30 maggio 2006

Finanziare gli studenti è più efficiente che finanziare le università

Vedo con ritardo che Mucho Maas ha ripreso il tema delle tasse universitarie, sostenendo che occorre alzarle: non a tutti gli studenti, come dice Zingales, ma secondo il reddito (o il benessere) delle famiglie.

Mucho Maas segnala anche la risposta di Mussi a Zingales, che mi era sfuggita. Mussi dice che darà più autonomia finanziaria alle università ma non alzerà le tasse. Semmai, le differenzierà secondo le facoltà: le tasse saranno più alte nelle facoltà con eccesso di iscritti (scienze della comunicazione, immagino), più basse in quelle ingiustamente trascurate (quelle scientifiche).

Le proposte di Mucho Maas e di Mussi sono contro il mercato.

Quanto al differenziare le tasse secondo il reddito delle famiglie, è come cercare di far pagare di più un panino ai ricchi e di meno ai poveri. I panettieri, che stanno sul mercato, non ci riescono. Le università, per farlo, devono servirsi di qualche potere coercitivo (indagini patrimoniali, verifiche della Finanza, ecc.).

Quanto al differenziare le tasse fra le facoltà, equivale a supporre che lo Stato ne sappia di più degli studenti circa le facoltà che dovrebbero frequentare (paternalismo).

La mia modesta proposta è, invece, di spostare il finanziamento pubblico sui suoi destinatari: gli studenti. Oggi sono finanziate le università, che ricevono fondi pubblici in funzione degli iscritti o altri parametri.

L'inconveniente di finanziare le università è che i soldi vanno ai rettori, ai consigli di facoltà, ai capi dipartimento, insomma ai professori. Che i professori usino questi soldi per la didattica invece che per dare cattedre a figli e amanti dipende dalla loro serietà. Su cui, in generale, non c'è motivo di contare.

Finanziando gli studenti, invece, decisore e beneficiario della spesa coincidono: se lo studente usa male i soldi, sarà lui a subirne i danni.

In pratica, bisognerebbe:

  1. liberalizzare le rette, lasciando che ogni ateneo fissi la sua seconda la qualità che offre o la domanda che si attende (per esempio, la Cattolica di Milano fisserebbe rette più alte della Jean Monnet di Bari, con tutto il rispetto per Bari);

  2. abolire ogni finanziamento pubblico delle università;

  3. finanziare gli studenti con voucher o assegni; gli importi dovrebbero essere graduati secondo il merito, stabilito per esempio con esami nazionali di diploma (in luogo dell'insulso esame di Stato attuale);

  4. finanziare la ricerca per progetti, calcolando i contribuiti in funzione dei contenuti scientifici e della qualità dei ricercatori; che i progetti vengano da università, imprese, centri di ricerca privati dovrebbe essere irrilevante.

Mi attendo che si formerebbe un sistema universitario con grandi divari fra gli atenei. Ci sarebbero atenei eccellenti con rette alte e atenei deboli con rette basse. Alcuni atenei farebbero solo didattica, altri anche ricerca.

Senz'altro, i figli delle famiglie ricche entrerebbero tutti negli atenei migliori. Non mi piace, ma non vedo come evitarlo, non più di quanto si possa evitare che indossino gli abiti più costosi, guidino le aute più costose, facciano le vacanze più costose.

Allo stesso tempo, gli atenei eccellenti sarebbero aperti ai giovani in gamba, che mi sembrano l'unica ragione per spendere soldi pubblici per l'università.

22 commenti:

davide l. malesi ha detto...

angelita, il tuo progetto avrebbe il 10.000 per cento del mio sostegno, ma - temo - causerebbe spaventose levate di scudi tra i fanatici del cosiddetto "diritto allo studio". Una sola noticina: sul fatto che lo Stato ne sappia più degli studenti sulle facoltà che dovrebbero frequentare, sarà atteggiamento paternalistico, ma non mi stupirei se fosse vero: lo spaventoso eccesso di laureati in materie umanistiche, dei quali il mercato poi si fa ben poco, sta lì a dimostrare che gli studenti, in numerosi casi, fanno scelte quantomeno improvvide.

Lucis ha detto...

Concordo al 100% con angelita e davide (che si è dato al trasloco più lungo a memoria d'uomo.)

Suppongo voi concorderete con me quando affermo che una riforma simile non si farà mai. Tuttavia...tra le poche cose che ho apprezzato del governo berlusconi c'è il cosidetto "cinque per mille". Perchè va nella giusta direzione, i finanziamenti pubblici non sono più decisi da burocrati e politici ma dai cittadini. Manco a dirlo la sinistra NON ha gradito questo progetto!

