29 giugno 2005

Breve storia del lavoro

In un certo senso, che gli esseri umani lavorino è sorprendente. Gli animali sono capaci di lavoro, e infatti otteniamo che tirino un carro o un aratro, ma lasciati a loro stessi si dedicano ad attività spontanee e a dormire. Gli esseri umani invece, lasciati a loro stessi, hanno costruito un mondo in cui tutto è organizzato per costringerli a lavorare.

Alle origini, gli uomini erano come gli animali: se avevano fame, staccavano un frutto da una pianta e passavano il resto della giornata a spulciarsi e a copulare. Una preferenza naturale per il riposo li distoglieva da ogni sforzo che non appagasse bisogni immediati, proprio come tenderemmo a fare anche adesso.

L’antenato che, avendo raccolto un ramo duro e nodoso, pensò che poteva usarlo per bastonare i suoi simili fu colui che dette inizio al lavoro. O meglio, furono i suoi simili che, dopo averle prese, decisero che occorreva un bastone anche a loro e lavorarono per staccare un ramo da un albero. Dopo una rappresaglia sull’aggressore, che fu anche il primo episodio di lavoro di squadra, essi capirono che gli oggetti che non si mangiano possono essere utili.

Perciò ne vollero altri, e cominciarono ad affilare pietre, sagomare il legno, intrecciare corde e a servirsene per costruire dimore, cacciare gli animali, coltivare la terra. Tutto ciò era lavoro. La popolazione crebbe e occupò nuove terre.

Il grande progresso fu l’invenzione della schiavitù, la forma originaria del lavoro dipendente. La schiavitù provocò un balzo della produttività. Infatti, a causa della pigrizia, c’è un limite a quanto lavoro riusciamo a fare noi stessi, ma non ce n’è alcuno a quanto possiamo farne fare agli altri. A tal fine, dobbiamo solo batterli, minacciarli e sorvegliarli, che sono attività spontanee.

La prima schiavitù fu quella dei figli, che i padri misero al lavoro nei campi. Poi qualcuno capì che si potevano usare anche gli estranei. Allora gli individui potenti presero a catturare gli individui deboli e a impiegarli nei mestieri più diversi, dando loro il minimo per nutrirsi e un gonnellino come unico indumento.

In questo modo gli individui potenti si arricchirono e catturarono altri schiavi, accumulando nuove ricchezze. E poi ne catturarono ancora, e ancora, accumulando sempre di più, finché la maggior parte dell’umanità si trovò sotto padrone. Gli individui potenti a quel punto potevano appagare i bisogni più futili, e di ciò diedero dimostrazioni maestose, come le piramidi, fatte costruire da faraoni che volevano un monumento funebre molto grande. Sorsero così le antiche civiltà.

Il resto lo conoscete.

La Genesi ripercorre questi eventi in forma mitica. Per i cristiani, la cacciata di Adamo ed Eva è una caduta, come se in qualche epoca gli uomini si fossero allontanati da Dio, rendendo necessaria una successiva salvezza. Perché questa richiedesse il sacrificio del figlio di Dio non è noto o, quanto meno, so che se fossi stato Gesù avrei detto al Padre “Ma non potresti perdonarli e basta?”.

Al lettore disincantato, la cacciata di Adamo ed Eva si rivela un’allegoria della nascita del lavoro. La Genesi dice che Adamo ed Eva vivevano in un giardino dove c’era “ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare” (Gen 2, 9), un cenno all’epoca in cui non si lavorava.

Il giardino aveva un albero dai frutti proibiti, che il testo chiama albero “della conoscenza del bene e del male” (2, 17), ma è chiaro che era un albero “del lavoro”. Non a caso, dopo averne mangiato, Adamo ed Eva “si accorsero di essere nudi” (3, 7), il che si può interpretare sì come una sapienza improvvisa, ma anche come l’apparire dei bisogni. A favore di questa interpretazione sta il fatto che, subito dopo, essi “intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture” (ibid.). Ossia si misero a lavorare.

I versetti successivi sono limpidi. Dio spiega ad Adamo le conseguenze della sua scelta: “… maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane.” (3, 17-19). Alla donna dice “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze” (3, 16), riferendosi alla crescita della popolazione, i cui costi ricadono da sempre sulle donne.

Infine, che Dio metta a custodia del giardino “i cherubini e la fiamma della spada folgorante” (3, 24) simboleggia l’impossibilità per noi di tornare alla condizione nativa. Con il lavoro, l’umanità diventa tanto numerosa da non potere più sostenersi con la frutta. Smettessimo di lavorare, moriremmo tutti. Ciò rende vana quella fantasia di abolire il lavoro che potrebbe venirci pensando a quanto dice Rodolfo: che anche oggi, con tutti i beni che abbiamo, niente ci fa contenti tranne il sesso (che nei primordi si faceva di più).

2 commenti:

Anonimo ha detto...

CHE CONSEGUENZE AVREBBE PER L'ECONOMIA GENERALE L'ISTITUZIONE DI UNO STIPENDIO SOCIALE CHE PERMETTESSE AI CITTADINI NON SOLO DI SODDISFARE I PROPRI BISOGNI ( COME TRISTEMENTE DICEVANO I COMUNISTI) MA ANCHE LE AMBIZIONI DI CONSUMO?
SAREBBE UNA PROPOSTA ECONOMICAMENTE SOSTENIBILE?

Nicola ha detto...

Avrebbe la conseguenza che un gruppo di cittadini (i percettori dello stipendio sociale) vivrebbe, invece che del proprio lavoro, del lavoro dei cittadini che pagano le tasse. Una forma di parassitismo.
E' la vecchia regola del "non ci sono pasti gratis", che Marx conosceva benissimo.