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08 settembre 2007

Haka ieri e oggi

L'entusiasmo per le tradizioni antiche è una cosa che cresce col tempo. Questa è la haka come la eseguono i rugbisti della Nuova Zelanda oggi.

E questa è la haka svogliata e scombiccherata che eseguivano i rugbisti neozelandesi di trent'anni fa.

Rubo a Crooked Timber.

14 giugno 2007

Cinquecento anni di ritratti femminili in tre minuti

Magari è un video stravisto, ma io l'ho scoperto oggi e mi piace molto.

Via Silent-Porn-Star.

29 maggio 2007

Prima o poi doveva capitare

I Fantastici Quattro e Silver Surfer


Ogni giorno, 25-30 visitatori arrivano qui cercando i "Fantastici quattro". Questo significa che, ogni giorno, 25-30 visitatori provano una micro-delusione, di circa un decimo di secondo, il tempo richiesto per capire che non siamo il sito che speravano.

Io non mi sento per nulla in colpa.

Tuttavia, pare che i "veri" Fantastici quattro si siano accorti del nostro posizionamento Google.

Qualche giorno fa ci è arrivata una mail dalla media agency che si occupa del loro nuovo film: "I Fantastici Quattro e Silver Surfer", che uscirà in Italia il 15 giugno. Molto gentilmente, la signorina dell'ufficio stampa ci ha allegato il pacchetto redazionale completo: comunicato, foto, locandina e i trailer in italiano del film. La mail si chiudeva con un "buon lavoro" che mi ha dato l'idea che si aspettassero qualcosa.

Come dicevo, non mi sento in colpa se la gente arriva qua per sbaglio. Però, ammetto che avere ricevuto un "redazionale" da un "ufficio stampa" di una "media agency" solletica la mia vanità.

Poi magari hanno mandato la stessa mail a tutti i blogger italiani.

Comunque, ho pensato che un piccolo sforzo lo possiamo fare. Il primo dei trailer che dicevo è quello che trovate su Yahoo! Cinema. Il secondo, l'ho cercato dappertutto con Google ma non l'ho trovato. Quindi, posso fare finta che sia una nostra "anteprima esclusiva". Eccolo.

Da quel poco che si capisce, il film ripropone le qualità del primo episodio (che avevo recensito): le gag fra la Cosa e la Torcia umana e una certa freschezza complessiva. Soprattutto, mancano le pretenziosità filosofiche che infestano il genere dei supereroi (già negli originali a fumetti). Restano anche i limiti: Mister Fantastic è una patata lessa e Jessica Alba è lì solo per farsi guardare.

A questo punto, può darsi che sullo slancio vada a vedere il film. Anche se, ovviamente, sarei disponibile anche a una recensione del DVD. Lo dico così, senza messaggi nascosti.

25 ottobre 2006

Segni di vita (5): "Nuovomondo", di Emanuele Crialese

Nuovomondo

Cinema

Milano, Eliseo, Sala Olmi. "Ma il blog è chiuso", dice Angelita. "Lo so, ma mi devo pur tenere in allenamento", dico io.

Trama

Sicilia, inizio Novecento. Il contadino Salvatore Mancuso, dopo avere avuto un segno dal cielo, vende tutto e imbarca la famiglia su un transatlantico per l'America. La signorina Luce, una strana gentildonna inglese, mette gli occhi su Salvatore, che è vedovo. Giunti a Ellis Island, gli emigranti affronteranno i test di ingresso, e un nuovo destino.

Cosa funziona

Charlotte Gainsbourg (la signorina Luce): accattivante. Parla poco, ma porta in giro una femminilità misteriosa che intimidisce Salvatore e gli altri viaggiatori. Anche noi spettatori non osiamo farci domande sui suoi comportamenti bizzarri.

Vincenzo Amato (Salvatore): convincente. Infonde vita in un personaggio un po' schematico di maschio siciliano alle prese con i forestieri e le "fimmine".

Aurora Quattrocchi (la madre di Salvatore): bravissima. Interpreta una madre meridionale fiera, intelligente e poco generosa. Durante i test di Ellis Island, è abile nel tenere il personaggio in bilico fra la difesa della propria dignità e la mera diffidenza dell'ignorante.

I fiumi di latte: suggestivi. Evocati durante il viaggio in mare (gli emigranti sperano di vederli scorrere in California), sono tradotti da Crialese in scene oniriche dove i personaggi emergono silenziosi dal latte e si mettono a nuotare. I movimenti di camera sono perfetti, il piacere visivo è grande.

I dialoghi: ce ne sono pochi, ma quei pochi (in siciliano) sono felici e piacevoli da ascoltare.

Cosa non funziona

La regia: irritante. Crialese cerca le belle inquadrature a scapito della coerenza narrativa. Si vede che ci tiene molto alla composizione: dispone i personaggi con attenzione, non tollera che si muovano troppo, cura le fonti di luce, crea insomma dei tableau vivant. Forse per paura che qualche spettatore non se ne accorga, inserisce persino un paio di fermi immagine, dove i personaggi sono immortalati in pose da dipinto seicentesco. Il risultato è una serie di sequenze ben fatte ma fini a se stesse. Anche le scene nel latte, per quanto riuscite, contribuiscono ben poco alla narrazione.

Il tono poetico: irritante. Crialese stilizza le ambientazioni e i personaggi. Ciò stride col materiale narrato, che è una vicenda di poveracci che affrontano l'oceano alla ricerca di una vita nuova. Una rappresentazione stilizzata della sofferenza non è una rappresentazione della sofferenza.

Il didascalismo: irritante. I primi quaranta minuti di Nuovomondo mirano a informarci che i nostri emigranti erano poveri e ignoranti. Gli ultimi quaranta a informarci che gli americani facevano selezione eugenetica all'ingresso (test sanitari e di intelligenza). La storia vera e propria si concentra nei quaranta minuti del viaggio in mare, l'unica fase del film in cui c'è narrazione.

La sceneggiatura: irritante. I personaggi sono interessanti, ma messi in secondo piano dall'intento morale dell'autore: farti riflettere sul dolore, sulla speranza e sull'ottusità dell'eugenetica. Io preferisco che mi sia narrata una storia. Poi rifletto per conto mio.

Gli emigranti: irrealistici. Sono poveri ma onesti, puliti e dignitosi. L'ideale borghese di povero.

Il viaggio in mare: irrealistico. Il transatlantico di Nuovomondo offre ai viaggiatori di terza classe cuccette anguste ma più che vivibili. Nessun emigrante si ammala o soffre il mal di mare, anzi, nessuno manifesta bisogni fisici: in questo viaggio non si mangia e non si va al gabinetto. Le cronache dell'epoca parlano di condizioni di viaggio peggiori. Qui tutti gli emigranti paiono destinati a un approdo felice, non fosse che arriva una tempesta. Crialese ne approfitta per stilizzare: gli emigranti, invece di cercare appigli, si lasciano sbattere a destra e a sinistra e assumono pose drammatiche.

La selezione eugenetica all’ingresso: irrealistica. Nel film gli emigranti sono controllati con molto scrupolo ma le evidenze sono che a Ellis Island il setaccio era a maglie larghe, se è vero che solo il 2% degli arrivati era mandato indietro.

Ellis Island: da fiction TV. All'inizio del secolo vi passavano ogni anno centinaia di migliaia di emigranti, soprattutto russi e italiani. Ebbene, nell'edificio mostrato in Nuovomondo non c'è un vetro rotto, un frego su un muro, una tazzina sbreccata. I militari sono severi ma pacifici, le infermiere sono indagatrici ma gentili, i medici sono eugenetici ma rispettosi. A me alla tre giorni del militare mi hanno trattato peggio.

I cliché: numerosissimi. C'è il muto che sta zitto perché non vuole parlare, la Cecilia manzoniana col bimbo morto in braccio, gli inglesi snob con la bombetta, la famiglia crudelmente divisa... non si può dire che sia un film con idee fresche.

Il budget: insufficiente. Se non si hanno i soldi per un transatlantico credibile, o per gli effetti speciali del caso, forse girare un film su un viaggio in America non è una buona idea. In Nuovomondo si respira poca aria di mare, molta aria di Cinecittà.

Durata

Due ore: dopo il primo quarto d'ora, Angelita ed io ci guardiamo e iniziamo a sospirare per la noia. All’uscita gli altri spettatori non paiono essersi divertiti di più.

