16 febbraio 2006

Recensioni: "Transamerica", di Duncan Tucker

Cinema

Milano, Eliseo, sala Olmi. Mentre siamo seduti in attesa della proiezione, arrivano due tizi che, per guadagnare i loro posti, decidono di entrare nella fila dal lato sinistro. I loro posti sono i primi dal lato destro. Avrebbero potuto arrivarci facendo il giro (la sala è piccola). Invece, schiacciano i piedi a ben quattro persone senza neanche dire "scusate". Queste sono le cose che irritano Angelita: "Con comodo, eh? Fare il giro, no!", dice. Uno dei tizi si volta, fa una faccia sprezzante e dice "beh, è proprio una provocazione, una provocazione gratuita, rilassati!". Mi alzo subito e strappo il tizio dalle mani di Angelita che, fuori di sé, stava già caricando il pugno della morte.

Trama

Los Angeles. Bree è una transessuale nata col nome di Stanley. A una settimana dall'intervento chirurgico finale, Bree scopre di essere padre di Toby, un ragazzo di diciassette anni. Toby è il frutto di una divagazione sessuale giovanile. La terapista di Bree le impone di incontrarlo. Allora Bree raggiunge Toby a New York, dove è in galera per spaccio, e lo tira fuori, lasciandogli credere di essere una missionaria cristiana. Poi lo carica in auto per riportarlo dal patrigno di lui, nel Kentucky. Quella non sarà che una tappa di un viaggio molto lungo.

Cosa funziona

Felicity Huffman (Bree): super. La sua bravura non sta tanto nell'interpretare un transessuale uomo, ma nel modo in cui fa evolvere il personaggio. All'inizio del film Bree è una persona insicura, che afferma la sua identità con pose femminili teatrali. Nel corso della storia, si trasforma nella vera donna che ha sempre saputo di essere.

Kevin Zegers (Toby): accattivante. Propone l'espressione un po' tonta che hanno spesso gli adolescenti quando sono alle prese con gli adulti, salvo indossare benissimo i panni del seduttore quando il ruolo glielo chiede.

Fionnula Flanaghan (la mamma italiana di Bree): brava. Ha un ruolo che rischia di trasformarsi in macchietta (per esempio, quando vuole costatare con mano la virilità intatta della figlia), cosa che avrebbe rovinato la storia. Invece, tiene il personaggio nei confini realistici della mamma affettiva e egocentrica.

Regia: efficace. Tucker è al suo debutto in un lungometraggio. Sembra il genere di regista che, pur senza avere molto talento visivo, ha chiaro che tipo di storia sta raccontando e come guidare gli attori.

Sceneggiatura: ben scritta (sempre da Tucker). I dialoghi sono divertenti e naturali. I personaggi sono ben caratterizzati (Bree, per esempio, non è un transessuale standard, ma una donna colta e rigida che, soprattutto all'inizio, tende a impartire lezioni). Nel rispetto delle buone regole dell'arte drammatica, Tucker lavora per creare il pathos nel finale, che in effetti è quasi riuscito a farmi piangere. Perfetto anche l'anticlimax delle ultime scene, che lasciano aperto il futuro dei personaggi.

Il bagno delle signore: un tormentone riuscito. E' curioso che la locandina mostri Bree incerta fra due porte, dato che nel film non avrebbe alcun dubbio su dove entrare.

La transessualità: bellissima la scena di Bree nuda nella vasca, dove, dopo l'operazione, tocca il suo corpo e finalmente vi si riconosce.

La sessualità: felicissimo il tocco leggero con cui Tucker tratta temi pesanti, come gli abusi sessuali che Toby ha subito da bambino. Toby, diventato un prostituto, tenta di sedurre anche Bree, come se non conoscesse altri modi di legarsi a qualcuno. Tucker sembra dirci che il sesso è una cosa buona, ma abbiamo bisogno di voler bene a più persone di quelle con cui possiamo andare a letto.

La genitorialità: sempre con tocco leggero, il film ci mostra che non proviene dal corpo. Bree non si sente un padre, perché non può identificarsi nel fiotto di sperma con cui ha generato Toby. Né si sente una madre ("non sono sua madre!", dice più volte, quando qualcuno la scambia per la madre di Toby). Eppure, Bree è un genitore.

Cosa non funziona

Quanto a montaggio e fotografia, Transamerica non è un capolavoro. Qualche passaggio narrativo è schematico (tipo l'indiano che corteggia Bree, che sembra messo lì apposta per contribuire all'autostima di lei). Cosette.

Durata

Un'ora e tre quarti. Alla fine, ti dispiace staccarti da Bree.

3 commenti:

davide l. malesi ha detto...

Non ancora visto. La recensione mi ha fatto venir parecchia voglia di andarci.

Rodolfo ha detto...

Davide, mi prendo il rischio di dire espressamente che ne vale la pena.

rael ha detto...

finalmente qualcuno che usa le desinenze giuste per parlare di una transessuale.