Angelita ha detto...

Davide, grazie del sostegno. Anch'io temo che ci sarebbero levate di scudi, soprattutto da parte dei professori, che sarebbero gli unici penalizzati da una riforma simile. Che gli studenti sbaglino spesso la facoltà è certo; però a quell'età sono maggiorenni, guidano, possono sposarsi... lasciamogli anche la responsabilità di decidere cosa studiare, no?
Lucis, grazie anche a te. Secondo me invece ci arriveremo: l'università italiana di oggi è un ancien regime, e l'ancien regime crolla sempre quando meno te lo aspetti. Si tratta solo di campare abbastanza. :-) Condivido il tuo giudizio sul cinque per mille.

davide l. malesi ha detto...

e se i laureati in materie umanistiche diventano un caso sociale permanenteper il Paese? nb: non è una provocazione, me lo stavo proprio chiedendo mentre leggevo la tua risposta. Credo che se non siamo già lì, ci saremo tra poco.

Angelita ha detto...

Davide, perché un caso sociale? Senza volere essere cattiva, mi sembra che una delle cause della "generazione 1000 euro" (o 500, 0 250) sia l'ostinazione dei laureati umanistici a inseguire lavori intellettuali anche se precari e malpagati. Preferiscono correggere le bozze per due lire in qualche editore malandato piuttosto che fare il cameriere per quattro lire. Io, al loro posto, andrei a fare la cameriera per quattro lire.
Oppure la fiorista, la ceramista, la restauratrice di mobili, la sommelier, la barista, la cuoca, l'insegnante di yoga...

davide l. malesi ha detto...

Ma se una si laurea in lettere e poi per vivere decorosamente deve fare la fiorista, la ceramista, la restauratrice di mobili, la sommelier, la barista, la cuoca, l'insegnante di yoga (mestieri, alcuni di questi, tutt'altro che precari e mal pagati) che senso ha avere un sistema universitario in cui le facoltà umanistiche dispongono di posti illimitati, e l'unica facoltà di scienza delle investigazioni sul territorio nazionale (faccio un esempio a caso perché lo conosco) è a num. chiuso ed è ingolfatissima xché deve servire poliziotti, carabinieri, finanzieri, investigatori delle compagnie di assicurazioni, esperti di assunzione di rischio etc. etc.? non sarebbe meglio avere qualche facoltà di lettere in meno, e qualche facoltà utile in più?

Angelita ha detto...

Certo che non sono precari e malpagati: era per questo che li consigliavo. :-)
A mio parere, liberalizzare il mercato dell'istruzione universitaria risolverebbe anche il problema che dici tu. Per esempio, la facoltà di scienze dell'investigazione potrebbe alzare le rette, guadagnare, investire in nuove sedi e allargare l'offerta. Poi, attratte dal quel caso, le facoltà di criminologia vorrebbero a loro volta istituire corsi e cattedre sull'investigazione, ecc. ecc. Insomma: in genere le cose utili si affermano da sole, se si lascia spazio all'iniziativa delle persone. Se aspettiamo che siano i burocrati e le commissioni statali a individuare e sostenere le cose utili... ciau Nineta.

Anonimo ha detto...

non vedo dove sia lo scandalo se lo stato favorisce (in maniera tutto sommato soft) l'iscrizione alle facolta' che ritiene "utili".
nei paesi socialisti era normale che si pianificassero gli accessi all'universita': si decideva di quanti ingegneri, quanti fisici, quanti umanisti avesse bisogno lo stato, e il numero chiuso era adattato di conseguenza.
come ben sai, parlare di numero chiuso in italia e' difficile (anche se alcune facolta' ce l'hanno gia'), e in fondo anch'io non lo amo molto. agire sulle tasse d'iscrizione rende il tutto comunque piu' libero: e' vero, piu' sei ricco meno ti accorgi della differenza di tasse tra la facolta' dei tuoi sogni e quella che aborri ma che e' piu' utile alla collettivita', ma prova a vederla da questo punto di vista: se per un paese gli scienziati della comunicazione sono "un lusso", che anche gli aspiranti scienziati della comunicazione vedano la loro scelta come un lusso.

dr.psycho (http://psycho.asphalto.org)

Anonimo ha detto...

