11 gennaio 2006

Il self help ha poca rispettabilità culturale

Su Repubblica di sabato scorso (7 gennaio), è apparsa un'intervista a Raimon Panikkar. L'intervistatore (Antonio Gnoli) informava che "Raimon Panikkar è un uomo coltissimo, i cui interessi spaziano dalla filosofia alla religione, alla scienza... E' considerato il più autorevole studioso in grado di mettere a confronto religioni diverse. E' un fautore del dialogo interculturale. Splendide le sue traduzioni dal vedico".

Durante l'intervista, Gnoli si è meravigliato che Panikkar dicesse che "bisogna liberarsi dall'ossessione del perché".

G. Ma è piuttosto difficile vivere in un mondo come il nostro e non chiedersi mai il perché.

P. Attenzione. Sono le azioni ultime, come l'amore autentico, che si fanno senza un perché.

Libertà da tutto tranne che dal proprio cuore?

Si è liberi quando non diamo una ragione alle nostre decisioni.

Siamo nel campo della fede o della follia.

E' solo l'Occidente che vuole giustificare ogni cosa, trovare una spiegazione per tutto.

Quest'idea, che a Gnoli ricorda gli atti di fede e di follia, a me risveglia vecchie letture di libri di self help (ebbene sì, mi piacciono i libri di self help). Per esempio Edward de Bono, lo psicologo e consulente aziendale che ha inventato il metodo a "Sei Cappelli" per il pensiero laterale, descrive il "Cappello Rosso" così:

Nel sistema a Sei Cappelli per il pensiero laterale, il Cappello Rosso permette a un partecipante alla riunione di esprimere i suoi sentimenti così come sono. Non è tenuto a spiegare, giustificare, qualificare o scusarsi per ciò che sente. Il Cappello Rosso legittima i sentimenti (traduco da Edward de Bono, How to be more interesting, p. 151).

Il Cappello Rosso vi autorizza a ciò che tutti vi dicono di non fare mai: parlare prima di avere pensato. Così come Panikkar vi invita ad agire prima di esservi fatti domande. Dire che Panikkar è profondo e de Bono un banalizzatore sarebbe ingiusto: anzi, a differenza di Panikkar, de Bono ricorda che ci sono altri cinque cappelli da indossare.

Un secondo esempio è "la tavola dei diritti dell'assertività". L'assertività è una tecnica per gestire le critiche e le opposizioni. La teoria è che il possesso di questa tecnica vi renda più forti, perché se vi sentite capaci di affrontare gli altri li temete meno. Quindi, guadagnate libertà interiore e prendete più iniziative. La tecnica si basa sul riconoscere a voi stessi una serie di diritti, fra cui:

Diritto assertivo 8. Hai diritto di essere illogico nelle tue decisioni.

La logica è di grande aiuto agli altri nell'affrontare i tuoi comportamenti se vogliono cercare di farti cambiare. Se mi chiedessero di spiegare a un bambino che significa la parola "logica", non sbaglierei troppo dicendo "La logica è ciò che gli altri usano per dimostrarti che sbagli", e lui capirebbe cosa intendo (traduco da Manuel J. Smith, When I say no, I feel guilty, pp. 62-63).

Gli esempi potrebbero continuare. Mi chiedo se la differenza fra un "uomo coltissimo" come Panikkar e gli autori del self help, che hanno ben poche pretese culturali, non si riduca alla forma che danno alle loro idee. Panikkar le copre di vesti curiali, gli autori di self help di significati pratici. Non esprimo giudizi su cosa sia meglio (non cerco di essere logica). Dico solo, mettendomi il Cappello Rosso in testa, che i libri di self help sono strampalati ma stimolanti. L'intervista a Panikkar era noiosa e mortifera.

18 commenti:

delio ha detto...

scusa l'ignoranza: cos'è il self-help?

Lucis ha detto...

"Mi chiedo se la differenza fra un "uomo coltissimo" come Panikkar e gli autori del self help, che hanno ben poche pretese culturali, non si riduca alla forma che danno alle loro idee."

