06 febbraio 2006

Assertivi o no?

Nei commenti, Guido mi dice che, non per colpa loro, i musulmani mancano dei rimandi intellettuali e della tolleranza per prendere alla leggera l'umorismo sulla religione.

Qui, mi sembra, Guido tocca un problema serio: come ci si comporta con chi non è pronto a capire e tollerare?

Provo a rispondere. Immaginate di avere un figlio piccolo. E' domenica. Per un buon motivo decidete che oggi, al contrario di domenica scorsa, non lo porterete al cinema. Il bambino, che già pregustava l'uscita, reagisce piangendo, strepitando, buttandosi per terra. Non la finisce più.

Che fate?

Una possibilità è cedere. Pur di farlo smettere, tornate sui vostri passi e annunciate che, va bene, per questa volta lo porterete al cinema. Domenica prossima però no, eh!

Un'altra possibilità è fare il genitore assertivo e dire: "Basta piangere! Tu sei il bambino e io sono il papà. Io so quando si va al cinema e quando no. Oggi staremo a casa, perciò vedi di smetterla". E lasciarlo piangere quanto serve perché smetta.

Per inciso, a me sarebbe piaciuto ascoltare le stesse parole dagli intellettuali italiani. "Basta strepiti! I nostri paesi hanno una storia. Sappiamo la differenza fra società autoritarie e società aperte. E preferiamo le seconde. Abbiamo assaggiato sulla nostra pelle i costi della censura e dell'assenza di libertà. Continueremo a dire ciò che pensiamo, sulla religione, sul terrorismo e su qualunque altra cosa. Perciò, vedete di smetterla".

Non che io creda che i musulmani siano bambini. Quelli che bruciano le ambasciate mi sembrano uomini adulti. E quelli che li incoraggiano a farlo sono spesso anziani.

Ma Umberto Galimberti, nell'articolo di oggi che citavo qui sotto, ricorre alla metafora vichiana, quella delle civiltà che crescono per stadi. Dice: "Prima con le Crociate e poi con l'Inquisizione ci comportavamo esattamente come si comportano con noi i musulmani. I processi storici sono lenti... Vogliamo lasciare anche ai musulmani il loro tempo?". Ciò è come dire che, se i musulmani non sono bambini, comunque noi siamo più cresciuti di loro. O, come dice Guido, che hanno bisogno di "un percorso di emancipazione".

Benissimo, sia come dicono Galimberti e Guido. Che vogliamo fare, dunque, coi musulmani intolleranti? Il genitore o, se preferite, il fratello maggiore assertivo? Oppure il genitore che sbuffa e dice: "va bene, usciamo, ti porto al cinema"?

20 commenti:

Tom + Giartosio ha detto...

Angelita, ovviamente il "femminucce" (post precedente) era voluto... Il titolo del post ha dato fastidio anche a me (et pour cause). Ma a proposito di cose gaye, vi raccomando questo: http://www.mightymcpilgrim.com/films/brokemac/ (segnalato da Tom, http://www.tom-online.it/).

Sulle vignette: per una volta mi sono trovato d'accordo con una parte di ciò che dice Eco (http://multimedia.repubblica.it/home/112913), e con molto di ciò che dice Lerner a Fahrenheit(http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=162925). C'è stato un chiaro processo di strumentalizzazione dell'evento da parte di forze del mondo islamico. Dunque l'evento va compreso in un quadro più vasto.

Angelita ha detto...

Tommaso, mi spiace, non mi è passato neanche per la famosa anticamera del cervello che qualcuno potesse offendersi. E' un'espressione che uso spesso, senza pensare al significato di partenza. A questo punto mi chiedo quanta gente avrò offeso senza saperlo. Non avevo capito il tuo rilievo perché "femminuccia" non mi ha mai fatto né caldo né freddo.

davide l. malesi ha detto...