04 settembre 2006

Recensioni: "Thank you for smoking", di Jason Reitman

Cinema

Arlecchino, Milano. E’ tornato il caldo, ma proprio oggi il gestore della sala ha deciso che l’aria condizionata non serve più. Si boccheggia fra una ventina di spettatori che, chissà perché, hanno deciso di sedersi tutti vicini a noi.

Trama

Stati Uniti. Nick Naylor è un brillante lobbista per l’industria americana del tabacco. Quando il senatore Finistirre propone di inserire un teschio minaccioso sulle confezioni di sigarette, Naylor va a Los Angeles per convincere gli studios a far fumare gli attori nei film. Nel frattempo, corrompe un ammalato di cancro, va a letto con una giornalista che vuole scrivere un articolo su di lui, insegna al figlio i vantaggi della flessibilità morale. Quando il mondo gli si volta contro, sarà proprio il figlio a dirgli come uscirne.

Cosa funziona

I titoli di testa: elegantissimi. I nomi del cast scorrono su pacchetti di sigarette in luogo delle marche. Inutile descrivere i dettagli: qui potete vedere i titoli, anche se in piccolo l’effetto si perde parecchio. Raccomandato per gli amanti dei font.

Cameron Bright (il figlio di Naylor): carismatico, anche se è strano dirlo di un ragazzino di dodici anni. Con quegli occhi penetranti, mette persino un po’ paura. In Birth tentava di sedurre Nicole Kidman.

William H. Macy (il senatore Finistirre): misurato. Sviluppa a pieno il lato grottesco del suo personaggio senza ucciderne del tutto la credibilità come difensore della salute. Macy è un caratterista storico del cinema e della TV.

Cosa non funziona

Aaron Eckart (Naylor): volenteroso ma niente di più. Non ha un ruolo facile: dovrebbe fare il mascalzone e conquistare allo stesso tempo la simpatia del pubblico. In realtà, è poco simpatico e, come mascalzone, ha un’aria troppo bonacciona.

Katie Holmes (la giornalista): tutta smorfie e occhioni spalancati. Non si capisce come Naylor, lobbista scafatissimo, possa cadere nel suo tranello. O, se me la passate, come possa esserci caduto Tom Cruise.

Sceneggiatura: poche idee ma scontate. Dialoghi già sentiti, situazioni prevedibili, eccesso di carne al fuoco. Il film potrebbe salvarsi sul finale, quando Naylor si presenta al Congresso per un’audizione. E’ un luogo classico del cinema americano: l’uomo comune che, interrogato da politici ipocriti, parla con ardore e svela la loro bassezza. Ma il discorso di Naylor è così scialbo che quasi quasi fanno figura migliore i politici.

La regia: debole. Jason Reitman parte con uno stile semi-documentaristico vivace alla Michael Moore: ma le animazioni e le altre trovate non divertono. Poi tenta di narrare: ma si appiattisce su uno stile televisivo. Papà ha ancora cose da insegnargli.

Le sigarette: non ci sono. E’ un film sul fumo, pieno di personaggi fumatori. Ebbene: non vedi mai una sigaretta accesa.

La morale: cerchiobottista. Da una parte il film descrive i nemici del fumo come ipocriti e paternalisti. Dall’altra presenta gli industriali del tabacco come avidi e cinici. Forse ha ragione in entrambe le cose. Però il fumo è un problema che tocca la salute, l’informazione, le libertà degli adulti, le forme del controllo sociale nella società dei media… qualcosa di più da dire ci sarebbe stato.

Durata

Un’oretta e mezza. Si comincia ad annoiarsi dopo le prime scene e non si recupera più.

29 agosto 2006

L'egocentrismo di Jonathan Franzen

Jonathan Franzen, l’autore del fortunato “Le correzioni”, ha appena pubblicato un memoir dove narra della sua giovinezza e del suo matrimonio. Il titolo è “The discomfort zone”, che io tradurrei come “La zona scomoda” (è un gioco di parole su “comfort zone”, un modo di dire per i pensieri e le realtà da cui non vogliamo staccarci).

Oggi il New York Times vi dedica una recensione assai meno che entusiasta (accesso con registrazione o Bugmenot). Il recensore, Michiko Kakutani, descrive il libro come uno sguardo spietato ma compiaciuto dell’autore sui suoi difetti. Secondo la Kakutani, Franzen vi emerge come un uomo petulante, pomposo, ossessivo, egoista e, soprattutto, assorbito nell'auto-osservazione. La Kakutani riporta molti esempi. Questo è Franzen su sé stesso bambino:

…un piccolo divoratore di attenzione, sempre pronto a deviare le conversazione sul tema di me stesso.

Qui Franzen spiega quale fantasia gli susciti uno spettacolare paesaggio montano:

… io in un film con questa vista sullo sfondo e varie ragazze che ho conosciuto alle superiori e all’università che guardano il film e sono impressionate da me.

Franzen sulla popolarità di Charlie Brown:

Personalmente mi piaceva vincere e non potevo capire perché ci fosse tutto questo trambusto a proposito dei perdenti.

Franzen su un compagno di scuola:

Io, non lui, ero per diritto di natura il migliore studente della classe.

Franzen e la moglie:

Criticare la gente – la loro mancanza di perfezione – era sempre stato il nostro sport.

La Kakutani dice che tutto il libro è così: le persone che accompagnano la vita di Franzen vi appaiono come pallide figure di contorno alle sue seghe mentali. La Kakutani conclude chiedendosi quale lettore possa esserne interessato.

Io mi stupisco invece che uno scrittore, o chiunque altro, voglia fare spettacolo del proprio egocentrismo. Comunque lo si giri, l’egocentrismo è un’incapacità a dedicarci a ciò che è più grande di noi. Quindi, è una forma di mediocrità. Di solito, la gente tenta di nascondere la mediocrità.

Vado a tentoni: forse Franzen crede la scrittura nasca dal ripiegamento di sé. Mostrando quanto è ripiegato vuole provare di essere scrittore fino al midollo?

Oppure, Franzen crede nella teoria che ogni scrittore è maledetto: la scrittura stessa lo danneggia. Alcuni scrittori bevono, altri si perdono, altri distruggono chi li circonda. Svelando le sue paranoie, Franzen vuole forse mostrare stimmate a fedeli adoranti?

Oppure, molto semplicemente, fa parte dell'essere egocentrici credere che la gente spasimi dalla voglia di conoscere il tuo animo?

O Franzen in realtà è OK e la Kakutani è un critico malevolo? Non so, non conosco Franzen (non ho neanche letto "Le Correzioni"). Comunque, questo è un ritratto di Franzen in un articolo (favorevole) che Time dedica a "The Discomfort Zone":

In conversazione Franzen è ancora un po' ansioso e goffo, e inserisce pause monstre di 30 secondi mentre agonizza - letteralmente, sembra sia in agonia - su quale parola usare esattamente... Chiede molte volte se sta dicendo cose interessanti. Non può fare a meno di sparare piccoli fatterelli strani che si sono attaccati alla sua mente appiccicosa e superassorbente (secondo Franzen, il 43% dei guidatori di Subaru sono repubblicani; ogni persona negli USA continentali vive a meno di un miglio di distanza da un gufo; le ghiandaie uccidono 100 milioni di uccelli canori ogni anno solo in California)...

28 agosto 2006

Recensioni: "Bombòn el perro", di Carlos Sorin

Cinema

Milano, Eliseo, Sala Scorsese. E' fine agosto: tranne un paio di prime visioni, in programmazione ci sono solo vecchie uscite. "All'Eliseo c'è ancora Bombòn", dico ad Angelita. "Il cane non soffre, vero?", dice lei. "Oh...", dico. "Sai che non sopporto gli animali che soffrono", dice. "Lo so. La recensione diceva...", dico. "Non voglio vedere cose turpi!", dice. "Uhm, non ce ne sono", dico. "Ma sei sicuro?", dice. "Sì", dico. Incrocio le dita e vado a prenderla. Ogni tanto nella vita ci vuole coraggio.

Trama

Patagonia, giorni nostri. Coco, un meccanico cinquantenne senza lavoro, soccorre una giovane con l'auto in panne. Per gratitudine, la giovane e la madre gli regalano Bombòn, un dogo argentino di razza. Messosi in società con Walter, un addestratore, Coco scopre il business dei cani. Quando Bombòn vince un premio a una mostra canina, e arrivano richieste di monta, Coco e Walter sognano la ricchezza. Ma Bombòn, ai primi approcci con le cagne in calore, manifesta un'insormontabile carenza di libido.