Confesso le mie colpe: me lo sto chiedendo anch'io. C'è in particolare un critico, insegnante universitario e autore di vari volumi di saggistica che mi sgomenta. Trovo le sue argomentazioni (quando le trovo) di una imbecillità unica. Non riesco mai a capire se è mia ignoranza di letteratura o cretineria sua. Eppure scrive pure su di una nota rivista. Mah

Angelita ha detto...

Sono i libri che ti insegnano abilità utili alla vita o al lavoro: vincere la timidezza, imparare a scrivere, diventare un bravo venditore, fare impazzire lei/lui a letto, ecc.

Angelita ha detto...

Lucis, fuori il nome.

marco ha detto...

"La logica è ciò che gli altri usano per dimostrarti che sbagli" è stupendo.

Per quanto riguarda l'autore a cui si riferiva Lucis, scommetterei un 65% su Alberoni e un 35% su Galimberti.

Sarebbe poi interessante se Angelita dedicasse un bel post allo sdoganamento dei libri di self help, dai quali sto lontano come da una malattia infettiva, ma che evidentemente hanno i loro pregi.

marco ha detto...

Delio, fidati, il self help è una cosa che non può che farti francamente schifo, forse anche dopo lo sdoganamento che ne farà Angelita ;-)

Angelita ha detto...

Marco, l'ho già fatto lo sdoganamento, no? Oltre non potrei andare. Il 90% dei libri di self help sono schifezze. In ogni filone ci sono uno o due "classici", che sono quelli che vale la pena di leggere, più dozzine di altri libri che ricicciano le stesse idee. Le idee dei classici di solito poi si trovano anche altrove, in forme più adatte ai gusti del lettore schizzinoso. Per esempio, la distinzione di De Bono fra pensiero critico e pensiero laterale ritorna negli studi di Gardner sulle intelligenze multiple. L'assertività invece è confluita nelle tecniche cognitivo comportamentali, che ormai hanno alle spalle studi clinici e letteratura accademica (e, incidentalmente, stanno ammazzando la psicanalisi). Quindi, direi che i libri di self help sono adatti giusto al cacciatore di pepite, che ama trovare quelle due o tre idee stimolanti in mezzo a letture per il resto dimenticabili. Il problema, forse, è che non sono tanti i libri con due o tre idee stimolanti.

davide l. malesi ha detto...

Non ho mai sopportato i libri si self help. Devo però dire che, per il lavoro che faccio (e anche per scrivere), "Come parlare in pubblico e convincere gli altri" di Dale Carnegie mi è stato preziosissimo. Continuo a pensare che sia un libro squallido, nonxhé una collezione di mezzucci. Il fatto è che sono mezzucci che funzionano.

Angelita ha detto...

Davide, esattamente. Il libro di Carnegie è un "classico". Vado a memoria, ma credo che la prima edizione sia degli anni Trenta, e ancora oggi è vendutissimo. Comunque, visto che non l'ho mai letto, vado subito a inserirmelo nel carrellino di Amazon.

davide l. malesi ha detto...

E' l'equivalente contemporaneo di manuali di retorica di epoca romana, tipo l’Institutio oratoria di Quintiliano. E devo dire che leggendo Dale Carnegie ho anche capito come mai i manuali di retorica fossero considerati, ai tempi dei Romani, indispensabili.

Angelita ha detto...

Senz'altro gli antichi non avevano il nostro snobismo verso i libri che insegnano il "come si fa". De Bono cita spesso gli stoici che, in effetti, uno può vedere come fautori del self help ("come avere una vita felice"). Per non dire Epicuro. Per non dire i manuali di scrittura (il "Trattato sul sublime" dello pseudo-Longino).

Lucis ha detto...

mmmmm... Carla De Benedetti. Prego di notare questa perla che ho preso da Lipperatura (si parlava dello stato di salute della critica):

" I problemi di questa epoca sono altri.... il ricatto populistico delle classifiche di vendita, l'enorme spazio dato alla cultura anglofona, l'audience che sostituisce il giudizio..."

