televisore non è “particolarmente calzante”. I televisori sono beni di consumo. I laureati producono ricchezza, cioè sono beni capitale: sovvenzionare l’istruzione con denaro pubblico può avere altrettanto senso che costruire un ponte o una rete elettrica a spese dello Stato.

4) Il sistema universitario modello che ha in mente Zingales, quello americano, non si basa solo sul mercato. Harvard fallirebbe domani se dipendesse solo dalle rette: molti ricavi vengono dalle donazioni private.

5) Caricare sugli studenti il costo degli studi li incentiverebbe a chiedere un servizio migliore. Però, ciò è vantaggioso solo se gli studenti sono capaci di valutare la qualità del servizio (per esempio, se riescono a capire se un certo insegnamento è o no utile per il lavoro). Senza offesa per gli studenti, ciò equivale ad affidare ai malati il compito di valutare se una certa cura sarà utile o no alla loro salute.

6) L’equivalenza per legge del titolo di studio vale solo per le professioni e l’impiego pubblico. Tuttavia, anche i datori di lavoro privati sembrano poco sensibili all’università di provenienza degli aspiranti assunti. Siamo sicuri che il problema sia il “valore legale”?

Aggiornamento (1 giugno): Azioneparallela critica l'articolo di Citati.

12 commenti:

seia ha detto...

Citati ha il gusto del paradosso e della provocazione. Penso che l'età poi lo condizioni, però solleva un problema che è fondato. La riforma ha consentito che una massa di gente che non avrebbe mai raggiungo nemmeno la patente a punti si possa fregiare di una laurea. Indipendentemente da quel che io possa pensare sul valore implicito di una laurea, non posso che stupirmi quando incontro gente a cui non darei in gestione nemmeno i servizi degli autogrill sull'autostrada, che vantano una laurea. Questi poi fanno danni. Sulla proposta di Zingales invece la penso come te.

Angelita ha detto...

Sono d'accordo che un laureato di oggi (triennalista) vale assai meno di un laureato di, che so, quindici anni fa. Osservo che lo scopo della riforma era proprio quello: trasformare la laurea da titolo di studio elitario in titolo di studio più accessibile, lasciando i bienni, i master e i dottorati agli studenti che volessero approfondire o arricchire il curriculum. Il rispetto che una volta si dava ai "dottori" bisognerà cominciare a darlo a chi ha qualche titolo in più. Citati, con quelle battute sui negozianti di verdure, mi sembra affezionato al mondo semplice di una volta: dottori e ignoranti. Io sono felice che oggi ci siano tante vie di mezzo (anche se alcune, innegabilmente, non sono molto belle a vedersi).

davide l. malesi ha detto...

L'argomento è così spinoso che non saprei come condensare la mia opinione in un commento (peraltro, essendo io in possesso di licenza media inferiore come titolo di studio, non conosco affatto il mondo universitario e credo che la mia opinione varrebbe assai poco). L'unica cosa che mi vien da dire riguarda un fatto curioso che ho notato da un po': l'azienda presso la quale lavoro (grande compagnia di assicurazioni, fatturato-tipo annuo sui 3 mld di euro e rotti) tende ad assumere non laureati mediamente 25-26enni, meglio se con esperienze lavorative alle spalle, piuttosto che laureati. Ciò avviene poiché, secondo opinione largamente diffusa e condivisa presso l'uff. personale, di un 28-29-30enne neolaureato che non ha mai lavorato in vita sua, la compagnia non saprebbe che farsene. E ho anche notato che qui i laureati tendono a fare meno carriera dei non laureati (il mio caso, che è quello di un responsabile di un ufficio non laureato che gestisce diversi dipendenti tra cui alcuni laureati, è la regola piuttosto che l'eccezione).

b.georg ha detto...

la ratio delle lauree brevi è proprio quello di portare i laureati nel mercato a 23 anni, non più a 28, e di aumentarne il numero, riducendo gli abbandoni (e in tal senso tutti e tre gli obiettivi danno segnali interessanti).
Salutare con favore l'abbandono è folle: che pochi - per motivi svariati che vanno dal dna all'istruzione dei genitori - raggiungano livelli di assoluta eccellenza non è un argomento razionale per impedire che altri raggiungano livelli inferiori, ma comunque commisurati alle loro capacità e alla possibilità di usarli nel lavoro. Citati sarà anche provocatorio, qui è solo baronale.
(di solito usano "liceizzazione", come fosse uno spregiativo: cioè, invece di leggersi i libri da soli e poi dare l'esame perché i professori non facendo ricerca preparano lezioni identiche per anni, tocca preparare le lezioni e frequentarle. Chiamalo spregiativo)