Cosa funziona

Il cane Gregorio (Bombòn): "bellissimo", dice Angelita, che è anche lei nel giro delle monte. Quanto alla recitazione, la sceneggiatura assegna a Gregorio un ruolo da cane pacato, che lui rende con riuscite espressioni indolenti.

La Patagonia: le terre desolate hanno sempre fascino.

Walter Donado (l'addestratore): efficacissimo nei panni di un uomo vitale ma arruffone, bugiardo ma simpatico, cordiale ma stronzo. Da vita a un film che ne ha poca. Nei titoli di coda si scopre che è un attore non professionista che interpreta se stesso.

Cosa non funziona

Juan Villegas (Coco): un altro attore non professionista. Di nuovo, si sente che nella vita è lo stesso uomo gentile e impacciato che interpreta nel film. Fa simpatia, però ha la stessa faccia per tutto il tempo.

Il neorealismo: il film narra una piccola storia personale su uno sfondo di povertà, quello dell'Argentina che esce dalla crisi. Viene in mente "Ladri di biciclette". Però, con l'avanzare del film, il tono austero si mescola col grottesco: Walter che balla con l'odalisca, le debacle sessuali di Bombòn... l'effetto è divertente, ma l'analisi sociale va a farsi benedire.

La regia: il film inizia con belle alternanze di primi piani e campi lunghi; poi Sorin si stanca e si affida alle soluzioni scontate.

L'elemento drammatico: inesistente. La sceneggiatura è più preoccupata di mettere in campo buoni sentimenti che di sviluppare una storia. Non c'è tensione, i personaggi non si evolvono, non ci sono svolte. Certo, la resurrezione sessuale finale di Bombòn mette di buon umore, ma non si può dire che giunga inaspettata.

Le foto cruente di dogo feriti: le temute, e inutili, cose turpi. Però Angelita non se l'è presa.

Durata

Un'ora e mezza. Il ritmo c'è e non ci si addormenta. All'uscita dalla sala si parla subito d'altro.

02 maggio 2006

Recensioni: "Il regista di matrimoni", di Marco Bellocchio

Cinema

Milano, Excelsior, Sala Mignon. E' il primo maggio. Ci voltiamo e contiamo gli spettatori in sala: 17. Sparpagliati, silenziosi, tutti alle nostre spalle. Nulla ci può disturbare. C'è solo un tizio, distantissimo, che ha in mano un piccolo contenitore di popcorn. "Ma senti che puzza orrenda di popcorn!", dice Angelita.

Trama

Franco Elica, noto regista, è impegnato nel casting di una nuovo film sui "Promessi Sposi". Una giovane siciliana, inseguita da strani picciotti, tenta di vederlo per chiedergli un ruolo. Poi i carabinieri sequestrano la casa di produzione. Elica si ritrova a Cefalù dove, sulla spiaggia, incontra un regista di paese che gira il filmino di matrimonio di una coppia. Elica, installatosi in casa del regista, è ingaggiato dal Principe di Gravina per filmare il matrimonio della figlia, Bona. Che è poi la giovane siciliana.

Cosa funziona

Sergio Castellitto (Franco Elica): eccellente, come d'abitudine. Nelle vicende grottesche che la sceneggiatura gli fa traversare, Elica non perde mai di credibilità: il merito è di Castellitto, che in ogni scena trova la faccia giusta. Castellitto è di gran lunga il migliore attore italiano di cinema.

Donatella Finocchiaro (Bona): eccellente. Il suo è un ruolo di donna succube ma passionale. Molto riuscita la scena dove Bona seduce Elica in chiesa.

Gianni Cavina (Smamma, il regista morto): attore simpatico che, chissà perché, lavora pochissimo. Qui interpreta un regista che, dopo aver girato un film ("La madre di Giuda"), spera di vincere il David di Donatello per mezzo dell'autorevolezza postuma. Un ruolo da pazzo lucido, che Cavina interpreta bene.

Il matrimonio della figlia di Elica (quello con flauto, tamburi e battiti di mani): impressionante. Pensavo fosse un'invenzione grottesca e irridente dell'ateo Bellocchio. Mi dicono che invece è un comune matrimonio neocatecumenale.

La sceneggiatura: intrigante. Più che un film, "Il regista di matrimoni" è una serie di corti. Gli episodi stanno in sequenza ma non si legano bene: ci sono scarti, incongruenze, vuoti narrativi. La cosa non infastidisce: come in un libro di racconti, capisci subito che il senso non sta nelle vicende, ma nei nessi che le tengono insieme. Fra i singoli episodi, molto divertenti quello del filmino sulla spiaggia e quello dove Castellitto canta la serenata ("Lola che dilati la camisa").

La regia: raffinata. Molto efficace l'alternanza fra riprese tradizionali e riprese digitali in bianco e nero. L'idea è mostrare che, nella civiltà della TV e delle telecamere, qualsiasi vicenda è in potenza una vicenda vista, spiata, ripresa da qualcuno. Idea trita, forse, ma messa in atto con grande cura delle immagini. Lo spettatore è continuamente invitato a vedere. Viene in mente Kubrick, forse non a caso citato nel film (il Principe Gravina ricorda che "il cinema è l'arte del montaggio").

Il gioco fra reale e irreale: arguto. Alla fine del film, non sai se la storia è successa davvero. Si dice che la narrazione, letteraria ma anche cinematografica, si regga sulla sospensione dell'incredulità del lettore o dello spettatore. Bellocchio dimostra che si può narrare benissimo anche invitando a non credere.

La religione: criticata, ma senza eccessi. Bellocchio non è solo un ateo: è uno che non crede che i sentimenti religiosi siano genuini. Mettendo in scena una religione ritualistica e ipocrita, Bellocchio sembra voler sfidare i credenti a dimostrare che la religione è qualcosa di più. Restiamo in attesa.

Cefalù e dintorni: bellissimi luoghi. Ho deciso dove farò le vacanze.

Cosa non funziona

I dialoghi: sentenziosi e impagliati, come sempre nelle sceneggiature di Bellocchio. Per fortuna sono dialoghi brevi. E' un film dove si parla poco e si vede molto.

Il tormentone "In Italia comandano i morti": fastidioso. Un film come questo ha il merito di lasciare spazio all'intelligenza dello spettatore. Non propone teorie, non dà spiegazioni, lascia a te di raccogliere e interpretare i suggerimenti che vengono dalle vicende e, soprattutto, dalle immagini. Perché dunque affidare al povero Cavina un comizio sul dominio in Italia del vecchio, dei morti, di ciò che è rispettabile? Dominio reale, peraltro.

Durata

Un'ora e tre quarti, che passano veloci e gradevoli. Bellocchio è l'unico regista al mondo che sa girare film dove non succede nulla ma non ti annoi.

04 aprile 2006

Recensioni: "Il caimano", di Nanni Moretti

Cinema

Milano, Arlecchino. Per la gioia di Angelita, è una sala coi posti numerati. Il pubblico, foltissimo, è un classico pubblico di sinistra: barbette, giacche marroni, maglioni slabbrati. Aria da intellettuali. Tutti, però, sembrano in crisi nel trovare il posto: guardano il biglietto, confabulano perplessi, si chiedono quale sia il numero giusto. Angelita mi dà di gomito: "Cos'è che dicevi? Che la sinistra è favorita perché quelli di destra sono troppo ignoranti per trovare il simbolo sulla scheda elettorale che c'è quest'anno?".

Trama

Bruno Bonomo è un produttore cinematografico in crisi. Non fa un film da dieci anni. Sua moglie, un ex attrice, ha deciso di separarsi di lui. Senza soldi e tormentato dalle banche, Bruno gioca l'ultima carta: "Il caimano", un film su Berlusconi scritto da una regista inesperta. Nanni Moretti rifiuta il ruolo principale: ma Marco Pulici, un altro grande attore di sinistra, accetta. Il progetto sembra decollare. Poi Pulici abbandona.

Cosa funziona

Silvio Orlando (Bruno): lo sfigato dal volto umano. Bruno è l'uomo che fa del suo meglio sapendo che il suo meglio è poco. Che si arrabatta più che lottare. Che, più che opporsi al destino, gli chiede se non può dargli una mano. Con la sua umanità, Orlando ti convince che, sì, Bruno una mano dal destino se la meriterebbe.

