
Jonathan Franzen, l’autore del fortunato “Le correzioni”, ha appena pubblicato un memoir dove narra della sua giovinezza e del suo matrimonio. Il titolo è “The discomfort zone”, che io tradurrei come “La zona scomoda” (è un gioco di parole su “comfort zone”, un modo di dire per i pensieri e le realtà da cui non vogliamo staccarci).
Oggi il New York Times vi dedica una recensione assai meno che entusiasta (accesso con registrazione o Bugmenot). Il recensore, Michiko Kakutani, descrive il libro come uno sguardo spietato ma compiaciuto dell’autore sui suoi difetti. Secondo la Kakutani, Franzen vi emerge come un uomo petulante, pomposo, ossessivo, egoista e, soprattutto, assorbito nell'auto-osservazione. La Kakutani riporta molti esempi. Questo è Franzen su sé stesso bambino:
…un piccolo divoratore di attenzione, sempre pronto a deviare le conversazione sul tema di me stesso.
Qui Franzen spiega quale fantasia gli susciti uno spettacolare paesaggio montano:
… io in un film con questa vista sullo sfondo e varie ragazze che ho conosciuto alle superiori e all’università che guardano il film e sono impressionate da me.
Franzen sulla popolarità di Charlie Brown:
Personalmente mi piaceva vincere e non potevo capire perché ci fosse tutto questo trambusto a proposito dei perdenti.
Franzen su un compagno di scuola:
Io, non lui, ero per diritto di natura il migliore studente della classe.
Franzen e la moglie:
Criticare la gente – la loro mancanza di perfezione – era sempre stato il nostro sport.
La Kakutani dice che tutto il libro è così: le persone che accompagnano la vita di Franzen vi appaiono come pallide figure di contorno alle sue seghe mentali. La Kakutani conclude chiedendosi quale lettore possa esserne interessato.
Io mi stupisco invece che uno scrittore, o chiunque altro, voglia fare spettacolo del proprio egocentrismo. Comunque lo si giri, l’egocentrismo è un’incapacità a dedicarci a ciò che è più grande di noi. Quindi, è una forma di mediocrità. Di solito, la gente tenta di nascondere la mediocrità.
Vado a tentoni: forse Franzen crede la scrittura nasca dal ripiegamento di sé. Mostrando quanto è ripiegato vuole provare di essere scrittore fino al midollo?
Oppure, Franzen crede nella teoria che ogni scrittore è maledetto: la scrittura stessa lo danneggia. Alcuni scrittori bevono, altri si perdono, altri distruggono chi li circonda. Svelando le sue paranoie, Franzen vuole forse mostrare stimmate a fedeli adoranti?
Oppure, molto semplicemente, fa parte dell'essere egocentrici credere che la gente spasimi dalla voglia di conoscere il tuo animo?
O Franzen in realtà è OK e la Kakutani è un critico malevolo? Non so, non conosco Franzen (non ho neanche letto "Le Correzioni"). Comunque, questo è un ritratto di Franzen in un articolo (favorevole) che Time dedica a "The Discomfort Zone":
In conversazione Franzen è ancora un po' ansioso e goffo, e inserisce pause monstre di 30 secondi mentre agonizza - letteralmente, sembra sia in agonia - su quale parola usare esattamente... Chiede molte volte se sta dicendo cose interessanti. Non può fare a meno di sparare piccoli fatterelli strani che si sono attaccati alla sua mente appiccicosa e superassorbente (secondo Franzen, il 43% dei guidatori di Subaru sono repubblicani; ogni persona negli USA continentali vive a meno di un miglio di distanza da un gufo; le ghiandaie uccidono 100 milioni di uccelli canori ogni anno solo in California)...