Vorrei sapere se ritieni che si possa seguire la stessa politica anche in altri campi: dare direttamente il buono spesa oltre che per l'istruzione, per la salute, per lo smaltimento rifiuti, per assistenza e previdenza, ecc.
(io non sono ideologicamente contrario; mi chiedo solo se da qualche parte nella storia ci fu una ragione per cui non s'è fatto così, o se è solo colpa dei docenti (sui quali peraltro il mio giudizio generico approssimativo e demagogico è: fanno un po' schifo); e se quella ragione è venuta del tutto meno, o se forse più pragmaticamente i principi che ispirerebbero simili politiche andrebbero contemperati con altri)
azioneparallela

Angelita ha detto...

Dr.Psycho, il fatto che fosse in uso nei paesi socialisti la dice tutta sul paternalismo. Sul numero chiuso, mi sembra che ormai in Italia sia diffuso a tappeto e non susciti insurrezioni. Sul tassare i "lussi", mi sembra addirittura una forma di moralismo: "vuoi dedicarti a una facoltà che non serve alla società, quindi è giusto che tu la risarcisca pagando di più".
E' chiaro che anche nella "mia riforma" le tasse di scienze della comunicazione si innalzerebbero, ma per effetto della domanda. Questo sarebbe sufficiente a spingere gli studenti a prendere in considerazione facoltà meno frequentate e con tasse più basse.

Angelita ha detto...

Massimo, andando a braccio, direi che il buono può funzionare quando:
a) il buono sostiene obiettivi approvati dalla comunità (parità fra le persone, servizi pubblici essenziali, ecc.);
b) dal lato dell'offerta c'è un mercato, ossia più soggetti (privati, pubblici, no profit, o di qualunque altro genere) in concorrenza; questo già esclude lo smaltimento rifiuti, almeno quelli urbani, che è una specie di monopolio naturale;
c) dal lato della domanda gli utenti sono in grado di capire e scegliere le offerte migliori; questo mi fa storcere il naso sui buoni scuola, per esempio, che di fatto sarebbero spesi dai genitori ("per dare ai figli un'educazione conforme ai valori della famiglia, blah blah") e non dagli interessati (gli studenti); meglio allora una scuola pubblica senza culture di appartenenza.
Osservo en passant che molti servizi pubblici italiani sono già finanziati con tecniche che assomigliano ai buoni: per esempio, il SSN rimborsa le prestazioni sanitarie ricevute in cliniche private convenzionate. Le prestazioni. Un buono università in pratica rimborserebbe la prestazione "istruzione universitaria".
Noto anche che usare il buono piuttosto che altri strumenti è poco importante: l'aspetto che a me interessa è, da una parte, la libertà degli atenei di alzare le rette (gli atenei pubblici, intendo, quelli privati già lo fanno); dall'altra, un finanziamento degli studenti commisurato al loro merito.
Storicamente, immagino che il problema sia che lo Stato ama estendersi e ramificarsi. Se spende soldi per i cittadini, ama farlo costruendo i suoi ospedali, le sue università, ecc. Leggi al posto di "Stato" l'amore umano per il potere. Che, nei professori universitari, questo amore si affianchi o superi quello per il sapere va da sé.

Lucis ha detto...

Angelita però attenzione a non fissare lo sguardo solo sul lato domanda, per funzionare occorre anche una VERA liberalizzazione dell'offerta. L'esempio degli SSN è calzante. L'autorizzazione a "incassare il buono" con che criteri è data? Oggettivi o soggettivi? Se lo stato concede in forma discrezionale queste autorizzazioni allora non si avrebbero benefici.

Angelita ha detto...

Lucis, hai ragione, i criteri devono essere oggettivi. Gli atenei ammessi al "sistema buoni" dovrebbero soddisfare requisiti di qualità (a livello internazionale, ci sono vari metodi di valutazione della qualità universitaria). Dal mio punto di vista, la ragione è che non c'è alcun motivo per spendere soldi dei cittadini per pagare buoni a studenti che li sprechino nei vari atenei fasulli di cui è costellata l'Italia.

b.georg ha detto...

se ho capito bene:
finanziare gli studenti solo in rapporto al merito (quindi, deduco, non in base al reddito) potrebbe comportare problemi di equità: perché devo dare soldi al figlio di agnelli (probabilmente già ben formato quindi più in grado di passare un esame nazionale) che già ce li ha, togliendoli così a meno abbienti?

se non finanzio tutti, del resto, si ritorna al problema del panino dei ricchi (indagini patrimoniali ecc.).
Mi pare però che tale panino sia inaggirabile.