Nanni Moretti regista: sempre più maturo. Quanto allo stile, non è certo Bertolucci o Zeffirelli, ma gestisce benissimo la storia. Tiene il ritmo senza andare di fretta, intreccia le vicende senza cadere nel caos, dà profondità a tutti i personaggi. Il film ha una chiara progressione drammatica, che poi si spreca nell'insulso finale.

Le citazioni cinefile: divertenti. Ci sono "Il bacio della donna ragno", "Lo squalo", "Un uomo, una donna"... Qualcuno ne ha viste altre?

Cosa non funziona

Margherita Buy (Paola, la moglie di Bruno): irrilevante. Attraversa i film di autore del cinema italiano recitando sempre lo stesso personaggio. Ogni volta ha moltissimo spazio, non sa mai attirare l'attenzione su di sé.

Jasmine Trinca (Teresa, la regista inesperta): messa lì per bellezza. Carina, ma senza verve. Nella vita reale neanche un produttore fallito come Bruno le affiderebbe la regia di un film.

L'umorismo: molto morettiano. Ossia giudicante. E' come se Moretti attaccasse bigliettini sui personaggi: questo qui deve piacervi, questo qua ha difetti ma dovete capirlo, quest'altro è uno stronzo e dovete giudicarlo. Nel caso, la parte dello stronzo va a Pulici, attore sedicente di sinistra ma in realtà opportunista, sessuomane, briatoresco.

Michele Placido (Pulici): ci mette l'entusiasmo che, nel film, Pulici mette nel personaggio di Cristoforo Colombo.

Il film su Berlusconi: inutile. Lunghe sequenze immaginarie del film di Teresa si mescolano alle vicende dei personaggi. Nella prima sequenza, una valigia di soldi cade dal cielo sulla scrivania di Berlusconi. Da lì, il "caimano" inizia la sua carriera. Si è molto parlato dell'obiettivo di questo film nel film. Da una parte Moretti, recitando se stesso nel film, dice che non serve denunciare vicende già note a tutti coloro che vogliono conoscerle. Dall'altra, il film insiste molto su queste vicende. Dunque?

Elio de Capitani (Berlusconi): non all'altezza. Molto volenteroso, si sforza di imitare il modello. Tuttavia, quando scorre sullo schermo il filmato originale di Berlusconi a Bruxelles che dà del kapò al deputato tedesco, ci vedi una violenza, un narcisismo e, perché negarlo, una carica emotiva che il povero de Capitani non può certo riprodurre.

Nanni Moretti attore (Berlusconi nel finale): improponibile. Moretti è serioso, pesante, freddo. Basti pensare allo sguardo carico di odio che, dopo la condanna (immaginaria), rivolge alla Bocassini. Berlusconi, ai nemici, rivolge sorridenti sguardi di scherno.

Il finale: un pistolotto. Per quasi tutta la durata, il film conferma quella che, mi pare, è stata la linea interpretativa prevalente: "Il caimano" non è un attacco a Berlusconi, ma un film su un produttore che, fra le altre cose, gira un film che attacca Berlusconi. Il finale, invece, è un attacco a Berlusconi e basta. Uno lo può condivere, ma non si capisce che c'entri col resto della storia.

Il sito internet del film: non esiste. E' la prima volta che mi capita da quando scrivo queste recensioni. Ovviamente non esiste neanche il sito della Sacher. Moretti è fortunato: fosse vissuto all'epoca dei fratelli Lumière non avrebbe fatto il regista.

Durata

Quasi due ore. Alla fine si leva in sala un applauso, molto volontaristico e di breve durata.

21 marzo 2006

Recensioni: "Truman Capote: a sangue freddo", di Bennett Miller

Cinema

Milano, President. Un'altra delle sale milanesi senza posti numerati. Alla cassa, Angelita non sa trattenersi: "Scusi, quando passerete ai biglietti coi numeri?", dice. La cassiera, una bionda slavata, sembra svegliarsi da un sonno: "Intorno alle otto". Intorno alle otto?

Trama

Kansas, 1959. Nella piccola città di Holcomb, una famiglia di cinque persone è sterminata da sconosciuti. Truman Capote, all'apice della celebrità, ritaglia la notizia sul giornale e chiede al New Yorker di inviarlo sul posto. Harper Lee (che scriverà "Il buio oltre la siepe") lo accompagna come assistente. Ad Holcomb, Capote si farà coinvolgere. Attratto da uno degli accusati, Perry Smith, procurerà a lui e al compagno un buon avvocato. Deciso a scrivere un libro sulla vicenda, Capote stabilirà un rapporto ambiguo con Perry. Poi lo abbandonerà al suo destino.

Cosa funziona

Philip Seymour Hoffman (Capote): perfetto. Somiglia poco al Capote dell'epoca: perciò lo imita coi gesti, le pose, gli sguardi e, mi dicono, la voce (non so giudicare il doppiaggio italiano). Il risultato poteva essere una caricatura. Invece, Hoffman crea un personaggio complesso e vivo. Bravissimo per sfumature nelle scene in carcere con Perry.

Clifton Collins Jr. (Perry): regge il confronto con Hoffman. Il suo personaggio è un perdente malinconico: nei suoi occhi, ogni tanto, appare la speranza che il suo destino non sia quello che conosce da sempre.

Catherine Keener (Harper Lee): incantevole. Fa da contraltare a Capote: lui è preso da sé, lei è interessata a capire il mondo. In questo la Keener quasi esagera, col suo sguardo saggio e penetrante.

Regia: onesta. Miller si fa da parte e lascia che lo spettatore legga tutto sui volti e nelle parole dei personaggi. Forse un po' meccaniche le scene di gruppo, soprattutto quelle dove Capote si esibisce in società.

Truman Capote: notevole. A volte i film biografici portano sullo schermo persone che, non avessero avuto successo, avrebbero dato pochi motivi al prossimo di interessarsi a loro. Qui capisci perché Capote abbia goduto di una fama maggiore di quella dei suoi libri. Il film sottolinea i tratti mediocri di Capote: è invidioso, egocentrico, manipolativo. Allo stesso tempo, è un'anima che conosce tutti i suoi mali.

Il discorso sulla scrittura: profondo. Truman Capote non vuole il Perry reale. Vuole il Perry che descriverà nel suo libro. Questo, ti dice il film, non è un difetto di Capote: è un difetto del mestiere che fa.

Cosa non funziona

Sviluppo drammatico: debole. E' il tipo di film che, più che raccontarti una storia, ti invita a fare l'entomologo. Gli eventi contano poco: sono solo le occasioni che permettono a Capote di rivelarsi. Purtroppo, Capote è un personaggio notevole ma non attraente; né lo è Perry (un assassino).

Durata

Quasi due ore. Segui con molto interesse e con poca partecipazione.

15 marzo 2006

Spongeback Mountain e Brokeback President

Anche se non ha vinto l'Oscar, Brokeback Mountain è un film che resterà. Lo si capisce dalle innumerevoli parodie, divertenti e no, che continuano ad apparire su Internet. Ce n'è una, con protagonista Spongebob, che metto fra le divertenti. Mesi fa, conservatori americani accusarono gli autori del cartone animato, destinato (in teoria) ai bambini, di mettere in scena un'affettività omosessuale fra Spongebob e il suo amico, una stella marina. Qui ne parlò il momento carino del venerdì. Immagino che questi conservatori svengano al solo entrare in una scuola elementare, vedendo i bambini in fila che si tengono per mano. Figuriamoci ora a vedere questo video.

Restando sui conservatori, un altro video è circolato molto: Brokeback President. Vi compare Bush che, durante un incontro con giovani del Kansas, riceve una domanda su Brokeback Mountain. Dopo avere visto il video, sono ancora indeciso fra due teorie:

  1. Bush è un omofobo grave, che non riesce a parlare di omosessualità senza ridacchiare;

  2. Bush, come al solito, è impreparato; è l'unico americano che non ha sentito parlare del film e si arrampica sui vetri come uno studente durante l'interrogazione ("Presidente, che ci dice di Brokeback Mountain, lei che ama i ranch?", risposta: "Ehm.... i ranch, sì, i ranch, ..., bisogna andare nei ranch").

13 marzo 2006

"Syriana", di Stephen Gaghan

Cinema

Excelsior, Sala Excelsior, Milano. E' una delle poche grandi sale milanesi dove non assegnano i posti numerati. Come al solito, ciò innervosisce Angelita, che non ama le resse per i posti. Appena entrati, avvistiamo due poltrone buone e tentiamo di raggiungerle con passo svelto: vicini alla meta, ci vediamo preceduti da una coppia anziana che, molto semplicemente, ha lanciato i cappotti. Angelita, rispettosa dell'età, rinuncia a incidenti.