è ovvio che sono, queste, lauree diverse da quelle del precedente sistema, ma lamentarsi di questo è senza senso: chi vuole una preparazione superiore ha comunque il biennio e i dottorati (che invero andrebbero riformati). Del resto quasi ovunque le alte medie di laureati si ottengono con sistemi simili, laddove gli studi post-laurea formano quelle che citati chiama "élite".

Che l'università abbia molti problemi è fuori discussione, ma attaccare uno dei pochi elementi di riforma positivi è bizzarro (ed è purtroppo vero che molti problemi stanno invece dentro le questioni del contratto con cui lavorano professori e ricercatori, nonché sui finanziamenti inadeguati, ma qui la discussione sarebbe lunga)

su zingales: i prestiti d'onore possono essere senz'altro utili in un contesto più articolato, ma pensare che siano una soluzione ai problemi (o un sostituto della spesa statale) vuol dire ritenere che tali problemi stiano nella domanda, il che è palesemente falso

b.georg ha detto...

su repubblica on line di oggi i risultati di una ricerca sul tema (chiari e scuri, ma mi paiono nel complesso più positivi di quanto "strilli" il titolo)

Anonimo ha detto...

"[...] negli Stati Uniti il 25% della popolazione sopra i 15 anni ha un diploma di laurea[...]"

Refuso tipografico, campione statisticamente artefatto, o negli States si laureano davvero a 15 anni?

Angelo ha detto...

Per la prima volta concordo pienamente con b.georg e Angelita.

Angelita ha detto...

Davide, risultano le stesse cose anche a me. I reclutatori tendono a scartare tutti i candidati poco "formabili" (e, in effetti, più uno si avvicina ai trenta e meno lo è, formabile). Sulla laurea in generale, ci sono settori ben precisi in cui il titolo è apprezzato. I neolaureati bravi tentano innanzi tutto di proporsi in quelli. Nei settori meno favorevoli, è possibile che arrivino laureati un po' di scarto.
B.Georg, come Angelo, anch'io sono stranamente stupita di essere pienamente d'accordo con te.
Angelo, dovresti preoccuparti.
Anonimo, non vedo il problema. Probabilmente è un dato estratto da una statistica sui titoli di studio (high school, college, ecc.).

b.georg ha detto...

sono stupito del vostro stupore
com'è, di solito passo per l'estremista della situazione? :))

uno così moderatamente pragmatico come me!

Angelita ha detto...

No, di solito l'estremista sono io. Tu difendi Prodi, l'accontentarsi, ecc. ecc. ;-)

b.georg ha detto...

ehehe....

nadia ha detto...

il punto è che come la maggior parte delle cose fatte in Italia, si parte dalla punta dell'iceberg senza cambiare tutto quello che c'è sotto, o almeno provarci!
per cui se lo scopo era quello di creare le lauree brevi per far entrare prima i giovani nel mondo del lavoro, l'obiettivo è fallito( e ve lo dico io che sono una laureta triennalista, nonchè specializzata 3+2)ma la cosa non è servita a nulla tranne che ad allungare il brodo, a tenere i giovani a parcheggio, a far sembrare il traguardo a tente persone più vicino , ma in realtà questa università ha sfornato moltissimi ignoranti...nonchè disoccupati!!!!!!!!!!!!
e concordo pienamente sul fatto ch ein italia i sold son0o spesi male, non si punta sulla qualità ma sulla quantità di " ignoranti" che si forgeranno di possedere una laurea...che abbasserà ancora di piu' la dignità e la cultura di questo paese.
i corsi di laurea non sono quasi mai ben organizzati , non hanno attinenza col mondo reale del lavoro e con l'offerta, e come se le due cose fossero scollegate...è su questo che invece dovrebbero investire.la formazione vera e utile.