è chiaro infatti che la "meritevolezza" (ehm) di uno studente non è un dato di natura, ma dipende per lo più dalla classe di provenienza, per cui è sensato immaginare sistemi di perequazione onde evitare una somma di difetti (provenienza sfortunata + minor finanziamento) che trasforma la formazione in un sistema di redistribuzione delle opportunità al contrario.

(questo anche al netto di quanto affermano gli studiosi, per cui la scuola non è efficiente come strumento di mobilità sociale: proprio per questo occorrono correttivi)

è un po' la critica che viene fatta al reddito universale di cittadinanza di van paris, che come ispirazione mi pare simile al tuo progetto

Angelita ha detto...

No, pensavo a voucher universali, indipendenti dal reddito. Mi sta bene penalizzare i ricchi, ma a quello deve pensare la progressività dell'imposta. Togliere loro certi servizi o certi contributi pubblici mi sembra una duplicazione. Sì, lo so, il voucher al figlio di Agnelli suona politicamente indifendibile. E però, se è per quello, ha già la tessera sanitaria.
Sulla perequazione, di nuovo, mi sembra un problema della scuola, non dell'università. Io investirei perché tutti i ragazzi, a prescindere dalla famiglia di origine, abbiano un certo livello di istruzione. All'università (cioè, nell'età adulta) li lascerei competere, invece.
Sul reddito universale, sì, sono favorevole, e in effetti appartiene allo stesso ordine di idee (dare quattrini ai cittadini lasciandoli responsabili, almeno in parte, di come li spendono). Anche il progetto Blair del "conto neonato" (che credo Prodi voglia riprendere) mi piace. Non si tratta di creare società di eguali, ma di costituire un paniere minimo di opportunità per tutti. A me basterebbe e avanzerebbe.

b.georg ha detto...

ok, capito

(lo sai vero che questa - quella del reddito universale di cittadinanza - oltre che di van parijs è esattamente la posizione sul welfare di toni negri e della post-autonomia in generale? ;-) )

a parte le amenità, riprendo una delle cose che dici: il problema con la scuola (non l'università) è, come dicevo, che come istituto di mobilità sociale non funziona granché (cioè, l'idea che la scuola possa portare tutti a un livello certo dopodiché è libera competizione, è un po' idealista, nel senso marxiano del termine, cioè ideologica).
Mi hanno spiegato - io riporto solo - che le analisi lo dimostrano: a prescindere dai modelli più o meno liberisti o di servizio pubblico, stratificati o destratificati in termini di indirizzi, precoci o tardivi come percorsi formativi, in generale accade sempre che i figli di classi alte tendono ad andare parecchio meglio, e quindi a riprodurre all'uscita la stessa stratificazione sociale dell'entrata, comprese di università vs. lavoro precoce, a prescindere da supposti "meriti" oggettivi (che se ci sono non hanno modo di esprimersi).
In generale costoro deducono che non è opportuno assegnare alla formazione la funzione di agenzia di "redistribuzione delle opportunità": non è la scuola che può calmierare le iniquità sociali, al contrario è la redistribuzione delle chance su scala sociale che può migliorare la scuola come distributore di opportunità (che detto così sembra intelligente, ma cosa voglia dire ancora non lo so, forse niente)

Angelita ha detto...

Se è la posizione di Negri, è lui che dovrebbe stupirsi a trovarsi d'accordo con i bocconiani di Lavoce.info. Fra l'altro, non ho sotto mano i riferimenti, ma questa negli USA è un tipo di proposta avanzata più spesso dai repubblicani che dai democratici. Ma forse Negri neanche lo sa.
Sull'irrilevanza della scuola ai fini della mobilità sociale, non è che non mi fido di te ma vorrei vedere i dati. In particolare, l'affermazione che la stratificazione in uscita è "la stessa" di quella in entrata mi sembra molto arrischiata.
Comunque, l'idea che la formazione debba servire alla "redistribuzione delle opportunità" è un'idea tua, mica mia. Io mi accontento di una scuola che fornisca un paniere di beni intellettuali per tutti. La mobilità sociale è un obiettivo diverso, che senz'altro non si può mettere solo sulle spalle della scuola.

b.georg ha detto...

diciamo che il reddito di cittadinanza (in forma monetaria o di pacchetti di beni e servizi) ha molti padri e molte versioni, di destra e di sinistra, le prime più relative a finalità liberiste, le altre alla lettura sociologica e radical del postfordismo. Da qualche parte ho dei buoni articoli che ne distinguono caratteristiche, finalità e motivazioni.
Il Rmg di Boeri ad esempio - che è universale ma selettivo, ed è una via di mezzo tra versioni di destra e di sinistra radical - è diverso dal reddito di base di van parijs (e magari più simile a certe sperimentazioni timidissime del precedente governo prodi, in campania se non erro), per non parlare del reddito di cittadinanza di fumagalli.