Trama

Medio Oriente, giorni nostri. Bob Barnes è un agente della CIA stanco e sfiduciato. Inviato a Beirut per uccidere Nasir, un principe arabo progressista, fallisce e rischia di morire. Nel frattempo, compagnie petrolifere americane conquistano nuovi pozzi, operai pakistani entrano fra i kamikaze, consulenti finanziari trovano opportunità d'affari: sullo sfondo, si intravede un'unica grande macchinazione. Barnes, che ha passato trent'anni a fare porcherie nella regione, di colpo capisce come gira il mondo e decide di porvi rimedio.

Cosa funziona

George Clooney (Barnes): invecchia bene. Non che stia diventando espressivo: qui sceglie una faccia dolente (nella foto) e la tiene per tutto il film, non importa che beva un whisky o gli strappino le unghie. Però ha presenza scenica, carisma, credibilità. Per questo ruolo, di protagonista, ha vinto l'Oscar come attore non protagonista.

William Hurt (Stan): ogni tanto torna ai suoi livelli. Qui interpreta poco più di un cameo (un ex agente che consiglia Bob), però con molta eleganza.

La morale del film: realistica, temo. "Syriana" dice che le guerre, gli attentati, i cambi di potere sono solo le schegge di grandi vicende nascoste su cui nessuno ci racconta la verità.

Cosa non funziona

Matt Damon (Bryan): un cane. Interpreta un consulente che, con le sue intuizioni finanziarie brillanti, conquista la fiducia del principe Nasir. Con l'espressione interdetta che ha, io a Damon non avrei affidato neanche il maialino dei risparmi.

La sceneggiatura: un groviera. Stephen Gaghan, famoso per la sceneggiatura di Traffic, anche qui cerca di intrecciare più episodi. Ma non ci riesce: la storia resta piena di buchi. Perché il socio di Barnes lo frega? Perché gli americani tentano di uccidere Nasir quando quest'ultimo ha già perso la successione? E soprattutto: come fa Barnes a sapere dell'attentato finale?

I singoli episodi: didascalici. Il film si preoccupa di informarti che gli hezbollah controllano manu militari un quartiere di Beirut; o che le donne iraniane in casa vivono come le occidentali ma si coprono per uscire in strada; o che gli imam di Al Qaeda pescano manovalanza fra i giovani disperati; o che le compagnie petrolifere preferiscono i monopoli al mercato. Ecco, come dire, tutte queste cose le sai anche leggendo i giornali.

La camera mossa: non se ne può più. All'inizio era un mezzo intelligente per creare atmosfere realistiche. Ormai è un manierismo. Non stupirà che il produttore esecutivo del film sia Steven Soderbergh.

I riferimenti all'attualità: sgangherati. Quando Barnes va a Washington per fare rapporto, è interrogato da una donna nera in tailleur che ha l'aria di un pezzo grosso del governo. La stessa donna, si lascia intendere, ordisce un piano contro il mondo arabo progressista. Chi sarà mai questa donna? Sia chiaro: io ce la vedo la Condoleeza Rice a ordire. Ma datemi le prove, per favore: che me ne faccio delle allusioni?

Durata

Due ore. Dopo mezz'ora mi accorgo che l'intreccio non tiene. In seguito, tento di non appisolarmi: quando sto per cedere, per fortuna arriva la scena delle unghie.

22 febbraio 2006

Recensioni: "Orgoglio e pregiudizio", di Joe Wright

Cinema

Cavour, Milano. Molti spettatori, quasi tutti donne. I pochi uomini sono accompagnatori e hanno l'aria di chi sta pagando qualche debito.

Trama

Hartfordshire, inizio Ottocento. Il signor Bennett è un gentiluomo di campagna con cinque figlie da maritare. La moglie, signora Bennett, si dedica al compito tramando incontri e ricevimenti. La figlia più bella, Jane, si innamora di un ottimo partito, il signor Bigley, che la contraccambia. La figlia più intelligente, Lizzie, mette gli occhi sul signor Darcy, il ricchissimo amico di Bigley. Ben presto Darcy si innamora di lei, ma è disturbato dal basso livello sociale dei Bennett. Anime nere tenteranno di frapporsi fra i due. Alla fine, riuscirà l'amore a trionfare?

Cosa funziona

Brenda Blethyn (la signora Bennett): splendida. La classica attrice inglese di formazione teatrale che, per farla breve, recita benissimo.

Judy Dench (la duchessa de Bourg): carismatica. La ricorderete nei panni della regina Elisabetta in Shakespeare in Love. Qui, col suo sguardo giudicante, metterebbe in soggezione una duchessa vera.

La regia: superiore al resto del film. Belli i piani sequenza, soprattutto quello all'inizio del film (che ti dice in tre minuti tutto ciò che devi sapere dei Bennett) e quello del ballo a casa dei Bigley (che, in altri tre minuti, riassume le vicende di tutti i personaggi). Joe Wright, che viene dalla TV, è abile, a volte brillante, nel togliere i tempi morti e velocizzare la narrazione. In certe parti del film, dove la storia si sbrodola un po', si intravede qualche pressione dai produttori.

La fotografia: bellissima negli esterni (vedute di brughiere e colline, prevedibili ma sempre appaganti) e negli interni (molta attenta ai dettagli).

Cosa non funziona

Donald Sutherland (il signor Bennett): bollito. Dovrebbe fare l'anziano genitore che, in apparenza rincoglionito, in realtà vede tutto. Gli riesce meglio la prima metà del ruolo.

Keira Knightley (Lizzie): la nuova Wynona Ryder. Occhioni spalancati e mossette.

Matthew Macfadyen (il signor Darcy): un po' fisso. Trova una buona espressione da bel tenebroso, poi non si muove più da lì.

Dialoghi: molto artificiali. I personaggi parlano come libri stampati. Cosa che forse, non lo so, le persone nell'Ottocento facevano davvero. Però è buffo sentire parlare in quel modo i Bennett, nella cui casa circolano maiali e galline.

La lotta fra amore e società: degna di Delly. Non ho mai letto Jane Austen. Però, conoscendo Leggere Lolita a Teheran, dove si parla molto di Orgoglio e Pregiudizio, mi aspettavo qualcosa di sofisticato. Invece, almeno nel film, il tema della repressione sociale dei sentimenti si riduce a poco più della puzza sotto il naso di Darcy (o, in modo più persistente, della duchessa). E' vero, Lizzie è una ribelle, una persona che contesta il mondo dove vive. Ma è anche una donna che insegue il grande sogno di ogni donna (nei romanzi rosa): trovare un uomo degno di essere amato. Nel film questo aspetto schiaccia gli altri, per la felicità e i sospiri delle signore in sala.

Durata

Due ore o poco più. Non ci si annoia. Non si esce con la sensazione di avere usato bene la serata.

16 febbraio 2006

Recensioni: "Transamerica", di Duncan Tucker

Cinema

Milano, Eliseo, sala Olmi. Mentre siamo seduti in attesa della proiezione, arrivano due tizi che, per guadagnare i loro posti, decidono di entrare nella fila dal lato sinistro. I loro posti sono i primi dal lato destro. Avrebbero potuto arrivarci facendo il giro (la sala è piccola). Invece, schiacciano i piedi a ben quattro persone senza neanche dire "scusate". Queste sono le cose che irritano Angelita: "Con comodo, eh? Fare il giro, no!", dice. Uno dei tizi si volta, fa una faccia sprezzante e dice "beh, è proprio una provocazione, una provocazione gratuita, rilassati!". Mi alzo subito e strappo il tizio dalle mani di Angelita che, fuori di sé, stava già caricando il pugno della morte.

Trama

Los Angeles. Bree è una transessuale nata col nome di Stanley. A una settimana dall'intervento chirurgico finale, Bree scopre di essere padre di Toby, un ragazzo di diciassette anni. Toby è il frutto di una divagazione sessuale giovanile. La terapista di Bree le impone di incontrarlo. Allora Bree raggiunge Toby a New York, dove è in galera per spaccio, e lo tira fuori, lasciandogli credere di essere una missionaria cristiana. Poi lo carica in auto per riportarlo dal patrigno di lui, nel Kentucky. Quella non sarà che una tappa di un viaggio molto lungo.

