21 marzo 2006

Recensioni: "Truman Capote: a sangue freddo", di Bennett Miller

Cinema

Milano, President. Un'altra delle sale milanesi senza posti numerati. Alla cassa, Angelita non sa trattenersi: "Scusi, quando passerete ai biglietti coi numeri?", dice. La cassiera, una bionda slavata, sembra svegliarsi da un sonno: "Intorno alle otto". Intorno alle otto?

Trama

Kansas, 1959. Nella piccola città di Holcomb, una famiglia di cinque persone è sterminata da sconosciuti. Truman Capote, all'apice della celebrità, ritaglia la notizia sul giornale e chiede al New Yorker di inviarlo sul posto. Harper Lee (che scriverà "Il buio oltre la siepe") lo accompagna come assistente. Ad Holcomb, Capote si farà coinvolgere. Attratto da uno degli accusati, Perry Smith, procurerà a lui e al compagno un buon avvocato. Deciso a scrivere un libro sulla vicenda, Capote stabilirà un rapporto ambiguo con Perry. Poi lo abbandonerà al suo destino.

Cosa funziona

Philip Seymour Hoffman (Capote): perfetto. Somiglia poco al Capote dell'epoca: perciò lo imita coi gesti, le pose, gli sguardi e, mi dicono, la voce (non so giudicare il doppiaggio italiano). Il risultato poteva essere una caricatura. Invece, Hoffman crea un personaggio complesso e vivo. Bravissimo per sfumature nelle scene in carcere con Perry.

Clifton Collins Jr. (Perry): regge il confronto con Hoffman. Il suo personaggio è un perdente malinconico: nei suoi occhi, ogni tanto, appare la speranza che il suo destino non sia quello che conosce da sempre.

Catherine Keener (Harper Lee): incantevole. Fa da contraltare a Capote: lui è preso da sé, lei è interessata a capire il mondo. In questo la Keener quasi esagera, col suo sguardo saggio e penetrante.

Regia: onesta. Miller si fa da parte e lascia che lo spettatore legga tutto sui volti e nelle parole dei personaggi. Forse un po' meccaniche le scene di gruppo, soprattutto quelle dove Capote si esibisce in società.

Truman Capote: notevole. A volte i film biografici portano sullo schermo persone che, non avessero avuto successo, avrebbero dato pochi motivi al prossimo di interessarsi a loro. Qui capisci perché Capote abbia goduto di una fama maggiore di quella dei suoi libri. Il film sottolinea i tratti mediocri di Capote: è invidioso, egocentrico, manipolativo. Allo stesso tempo, è un'anima che conosce tutti i suoi mali.

Il discorso sulla scrittura: profondo. Truman Capote non vuole il Perry reale. Vuole il Perry che descriverà nel suo libro. Questo, ti dice il film, non è un difetto di Capote: è un difetto del mestiere che fa.

Cosa non funziona

Sviluppo drammatico: debole. E' il tipo di film che, più che raccontarti una storia, ti invita a fare l'entomologo. Gli eventi contano poco: sono solo le occasioni che permettono a Capote di rivelarsi. Purtroppo, Capote è un personaggio notevole ma non attraente; né lo è Perry (un assassino).

Durata

Quasi due ore. Segui con molto interesse e con poca partecipazione.

5 commenti:

seia ha detto...

D'accordo su tutto, tranne per il fatto che io ne sono stata coinvolta, ma 1) io adoro Capote 2) in molte cose mi ha ricordato qualcuno a cui voglio molto bene 3) ho una passione per l'America intellettuale e superficiale di quel periodo, capace di sfornare capolavori uno via l'altro e d'inventarsi serate a spettegolare e parlare del niente 4) il rapporto ambiguo tra Capote e Perry l'ho trovato molto ben costruito, si gioca sulle sfumature, il genio è crudele ed egoista, non potrebbe essere altrimenti.

delio ha detto...

una volta dovresti (o dovrebbe angelina) spiegare perché i posti non numerati non vanno bene. io per principio evito i cinema coi posti numerati, per esempio. che fai se di fronte a te hai un tizio altissimo, o puzzolente, o una coppia che passa il tempo a commentare, o a pomiciare?
niente piú problemi grazie ai posti liberi! il posto libero è il futuro (pensa a ryanair)!

Rodolfo ha detto...

Seia, in effetti io di Capote non ho mai letto nulla, e questo può avermi condizionato. D'accordissimo su 4), avrei fatto meglio a inserirlo come punto separato (Cosa funziona). Il genio crudele e egoista mi lascia meno convinto. O almeno il film insiste molto sul fatto che, dopo quella sorta di disfatta morale, Capote non riuscì più a scrivere molto...
Delio, dicevo qualcosa qui.

delio ha detto...

quel post era esattamente quello che mi aveva fatto nascere dubbi sulla sua/vostra idiosincrasia verso i posti non numerati.
con rispetto, eh, ma mi sembra che questo terrore della calca, questo desiderio di una visione del film in camera sterile sia molto - ehm - milanese. non per niente cancellerei dalla faccia della terra i warner village con un tratto di penna, e non solo per il film che danno. è meglio un film di renoir nel cinema parrocchiale o di emmerich in una sala con proiettore digitale e turbosurround?

comunque, lo ripeto, i rischi di un cinema coi posti assegnati sono secondo me superiori a quelli di un cinema coi posti liberi. e poi, quanto spesso vi succede di andare in un cinema così affollato da non potervi comunque prendere i posti che avreste preso se aveste potuto prenotare?

Rodolfo ha detto...

Ci capita spessissimo il cinema affollato. A volte facciamo tutta la coda e andiamo via perché la cassiera dice che sono rimasti solo posti davanti. E se è affollato come fai ad evitare il tizio che arriva e si siede accanto a te col formato gigante di popcorn? Te ne andresti subito, ma dove?
Per rispondere meglio alla tua domanda: meglio un Renoir con proiettore buono, suono splendido, poltrone larghe, file spaziate, corretta inclinazione della sala, libertà di arrivare cinque minuti prima dell'inizio e sederti nel tuo posto prenotato. Se no mi affitto un DVD, ti pare?
I posti prenotati, poi, ce li prendiamo eccome. Se li troviamo occupati, la gente alza e se ne va. Sì, lo so, è una cosa milanese.