La satira a sfondo religioso è un po' più antica di quel che dice Galimberti: la praticava già Aristofane, che in una sua commedia dipinge Zeus come un volgare tenutario di bordelli (e non bisogna dimenticare che ad Atene Aristofane non era il solo a praticarla: noi ci ricordiamo di lui perché era uno scrittore di talento, ma c'erano numerosi autori di satira assai meno dotati e gratuitamente volgari, sul genere di Ermippo). Ovviamente già allora gli ateniesi più beceri e bigotti s'incazzavano con gli autori di satire a sfondo religioso, e lo Stato doveva far piantonare il teatro dalla forza pubblica affinché qualche scalmanato non tentasse di menare gli attori e/o l'autore (e ogni tanto gli scalmanati ci provavano comunque). Ciò equivale a dire che lo Stato ateniese tutelava la satira, considerandola uno strumento prezioso per la tutela della democrazia. Trovo imbarazzante che un filosofo d'oggi (Galimberti) non le riconosca il medesimo valore e la medesima importanza.

Angelita ha detto...

Davide, mi sembra che tu faccia un'aggiunta importante. Tanti, non solo Galimberti, in questi giorni hanno parlato dell'umorismo sulla religione come di una conquista della modernità. Senza documentarsi molto, a quanto sembra.
Mi viene in mente anche quella frase di Bernard Williams, che diceva la storia del cristianesiamo è un lento e faticoso ritorno alle virtù dei pagani.

Mucho Maas ha detto...

vorrei tornare all'esempio-metafora del post, che non mi sembra azzeccato. In fin dei conti non si capisce cosa c'entri l'islam con un bambino che va al cinema.
Te ne propongo un altro, che mantiene diciamo così i personaggi e il contesto generale ma modifica la siutazione in qualcosa che sembra più aderente a ciò di cui parliamo.
Abbiamo a che fare con un bambino che sta facendo un po' di casino. Un qualche capriccio per ottenere una cosa qualsiasi. Non importa cosa: per lui è importantissima. Però è una cosa che non può avere, e poi per noi è una questione di principio. Noi che facciamo? Per stigmatizzare il suo comportamento, non volendo e potendo usare la violenza fisica, dovremmo giustamente tentare di essere assertivi ma anche di instaurare un dialogo educativo (io ho un bimbo di due-tre anni: essere assertivi e basta va bene in qualche caso, ma mica sempre, se non vuoi trasformarlo in un automa).
Invece decidiamo di convincerlo o punirlo pigliandolo per il culo. Prendiamo ciò che ha di più caro, tipo il ciuccio, e glielo cospargiamo di sale. Poi glielo diamo e giù a ridere come matti mentre lui sputazza. Il pupo da di testa e comincia a far volare gli stracci, rompe un vaso, morde la mamma. Arriva a casa un altro congiunto, assiste alla scena, gli viene raccontato cosa è successo. Ma come osa questo moccioso non capire l'ironia? Gli prende il suddetto ciuccio, lo fionda nel microonde, lo tira fuori fuso e lo rimodella a forma di putto alato. E giù tutti a ridere. Il bambino si tira giù i pantaloni e piscia sul tappeto. Arriva il padre, informato della faccenda si incazza, tira fuori il suo membro urlando al figlio: che "ci vuoi fare con quel pisellino, guarda questo, e pensa che mi scopo tua madre. E adesso smetti di fare il pazzo, torna a fare la persona civile e vedi di crescere". Ilarità generale, il bimbo ha una crisi di nervi, e inizia a spaccare tutto quello che trova... si potrebbe continuare ma mi manca l'estro.
Bene, cosa vogliamo fare con questo bambino?

Angelita ha detto...

Guarda, il tuo esempio mi piace e lo trovo istruttivo. Ovviamente hai ragione che quello sarebbe un comportamento condannabile e disastroso. Il punto è che, secondo me, non è aderente al comportamento che ha tenuto l'occidente (facendo finta che esista una cosa chiamata così). Nel nostro caso, di fronte alle proteste del bambino, ci sono state:
1) Una lettera di spiegazioni del giornale danese dove spiegava che non intendeva offendere e che sta facendo sforzi di presentare esempi positivi di integrazione. Non è granché, ma è piuttosto diverso dal ridere in faccia a qualcuno come succede nel tuo esempio.
2) Un direttore punito con un licenziamento in tronco. Ripeto: un direttore punito con un licenziamento in tronco. Per lesa religione!
E a quel punto il bambino, invece di ritenersi soddisfatto, siccome c'era lì una zia per caso (il governo danese), ha chiesto che si scusasse pure lei, così, anche se non aveva fatto niente. E, siccome la zia non l'ha fatto, le ha preso la borsetta e ci ha cagato dentro.