Cosa funziona

Felicity Huffman (Bree): super. La sua bravura non sta tanto nell'interpretare un transessuale uomo, ma nel modo in cui fa evolvere il personaggio. All'inizio del film Bree è una persona insicura, che afferma la sua identità con pose femminili teatrali. Nel corso della storia, si trasforma nella vera donna che ha sempre saputo di essere.

Kevin Zegers (Toby): accattivante. Propone l'espressione un po' tonta che hanno spesso gli adolescenti quando sono alle prese con gli adulti, salvo indossare benissimo i panni del seduttore quando il ruolo glielo chiede.

Fionnula Flanaghan (la mamma italiana di Bree): brava. Ha un ruolo che rischia di trasformarsi in macchietta (per esempio, quando vuole costatare con mano la virilità intatta della figlia), cosa che avrebbe rovinato la storia. Invece, tiene il personaggio nei confini realistici della mamma affettiva e egocentrica.

Regia: efficace. Tucker è al suo debutto in un lungometraggio. Sembra il genere di regista che, pur senza avere molto talento visivo, ha chiaro che tipo di storia sta raccontando e come guidare gli attori.

Sceneggiatura: ben scritta (sempre da Tucker). I dialoghi sono divertenti e naturali. I personaggi sono ben caratterizzati (Bree, per esempio, non è un transessuale standard, ma una donna colta e rigida che, soprattutto all'inizio, tende a impartire lezioni). Nel rispetto delle buone regole dell'arte drammatica, Tucker lavora per creare il pathos nel finale, che in effetti è quasi riuscito a farmi piangere. Perfetto anche l'anticlimax delle ultime scene, che lasciano aperto il futuro dei personaggi.

Il bagno delle signore: un tormentone riuscito. E' curioso che la locandina mostri Bree incerta fra due porte, dato che nel film non avrebbe alcun dubbio su dove entrare.

La transessualità: bellissima la scena di Bree nuda nella vasca, dove, dopo l'operazione, tocca il suo corpo e finalmente vi si riconosce.

La sessualità: felicissimo il tocco leggero con cui Tucker tratta temi pesanti, come gli abusi sessuali che Toby ha subito da bambino. Toby, diventato un prostituto, tenta di sedurre anche Bree, come se non conoscesse altri modi di legarsi a qualcuno. Tucker sembra dirci che il sesso è una cosa buona, ma abbiamo bisogno di voler bene a più persone di quelle con cui possiamo andare a letto.

La genitorialità: sempre con tocco leggero, il film ci mostra che non proviene dal corpo. Bree non si sente un padre, perché non può identificarsi nel fiotto di sperma con cui ha generato Toby. Né si sente una madre ("non sono sua madre!", dice più volte, quando qualcuno la scambia per la madre di Toby). Eppure, Bree è un genitore.

Cosa non funziona

Quanto a montaggio e fotografia, Transamerica non è un capolavoro. Qualche passaggio narrativo è schematico (tipo l'indiano che corteggia Bree, che sembra messo lì apposta per contribuire all'autostima di lei). Cosette.

Durata

Un'ora e tre quarti. Alla fine, ti dispiace staccarti da Bree.

08 febbraio 2006

Recensioni: "Match point", di Woody Allen

Cinema

Odeon, Milano, Sala 4. Come sempre all'Odeon, ci pigiamo come alici davanti ai cordoni che separano l'atrio dalle sale. Gli spettatori di ben quattro film, gli uni sopra gli altri, attendono che un addetto dalla voce bassa annunci la sala che può entrare. "Otto", dice, e in fondo nessuno sente. "Cinque", stessa storia. Basterebbe un cartello luminoso col numero. Fra la folla si diffonde il malcontento. Noi ci uniamo alle lamentele, anzi, sobilliamo. Poi lasciamo cadere lì che, eh, guarda un po', anche l'Odeon appartiene al nostro Presidente del Consiglio. D'altronde, siamo in campagna elettorale.

Trama

Londra. Chris Wilton è un ex giocatore di tennis professionista. Assunto come istruttore in un circolo esclusivo, stringe amicizia con Tom Hewett, un ricco rampollo di buona famiglia. Nella residenza degli Hewett, Chris conosce due donne: Chloe, sorella di Tom e ansiosa di maternità, e Nola, l'intrigante fidanzata di Tom. Chris sposa Chloe e diventa l'amante di Nola. Quando Nola resta incinta, Chris è costretto a scegliere.

Cosa funziona

Il ruolo del caso: convincente. I piccoli avvenimenti che possono cambiare la nostra vita non sono un tema nuovo al cinema (vedi, per esempio, Sliding Doors). Qui, il simbolo del caso è la pallina da tennis che, colpito il nastro della rete, può decidere la partita cadendo da una parte o dall'altra del campo. Allen intreccia bene il simbolo alla vicenda e lo risolve in un episodio finale parallelo (con protagonista una vera di nozze). Carino, e molto alleniano, il ribaltamento di "Delitto e castigo": Chris legge il romanzo all'inizio nel film, poi un giovane uccide due donne (il delitto di Raskolnikov), il finale dimostra che il castigo non è così ineluttabile come pensava Dostoevskij.

Scarlett Johansson (Nola): progredisce. Continua a insistere sulle facce dubbiose (il suo cavallo di battaglia), ma propone più varietà espressiva del solito. Brava come ubriaca. Perde quota nella seconda parte, quando Allen trasforma Nola nel personaggio femminile nevrotico che appare in molti suoi film.

Emily Mortimer (Chloe): molto brava. Interpreta uno stereotipo (giovane borghese vivace ma insicura che sogna un marito e tanti bambini), ma lo anima con tanti piccoli gesti e dettagli.

Matthew Good (Chris): molto bravo. Interpreta anche lui uno stereotipo (giovane ricco brillante ma vuoto, diviso fra le tentazioni di viveur e il richiamo degli obblighi di casta). A sua volta, lo rende credibile.

Le case, i divani, i cuscini a mezzo punto: se avete interessi di arredamento, i film di Allen valgono sempre il prezzo del biglietto.

La regia: senza pecca. Allen è un ottimo regista da interni. Spesso negli interni il regista, anche quello bravo, piazza i personaggi su un divano e poi li fa parlare. Allen, invece, li fa muovere negli spazi, raggruppandoli e dividendoli secondo le esigenze drammatiche.

Cosa non funziona

Jonathan Rhys Meyers (Chris): uno stoccafisso. Incapace di esprimere gradazioni, passa da facce serene a facce disperate, da facce perverse a sorrisi da seminarista. Sembra ubbidire alle istruzioni senza capire molto di ciò che fa. Privo di carisma, non si capisce perché nel film faccia colpo su tutti. Questo è un problema frequente dei film di Allen (dove Allen stesso ha sempre un fascino irresistibile sulle donne)

La storia: molto prevedibile. Prevedi con mezz'ora di anticipo tutti gli avvenimenti. L'unica sorpresa arriva con la faccenda della vera di nozze.

I dialoghi: sbrigativi. In passato, Allen ha preso schemi drammaturgici vecchissimi e li ha rivitalizzati con la sua abilità di scrittura. O, meglio, di microscrittura: la pennellata che rivela un ambiente sociale, il dialogo che crea la tensione fra i personaggi, le battute felici, ecc. In "Match point", invece, la microscrittura è piatta e scontata. E' come se tutto il film fosse un lungo traghettamento dalla scena della pallina a quella della vera di nozze: e, siccome i passaggi necessari sono molti, è come se Allen avesse ridotto i dialoghi al loro elemento funzionale (fare andare avanti la storia), senza prendersi cura di colorarli. Il risultato è che lo schema drammaturgico vecchissimo emerge come uno scheletro dalla sabbia. Come ha già notato Davide L. Malesi in una doppia recensione, non è una cosa bella da vedere.

Durata

Due ore, sembrano di più.

30 gennaio 2006

Recensioni: "I segreti di Brokeback Mountain", di Ang Lee

Cinema

Milano, Excelsior, Sala Mignon. Privi di prenotazione, ci mettiamo in coda per i biglietti. La fila, lunghissima, mescola gli spettatori di "Brokeback Mountain" a quelli dell'altro film dell'Excelsior: "Eccezziunale veramente". Per ammazzare il tempo, giochiamo a indovinare in quale sala andranno gli spettatori che ci precedono. Non ne sbagliamo uno. D'altronde, non è difficile: quelli di "Eccezziunale" sono tutti ragazzotti. Falliamo solo con due signori eleganti di mezza età: all'apparenza una coppia, ma si infilano dritti e sicuri nella sala di "Eccezziunale". Ammiratori di Abatantuono?