Dico, ma che cazzo vuol dire? L'audience è la scelta, il giudizio di molti. Contrapporlo al giudizio tout court non ha senso. C'è un implicito ovviamente, la frase va letta così: "l'audencie è degli incolti, degli imbecilli, il vero giudizio e quello dei critici (ovvero i pochi, ovvero gli eletti)

"L'enorme spazio dato alla cultura anglofona". Lo spazio SE LO E' CONQUISTATO, e senza pistole alle tempie! Se una cultura, a prescindiere da giudizi di valore, tenta di venire incontro ai gusti del pubblico (l'audience che tanto schifa) è chiaro che si impone rispetto a una cultura che stima i gusto del pubblico beceri e prosaici.

"Il ricatto populistico dato delle classifiche di vendite" cioè, o sei un ricco ereditiere o qualcuno ti ricatta: è meglio il ricatto populistico delle classifiche di vendite o quello del principe di turno (partito, burocrate, dittatore o quello che volete voi)? Chiaro che per de benedetti è meglio se il ricatto lo fai lei, il suo alto ed elevato giudizio, mica il mio che nella qualità di lettore sono, oviamente, un cretino che si fa sodomizzare a ripetizione dai poteri forti! Io Lovecraft lo leggo perchè sono un imbecille e un debole, schiavo dei marketing man, altrimenti leggerei ben altro! (fa nulla se lo ho comprato circa 25 anni fa)

Lucis ha detto...

Anch'io approfitto del suggerimento di Davide, di solo ci azzecca sempre

Lucis ha detto...

"di sol(ito) ci azzecca sempre"

bello, davvero bello! ho scritto una frase da nobel della logica. domani provo con un "più o meno precisamente", oppure con un "sono sicuro ma un po incerto"!

Angelita ha detto...

Lucis, spero solo che la Benedetti non capiti qui proprio mentre sto sdoganando il self help (anglofono, populistico e indifferente al giudizio).

davide l. malesi ha detto...

lucis, Carla è "Benedetti" e basta, e non "De Benedetti". Ciò detto, e chiedo scusa all'autrice del post se vado OT di brutto, io non riesco a condividere mai nulla di ciò che la Benedetti scrive, dice o pensa (almeno, stando a quel che ho letto e sentito fino ad oggi). La mia opinione sulle risposte di Carla Benedetti all'inchiesta sullo stato della critica letteraria in Italia è ch'ella si sia servita di uno spazio di giornalismo culturale, offertole dalla rivista Origine, per fare propaganda ideologica. Cos'altro dovrei pensare, se no, quando ella di fronte alla domanda

"Da molti anni si sente parlare di “morte della critica”: eppure, di critica letteraria si discute ancora. La critica è davvero morta? Sta morendo? Se è moribonda, quanto ci vorrà perché si estingua definitivamente e arrivi il momento di seppellirla? Può essere che quella di “morte annunciata” sia oggi la condizione normale di esistenza della critica letteraria? O, diversamente, può darsi che l'annuncio di morte sia falso e tendenzioso, niente più che un luogo comune ormai trito?"

comincia la sua risposta con la frase "Bisognerebbe parlar d'altro", e poi inizia a sciorinare una lista di problemi che lei ritiene all'ordine del giorno?

Ciò detto chiedo di nuovo scusa ad Angelita perché per risponderti sono andato OT, tanto, ma tanto.

davide l. malesi ha detto...

ps. per farmi perdonare l'OT, segnalo che allora, secondo i criteri di De Bono, anche Schopenhauer può esser visto come un fautore del self help: si vedano "L'arte di farsi rispettare", "L'arte di essere felici", "L'arte di insultare", "L'arte di ottenere ragione" ma soprattutto l'indispensabile "L'arte di trattare le donne".

Angelita ha detto...

Davide, provocatore! :-)