04 settembre 2006

Recensioni: "Thank you for smoking", di Jason Reitman

Cinema

Arlecchino, Milano. E’ tornato il caldo, ma proprio oggi il gestore della sala ha deciso che l’aria condizionata non serve più. Si boccheggia fra una ventina di spettatori che, chissà perché, hanno deciso di sedersi tutti vicini a noi.

Trama

Stati Uniti. Nick Naylor è un brillante lobbista per l’industria americana del tabacco. Quando il senatore Finistirre propone di inserire un teschio minaccioso sulle confezioni di sigarette, Naylor va a Los Angeles per convincere gli studios a far fumare gli attori nei film. Nel frattempo, corrompe un ammalato di cancro, va a letto con una giornalista che vuole scrivere un articolo su di lui, insegna al figlio i vantaggi della flessibilità morale. Quando il mondo gli si volta contro, sarà proprio il figlio a dirgli come uscirne.

Cosa funziona

I titoli di testa: elegantissimi. I nomi del cast scorrono su pacchetti di sigarette in luogo delle marche. Inutile descrivere i dettagli: qui potete vedere i titoli, anche se in piccolo l’effetto si perde parecchio. Raccomandato per gli amanti dei font.

Cameron Bright (il figlio di Naylor): carismatico, anche se è strano dirlo di un ragazzino di dodici anni. Con quegli occhi penetranti, mette persino un po’ paura. In Birth tentava di sedurre Nicole Kidman.

William H. Macy (il senatore Finistirre): misurato. Sviluppa a pieno il lato grottesco del suo personaggio senza ucciderne del tutto la credibilità come difensore della salute. Macy è un caratterista storico del cinema e della TV.

Cosa non funziona

Aaron Eckart (Naylor): volenteroso ma niente di più. Non ha un ruolo facile: dovrebbe fare il mascalzone e conquistare allo stesso tempo la simpatia del pubblico. In realtà, è poco simpatico e, come mascalzone, ha un’aria troppo bonacciona.

Katie Holmes (la giornalista): tutta smorfie e occhioni spalancati. Non si capisce come Naylor, lobbista scafatissimo, possa cadere nel suo tranello. O, se me la passate, come possa esserci caduto Tom Cruise.

Sceneggiatura: poche idee ma scontate. Dialoghi già sentiti, situazioni prevedibili, eccesso di carne al fuoco. Il film potrebbe salvarsi sul finale, quando Naylor si presenta al Congresso per un’audizione. E’ un luogo classico del cinema americano: l’uomo comune che, interrogato da politici ipocriti, parla con ardore e svela la loro bassezza. Ma il discorso di Naylor è così scialbo che quasi quasi fanno figura migliore i politici.

La regia: debole. Jason Reitman parte con uno stile semi-documentaristico vivace alla Michael Moore: ma le animazioni e le altre trovate non divertono. Poi tenta di narrare: ma si appiattisce su uno stile televisivo. Papà ha ancora cose da insegnargli.

Le sigarette: non ci sono. E’ un film sul fumo, pieno di personaggi fumatori. Ebbene: non vedi mai una sigaretta accesa.

La morale: cerchiobottista. Da una parte il film descrive i nemici del fumo come ipocriti e paternalisti. Dall’altra presenta gli industriali del tabacco come avidi e cinici. Forse ha ragione in entrambe le cose. Però il fumo è un problema che tocca la salute, l’informazione, le libertà degli adulti, le forme del controllo sociale nella società dei media… qualcosa di più da dire ci sarebbe stato.

Durata

Un’oretta e mezza. Si comincia ad annoiarsi dopo le prime scene e non si recupera più.

2 commenti:

Alessandra ha detto...

Dissento...!

Rodolfo ha detto...

Sì ma da cosa.