Trama

Wyoming, estate del 1963. Ennis e Jack sono due giovani mandriani. Un allevatore li incarica di custodire un gregge di pecore al pascolo montano. Nell'isolamento della foresta, Ennis e Jack fanno pian piano amicizia, finché una notte, nella tenda, si ritrovano a sbottonarsi i pantaloni. "Non sono così", dice l'uno. "Nemmeno io", dice l'altro. L'amore proseguirà vent'anni.

Cosa funziona

Jake Gyllenhaal (Jack): lavora di sfumature. Dà rotondità e spessore a un personaggio complesso: emancipato, senza sensi di colpa, ma contaminato dalle sicurezze borghesi che acquista sposando una ragazza ricca.

Heath Ledger (Ennis): molto misurato. Mescola tratti ruvidi a un fondo di candore che, non so dire i gay, credo abbia schiantato più di una signora in sala. Si abbandona un poco ai toni lagnosi nell'ultima parte del film.

Michelle Williams (Alma, la moglie di Ennis): una scoperta. Perfetta quando, invecchiata, fa una scenata a Ennis, esprimendo tutto il dolore e la frustrazione che, di solito, alla sua vera età (ventiquattro anni) non si sono ancora accumulati.

Il Wyoming: ti fa venire voglia di andare a pascolare le pecore sui monti. Forse lo scenario si poteva sfruttare anche di più (Ang Lee si concede qualche veduta da cartolina di troppo).

I truccatori: bravissimi. I film con storie che durano decenni hanno bisogno di fare invecchiare i personaggi in modo credibile. Non è facile, almeno a giudicare dai pateracchi che si vedono spesso, anche in film a grosso budget. Qui, invece, in un film che abbonda di primi piani, tutti sembrano invecchiare per davvero. Fa eccezione la Hathaway che (vedi sotto) non riesce neanche in questo.

Lo sdoganamento: riuscito. La mia modestissima opinione è che il favore migliore che puoi fare ai gay è farli vedere: per gran parte della gente, è solo questione di abituarsi all'idea che esistono. In questo, Brokeback Mountain è perfetto. Ti mostra un amore gay che non è morboso, non ha bizzarrie, che ha il sesso ma anche l'agàpe (direbbe Ratzinger). Insomma: niente di strano, niente di cui avere paura.

Cosa non funziona

Anne Hathaway (Lureen, la moglie di Jack): fa smorfie invece di recitare. Fuori posto dovunque la si metta. Di certo il personaggio non è una donna intelligente; l'impressione è che anche l'attrice ci metta del suo. Ridicola con la parrucca bionda. Compromette il personaggio di Jack. Mentre Ennis e Alma hanno molte scene insieme, quelle di Jack e Lureen sono poche: niente mi toglie dalla mente che Ang Lee le abbia girate e poi tagliate, preso dalla disperazione.

Il polpettone: indigesto. Gli sceneggiatori introducono una miriade di elementi inutili e sottotrame irrilevanti: i suoceri texani da macchietta, Jack che fa guidare il trattore al figlio, la figlia di Ennis che si sposa, i barattoli che cadono, i prostituti del Messico, l'attacco dell'orso nella foresta (qui siamo in pieno Walker Texas Ranger).

Ang Lee: dispersivo. Mostra troppo, allunga il brodo, si perde in dettagli. Soprattutto, prepara male le due scene madri. La prima arriva di colpo, quando stavo giusto inziando a chiedermi perché non ci fosse ancora corrente sessuale fra i due ragazzi. La seconda, quello dell'ultimo incontro, ti accorgi che è una scena madre solo a posteriori, quando apprendi gli eventi successivi. Verso la fine del film, Ang Lee perde il controllo drammatico della storia, che si affloscia come un soufflé.

L'omosessualità: poco tematizzata. Prendete una donna e uomo, create una situazione di amore clandestino, sostituite Jack Gyllenhaal con sua sorella, e il resto di Brokeback Mountain potrebbe restare grosso modo com'è. Lo specifico omosessuale (la repressione, il pregiudizio) resta sullo sfondo. I personaggi ne parlano: Jack vagheggia una vita comune, Ennis è tormentato dal ricordo di un'atrocità vista da bambino, ed è chiaro che la clandestinità rovinerà le loro vite. Tuttavia, repressione e pregiudizio non entrano mai nella storia narrata. Ang Lee non era tenuto a mettercele: un film d'amore può ben bastare a se stesso. E però allora poteva risparmiarsi anche il polpettone.

Durata

Due ore e un quarto. Noia nell'ultima ora.

Aggiornamento (31.1): Ledger, Gyllenhaal, la Williams, il film, Ang Lee, gli autori della (buona) colonna sonora, gli sceneggiatori (polpettosi) e il direttore della fotografia (impeccabile) sono stati candidati agli Oscar 2006.

Aggiornamento (2.2): FinOcchio, cui il film è piaciuto molto, scrive una controrecensione nei commenti. E può darsi che il suo occhio sia più fine del mio.

10 gennaio 2006

Recensioni: "L'enfant", di Jean-Pierre e Luc Dardenne

Cinema

Eliseo, Sala Truffat. La sala è quasi vuota ma, vittime dei posti numerati, ci sediamo vicino a una coppia che commenterà le scene a mezza voce per tutto il tempo, come fossero a casa loro a guardare la TV. Lo stile dei Dardenne, in effetti, ha qualcosa del reality.

Trama

Seraing (Belgio). Sonia, diciottenne, vive col sussidio pubblico. Bruno, il suo ragazzo, vive di scippi, commerci loschi e chiedendo le monete per strada. Quando Sonia ha un bambino da lui, Bruno accetta di riconoscerlo in Comune. Poi si informa sul prezzo di mercato dei neonati. Sonia non la prenderà bene.

Cosa funziona

Jérémie Renier (Bruno): molto efficace. Anche nelle azioni più spregevoli, riesce a farti pensare che in Bruno, in fondo, c'è qualcosa di buono.

Déborah François (Sonia): intensa. Debuttante, le tocca un ruolo di ragazza ingenua ma decisa a lottare. I momenti migliori sono quando gioca con Bruno, facendoti capire perché lo ami.

Il welfare belga: funziona. Vediamo dormitori decenti, sussidi che permettono di campare, assistenti sociali efficienti (visitano Sonia a casa dopo il parto, fanno arrivare un'offerta di lavoro a Bruno), poliziotti solerti (arrivano subito se chiamati, trattano i criminali con rispetto). E cittadini che inseguono i ladri che scippano le borse alle signore.

L'analisi sociale: assente. Il primo merito dei Dardenne è che ti mostrano i perdenti. E' un merito perché ti ricordano che, in genere, la parte peggiore della società non la vedi. A un certo punto, Bruno visita sua madre, e lì intuisci che lei non si è mai occupata di lui. Poi, c'è poi un piccolo scippatore che, ti sembra di capire, ha conosciuto solo il riformatorio. Il secondo merito dei fratelli Dardenne è che non incolpano la società. Anzi, si sforzano di mostrarti il welfare, i cittadini onesti, le opportunità che si aprono intorno a chiunque. Non per ideologia (potrebbe essere una teoria reazionaria), ma per rispetto della complessità delle cose.

Lo stile realistico: magistrale. Si ama associare i Dardenne all'estetica del pedinamento di Zavattini. E' il cinema che elimina gli artifici, che mette lo spettatore nel ruolo della spia, che gli fa osservare i personaggi mentre sono di spalle. I Dardenne, in effetti, seguono Bruno ovunque vada, come in un documentario. E lo fanno benissimo. L'unico limite è che lo spettatore, trovandosi in posizione di vantaggio, può sentirsi invitato a giudicare i personaggi. Io me ne astengo volentieri. La coppia al nostro fianco, invece, è caduta subito nella deiezione del commento ("no, ma perché fa così", "ma che stupido che è...", "pensa che invece potrebbe...").

I criminali veri: quelli puliti. Qui un po' di analisi sociale i Dardenne la fanno, mostrandoci che l'economia criminale è come quella legale: le rendite vanno verso l'alto. Bruno ruba e rischia: i profitti grossi li fanno ricettatori ben vestiti nei bar e nei negozi.