Escludo quindi che negri - che ne parla dagli anni '70 e ne ha fatto un cardine della sua evoluzione post-marxista culminata nel testo sulla iper-democrazia (il potere costituente, manifestolibri) - non sappia che ne esistono anche versioni di destra :)

Una versione un po' datata e verbosa - e spesso un po' fastidiosa - del modo "negriano" di porre il problema, lo trovi qui: http://www.ecn.org/andrea.fumagalli/10tesi.htm


su scuola e mobilità sociale - sì, forse "la stessa" è un po' eccessiva come affermazione: diciamo che è inefficente a quel fine, non che è del tutto inutile; peraltro l'offerta di beni intellettuali a tutti (ovviamente auspicabile), nel momento in cui alcuni non sono in grado, proprio per via della provenienza sociale di fruire egualitariamente di quei beni, ci riporta circolarmente al tema dell amobilità sociale.

Non ho sottomano fonti cartacee ahimé: se ne è parlato in un paio dei nostri seminari - vedi a non venirci? ;-)
in particolare in quello in cui parlava Checchi, che collabora proprio a lavoce.info. Lui diceva che stanno per pubblicare una ricerca moto vasta su questo aspetto. Io che sono un po' un cialtrone ho un po' estremizzato ai fini della discussione

Angelita ha detto...

Non conosco abbastanza le varie versioni del reddtito di base per districarmi e sceglierne una. Vedrò di documentarmi un po'.
Continuo a pensare che Negri abbia qualche difficoltà a prendere sul serio visioni individualistiche e libertarie e della società: quindi, me lo immagino poco propenso a studiare a fondo le relative proposte. Ma senz'altro mi sbaglio.
Sui beni intellettuali, se capisco bene tu supponi che le provenienze di classe condizionino persino la capacità dei bambini di cogliere e assimilare ciò che è presentato loro nella scuola. Per quel che conosco i bambini, non mi sembra sia così. Tema interessante, comunque.
Sui vostri seminari: tanto ci sei tu che poi vieni a riportarci tutto. ;-)

b.georg ha detto...

sembra impossibile, ma il pensiero di negri è piuttosto complesso :) e se vi sono lati che è difficile non definire millenaristici e deteriori, in altri aspetti (quelli in cui riprende la tradizione democratica, da spinoza alla rivoluzione americana) è sorprendentemente "moderno" e interessante.

sui bambini: non mi baso ora su ricerche (per quanto credo che ve ne siano a iosa) ma sull'esperienza personale, credo estendibile - in anni lontani ho fatto molte volte quella che si chiamava "scuola popolare", cioè sorta di ripetizioni gratuite per ragazzini "caratteriali" del quartiere in cui abitavo: c'è un nesso frequente tra basso livello socioculturale della famiglia (che non significa necessariamente basso reddito: le famiglie malavitose ad esempio hanno alti redditi), scarse performance scolastiche dei figli e abbandono scolastici precoci; ma, è la cosa interessante, non vi nesso tra scarse performance scolastiche dei figli di famiglie di basso livello socioculturale e loro capacità intellettuali astratte: in altri termini, sono intelligenti quanto i loro coetanei, spesso più svegli, ma a scuola vanno da peggio a malissimo.


sui seminari: i miei reportage sono quanto di più infedele vi possa essere.

Angelita ha detto...

Sulla modernità di Negri, ti credo sulla tua parola. Ma non mi avrà. Mi dispiace, solo a sentire parlare di moltitudini mi viene la febbre da fieno.
Sui bambini: Ok, condivido e comprendo. Però si torna al punto di partenza (o a qualche mail precedente). Il welfare è una cosa complessa e richiede battaglie su più fronti: non si può chiedere alla scuola di salvare bambini piagati dal disagio sociale. Fare in modo che arrivino alla scuola con una mente sana è un compito di altri, non dei pur volenterosi insegnanti. Io parlavo di doti di apprendimento naturale dei bambini, che non dipendono granché dall'istruzione dei genitori, se questi ultimi non li fanno a pezzi.

b.georg ha detto...

moltitudine è un concetto nobilissimo, ma in effetti è preferibile impararlo da deleuze che da negri
:)

sul resto, è più o meno quello che volevo dire anch'io