delio ha detto...

scusate, ma davvero dobbiamo continuare colla metafora dei bambini? forse è un po' scontato da dire, ma non corriamo il rischio inutile di un paternalismo anni '50? decenni di cultural studies non ci hanno insegnato nulla? davvero dobbiamo credere che esista UNA via maestra per l'evoluzione sociale, e chi non è simile a noi o è piú lento o si è perso in qualche deviazione laterale? e se invece pensassimo che tutto sommato si può evolvere anche in direzioni diverse? oh, nella biologia evolutiva questa è una tesi accettata come abbastanza ovvia, basta leggersi un qualsiasi libro di gould per capirlo. ma quando si parla di esseri umani no? davvero ci sentiremmo in diritto di dire che, per esempio, i giapponesi o gli americani sono come dei bambini solo perché non hanno ancora scoperto la gioia dell'abolire la pena di morte e della libertà di consumare pornografia per tutti? secondo me fin tanto che ci limitiamo a considerare noi come adulti e loro (chiunque essi siano, musulmani, americani, cacciatori) come bambini non andremo molto lontano. se siamo convinti delle nostre ragioni (e lo siamo, per fortuna) se ne parla, si discute, non si innalza uno specchio-riflettente (perché la ripubblicazione generalizzata di quelle vignette dementi è stato esattamente uno specchio-riflettente; e per fortuna che non abbiamo chiamato in nostro aiuto mio cuggino).
sui due punti specifici suggeriti nell'ultimo commento di angelita:
1) quella lettera è assolutamente tautologica: dice sostanzialmente che non volevano offendere, ma che hanno pubblicato le vignette perché volevano pubblicarle, e cazzi di chi è rimasto turbato. non scuse, ma spiegazioni, come tu giustamente le definisci. sarebbe come se il padre dell'esempio avesse... no, dai, basta con la metafora del bambino, davvero.
2) ora io non vorrei passare per un antilibertario, ma se domani un giornale italiano (chessò, la padania, o libero, o perché no, liberazione) per qualche motivo titolassero in prima, a nove colonne "gli ebrei sono tutti strozzini, hitler aveva ragione" oppure "maledetti negri, bisognerebbe scuoiarvi tutti", beh, scusa, ma libertà di stampa un paio di palle: e il direttore lo vorrei cacciato a calci in culo istantaneamente.

Mucho Maas ha detto...

si, la metafora dei bambini è un gioco che si stva facendo all'interno di un modello, chiaro che la posizione paternalista è comoda e inelegante...

angelita, hai ragione: la lettera di spiegazioni però è arrivata insiema alla ripubblicazione ossessiva delle vignette su tutta la stampa europea. i due esempi-metafora che usiamo coesistono. Vorrei ripeterlo (poi basta, eh, tanto in realtà a parte qualche importante sfumatura siamo tutti d'accordo). Il suddetto giornale ha fatto bene a pubblicare le vignette. Nel senso che se pensava di doverlo /poterlo fare, data la libertà di espressione di cui gode, ha fatto bene a farlo. Poi visto quello che è successo, il riflesso condizionato (assolutamente giustificato su base razionale) della stampa europea (e pure mio, eh) è stato del tipo "facciamola vedere noi a quei selvaggi ignoranti". (e anche un po' di specchio riflesso, delio, giustissimo!) Ecco, qui imo si è smarronato, non ci si è provati a mettersi nei panni dell'altro, e la mancanza di empatia di solito è un errore. In questo senso l'invito galimberti al rispetto mi è sembrato appropriato, anche se non mi appartiene del tutto.(ad esempio, io sono un bestemmiatore abbastanza impenitente, cerco di frenarmi, ma ho sempre pensato che invece non dovrei trattenermi... ecco da questa storia chissà, magari divento un po' meno smadonnatore)

Angelita ha detto...