Cosa non funziona

Il riscatto di Bruno: poco convincente. Una tesi ricorrente dei Dardenne è che, sul piano morale, siamo tabula rasa: nasciamo brutali, e impariamo ad amare e rispettare gli altri solo grazie al contatto umano. Bruno vive in un mondo di cose: soldi, giubbotti, telefonini. Cresce quando si accorge del male che fa alle persone. Io non ci credo molto. Ad occhio, mi sembra che la gente invecchiando peggiori (a furia di contatto umano). I Dardenne sono seri e non teorizzano. Non aspettatevi fesserie tipo lo spot sulla droga che adesso gira in TV: quello con l'adolescente che è triste e, ti fanno intendere, progetta di bucarsi, ma cambia idea perché papà vuole giocare con lui. Però, il cambiamento di Bruno nel finale mi è parso poco giustificato dalla storia.

Il neonato: poco realistico, nonostante lo stile del film. Mai visto un neonato di pochi giorni che non piange mai.

Durata

Un'ora e mezza. Qualche lentezza.

03 gennaio 2006

Recensioni: "A history of violence", di David Cronenberg

Cinema

Milano, Apollo, sala Fedra. E' uno storico cinema milanese, trasformato in multisala da un paio d'anni. Chissà perché, il botteghino è ancora quello vecchio: una specie di anticamera minuscola, dove la coda intralcia la porta di ingresso. Ci fa i biglietti una brunetta truccata e pettinata da suicide girl (però vestita).

Trama

Stati Uniti. In una piccola città del midwestern, Tom Stall ha una vita esemplare: un bar, una moglie bella, due figli d'oro, tutti lo amano. La moglie gli dice che è "l'uomo più buono che abbia mai conosciuto". Un giorno, arrivano in città due serial killer. Entrati nel bar di Tom, stanno per uccidere la cameriera. Tom reagisce, strappa loro le armi, li uccide. Le TV fanno di lui un eroe: ciò gli attirerà l'attenzione di una gang di Philadelphia.

Cosa funziona

La prima parte. Come in altri suoi film, Cronenberg riflette sul tema dell'identità personale. Tom Stall è un uomo buono perché ha scelto di esserlo. E, scegliendo di esserlo, è sorta intorno a lui una rete di persone che lo confermano in quel ruolo. Ma, ci suggerisce Cronenberg, scegliere di essere non è la stessa cosa che essere. Tutto ciò è detto nella storia, non mettendo teorie in bocca ai personaggi (come avrebbero fatto altri registi). Cronenberg si dedica, con successo, a costruire un'atmosfera di oscura minaccia che grava, allo stesso tempo, sui familiari di Tom e sull'uomo che Tom vorrebbe essere.

Viggo Mortensen (Tom Stall): convincente. Pur senza grandi doti espressive, si muove bene sia nella parte dell'uomo buono, sia in quella dell'uomo d'azione. Forse spaesato nella seconda parte, ma a quel punto è il film che ha perso il suo equilibrio.

Maria Bello (Edie, la moglie di Tom): un piacere vederla. Le spetta una parte di donna dolce e determinata: due cose che non tutte le attrici riescono a mettere insieme. Molto sexy (a dispetto dell'assenza di tette). Gli affezionati di ER la ricorderanno dottoressa (se non sbaglio, la accoltellavano insieme al dottor Carter).

Ed Harris (Fogarty, il capo della gang di Philadelphia): spettacolare. Di solito è lui che fa l'uomo buono. Qui invece fa un gangster modello "scarface" (nel senso che ha proprio la faccia conciata male). Come uomo buono, Harris tende a scomparire. Come cattivo, lo scopri carismatico.

Ashton Holmes (Jack Stall, il figlio di Tom): perfetto. Gli spetta un ruolo da adolescente sensibile, intelligente, a sua volta alla ricerca di una identità. In realtà, è un personaggio visto mille volte, ma il giovane Ashton esegue benissimo.

Cosa non funziona

William Hurt (Richie, il fratello di Tom): un danno. E' invecchiato, è ingrassato, gigioneggia. Si muove come un elefante in un film che vorrebbe essere sottile.

La seconda parte: perde di significato dopo che apprendi la verità su Tom. Nella prima parte, senti che il problema dell'identità personale vale anche per te; nella seconda, riguarda solo Tom. Forse perché sa che non c'è più molto da dire, Cronenberg devia sull'action movie. Il finale è telefonatissimo.

La famiglia di Tom: troppo perfetta. Oltre ai figli belli, al lavoro onesto, alla serenità familiare, Cronenberg ci propina un marito e una moglie che, dopo vent'anni insieme, riescono anche a fare sesso con fantasia.

I criminali: troppo caricaturali. Ed Harris è bravo, ma il suo personaggio sembra uscito da un anime giapponese (immaginatevi un criminale sfregiato in Cowboy Bepop). William Hurt è pessimo, ma il suo personaggio sarebbe stato ridicolo anche in un film di Bruce Willis. Immagino che Cronenberg abbia caricato questi personaggi per fare contrasto con la famiglia di Tom. Beh, ha esagerato. E non può non venirti in mente la tradizione cinematografica dei criminali che ammazzano, rubano, ma sono anche persone (vedi Heat, per dire).

Le scene d'azione: in particolare, c'è un combattimento dove un personaggio (non dico quale) fa fuori, a mani nude e con pistola, una quantità imprecisata di persone. "Tarantino", mormora qualcuno in sala. "Jackie Chan", penso io, vedendo il personaggio pacioso che, di colpo, tira fuori gesti velocissimi di karate.

Durata

Un'ora e quaranta. La prima parte si conclude con la seconda sparatoria, che sarebbe stata anche un ottimo finale. Purtroppo, a quel punto c'è ancora più di mezz'ora di film.

01 dicembre 2005

Le intenzioni dell'autore

Susanne Clarke, autrice di Jonathan Strange e Mr. Norrell (un libro sottile, colto, divertente che ovviamente in Italia nessuno ha cagato) così inizia a rispondere alle domande di Crooked Timber sui perché e i per come del suo romanzo:

“Inizierò, come fece China Miéville, mettendo le mani avanti. In effetti, riprenderò proprio ciò che China diceva all’inizio del suo pezzo. Dice:

Uno degli argomenti comuni sollevati dagli autori è la fesseria del “Ne so più di te perché l’ho scritto”. Per rendere la mia posizione assolutamente chiara: al diavolo l’intenzione dell’autore. Non ne so necessariamente più degli altri.

Per me non è solo che gli autori non sempre ne sanno più degli altri. E più un ‘Ragazzi, mi spiace, ma in realtà non sono l’autrice’. L’autrice non è potuta venire. E’ uscita. Se ne è andata dopo avere finito il libro. Io sono la persona che resta dopo che lei è sparita. Può darsi che io possa aiutarvi perché, a quanto pare, ho qui un mucchio dei suoi ricordi - e anche molte delle sue note e altro. Ma, per quanto qualche ricordo sia limpido come un cristallo, altri sono sfocati, e parecchi altri mancano. Idem per le note e il resto. Riguardo a ciò che intendeva scrivendo questo o quello, in molti casi non avrebbe saputo rispondere comunque. Non se ne diede mai pensiero. Farò il mio meglio per ricostruire ciò che posso. In effetti fingerò di essere lei, dicendo “io” e “me”. Il punto è che se in qualsiasi momento vi sembrasse che io la stia contraddicendo (l’autrice), allora credete a lei e non a me. Fra noi due, è la più sveglia”.

Per quei tre che avessero letto il romanzo, qui c’è il resto, dove la Clarke dimostra che non è poi tanto meno sveglia dell’autrice.

30 novembre 2005

Sperma di Gallo

L’attore americano Vincent Gallo, noto per varie apparizioni in buoni film indipendenti degli anni Novanta, e per il tentativo di poco successo di avviare una carriera di cantante, mette in vendita sperma nella sezione “merchandising” del suo sito. Per 1 milione di dollari, Gallo si “presta a fornire sperma per il numero di tentativi necessari a completare la fecondazione artificiale e il successivo parto”. La cifra include le spese mediche.

Nel resto dell’annuncio, Gallo si perde in vaneggiamenti eugenetici. La notizia non meriterebbe una ripresa non fosse per l’eccellente caricatura di “14”, un’illustratrice specializzata nella satira delle celebrità. Il suo sito, Gallery of the Absurd, merita una visita.

Non vi sarà sfuggito che, in questa caricatura, 14 cita anche un famoso dipinto.