Delio, ti do ragione su quasi tutto.
1) La metafora del bambino è fuorviante e, come dici tu, paternalistica. Se vogliamo, è come offendere i musulmani un'altra volta. Ma siccome questa metafora ha circolato molto in questi giorni, ho voluto sottolineare che, anche a prenderla sul serio, non risolve nulla.
2) Sì, la lettera è tautologica o, se vuoi, assertiva: il giornale dice di avere buoni motivi per avere fatto ciò che ha fatto. Comunque non è irridere. E' già una piccola forma di rispetto ("ci tengo a spiegarti").
3) Il direttore che pubblicasse frasi come quelle lo caccerei io stessa a calci nel sedere.
Ciò su cui non mi trovo in sintonia con te, e con un gran numero di persone, è il giudizio sul contenuto nelle vignette. Tu le guardi e le paragoni a "morte agli ebrei, morte ai negri". Io le guardo e un messaggio così volgare e violento non ce lo vedo proprio. E, per essere chiara, non riesco a credere che ce lo possa vedere neanche un musulmano adulto. Qui concordo con Gad Lerner e con altri che non credono alla sincerità della protesta.

delio ha detto...

angelita, a scuola (sempre lì si ritorna) c'era sempre qualcuno che aveva piú di altri il gusto della battuta pungente, e qualcuno che piú di altri era facile all'offesa. io di solito ero nella prima categoria, e i miei insegnanti mi ripetevano ossessivamente una cosa che io all'epoca trovavo insopportabile, ma che da qualche anno capisco: TU puoi ritenere una cosa divertente, e puoi anche dirla. SE però qualcuno ti dice di smetterla, perché non apprezza, tu fallo e basta. non ne va della libertà di espressione, né va della pura e semplice capacità di vivere in una società.
detta in un altro modo, se io vado dicendo che la madre di due fratelli è una gran troia (o una celiaca, o un'islandese, o qualsiasi altro dettaglio che loro non amano venga riferita), e uno abbozza ma l'altro mi aspetta sotto casa e mi picchia selvaggiamente, non c'è alcun dubbio che il picchiatore è un criminale e va denunciato, ma non per questo la polizia ha il dovere di attaccare manifesti a tutti i muri ripetendo la storia secondo cui la madre ecc. ecc.

Angelita ha detto...

Mucho Mass, do ragione anche a te sul rispetto, e il cercare di mettersi nei panni degli altri. Ognuno di noi sa di doverlo fare nella vita quotidiana. Non c'è motivo per cui non lo si possa fare anche in politica, nei rapporti internazionali, ecc. Però, ci sono anche i momenti in cui bisogna essere rigidi e dire: guarda che io penso di avere ragione. Per esempio, quando ci fu la vicenda Rushdie (I versetti satanici è molto peggio di quelle vignette, per chi l'ha letto e se lo ricorda), il mondo della cultura decise che si doveva proteggere la libertà di pensiero. A nessuno, in Italia, saltò in mente che non bisognava tradurlo. Con le vignette, si trattava di fare lo stesso. Molti in occidente non saranno stati sobri, ma credo che sull'incendio si sia soffiato da entrambe le parti.
Quanto agli smadonnamenti, non so se hai mai notato quanto smadonnano i cattolici.

Angelita ha detto...

Caro Delio, tu vedi un insulto al livello di "tua madre è una troia", io no. Con "tua madre è islandese" il tuo esempio funziona ancora, anche se già è meno efficace. Ma prendi "io credo che la religione musulmana sia usata a sostegno della violenza", che secondo me era il messaggio complessivo delle vignette. Uno ti picchia perché, appunto, si sente offeso dal messaggio come se gli avessi insultato la madre. A quel punto nessuno deve ripetere quella frase?
Aggiungo una cosa: in tanti (compresa me) hanno ripubblicato le vignette perché a loro volta si sono sentiti toccati su una questione di principio. Mica per il gusto di girare il coltello nella piaga. Non dimentichiamoci il licenziamento del direttore di France Soir, cosa di cui ormai non si parla più ma che è all'origine di tutto. Le vignette danesi sono del settembre 2005, e tutto quello che avevano provocato era stato un invito al boicottaggio dei biscotti al burro (o delle tv Bang & Olufsen).

fio ha detto...

angelita, secondo me invece il paragone con i bimbi fatto da delio calza perfettamente: il punto infatti non è tanto nell'equiparazione del messaggio, ma nella similitudine tra le reazioni che un messaggio offensivo suscita.

ieri facevo questo esempio. diciamo che c'è un bimbo X che, se gli insultano la madre, fa spallucce e se ne frega. considerata la propria reazione, bimbo X può dunque essere autorizzato a generalizzare pensando che funzioni così per tutti gli altri. quindi un giorno va da bimbo Y e gli dice una caterva di cose orrende su sua madre: ma bimbo Y ragiona diversamente da lui, se la prende, e se si incazza magari lo mena anche.
a questo punto bimbo X può:
a) rendersi conto che quello che non dà fastidio a lui dà però fastidio ad altri, e anche se non ne capisce perfettamente le ragioni decide di piantarla - fermo restando che ha tutto il diritto di continuare a insultare madri altrui. è totalmente libero di farlo, quando e come gli pare, oggi e domani e sempre. MA non lo fa.

oppure

b) può andare a chiamare tutto il resto dei suoi compagni di classe e far ripetere a tutti quanti gli insulti di prima, una volta e due volte e trecento, di fronte a bimbo Y.

ambedue le possibilità sono perfettamente plausibili. la differenza sta nella dose di intelligenza [rispetto, considerazione, tolleranza, gentilezza, attenzione, sinonimi a cascata] di bimbo X nel momento in cui si trova a scegliere una delle due.

Angelita ha detto...

Fio, capisco il tuo punto di vista. Davvero. Credo di capire onestamente perché i musulmani, o alcuni musulmani, si siano sentiti offesi, e perché quelle vignette non erano belle. Lo dico sapendo che anch'io mi infastidisco facilmente. Pensa che oggi mi sono arrabbiata vedendo che Repubblica, che non ha pubblicato le vignette, non ha voluto però privare i lettori di questo illuminato messaggio alle donne che lavorano.
E però, davanti al tuo esempio, o quelli di Delio e Mucho Maas, mi chiedo: dove li rappresentate i sentimenti o le opinioni di chi, ripubblicando le vignette, voleva difendere un principio? Sembra che da una parte ci siano musulmani maneschi ma sinceri, e dall'altra gente che prende gusto a insultare. Io le vignette le ho linkate: secondo voi l'ho fatto per insultare?

delio ha detto...

angelita, io dico solo che tu, linkando le vignette, hai punito per la seconda volta quei musulmani (il 99,9999% del totale) che avevano solo inarcato il sopracciglio invece di andare a bruciare ambasciate.

ancora una cosa: tu (e non solo tu) fai il paragone coi versetti satanici. va bene. però questa difesa strenua e cieca della libertà di espressione a me fa un po' paura. prima di imbarcarci in crociate medievali, possiamo anche un po' riflettere sulla materia del contendere? possiamo, per favore, ricordarci che i versi satanici era un libro (bello) che rifletteva in maniera profonda sulla nascita di una religione rivelata, e qui si parla solo di vignette (brutte) create col solo scopo di fare carne di porco di un tabú (quello della rappresentazione iconografica di maometto) che noi occidentali non avevamo mai sentito come particolarmente limitante? dai, entriamo nel merito, una volta tanto.

Angelita ha detto...

Delio, se io penso che le vignette non avevano un'intenzione lesiva, e non meritavano niente di più dell'alzata di sopracciglio che ben citi, e tu dici invece che sono state disegnate "col solo scopo di fare carne di porco di un tabú", è chiaro che saremo sempre in disaccordo.
Sul merito: non ci entro perché non voglio entrarci. Non credo che la libertà di espressione consista nel proteggere solo le opere intellettualmente profonde o artisticamente riuscite. Altrimenti, si ridurrebbe la libertà di espressione a un privilegio dei pochi eletti. Credo che veda benissimo anche tu il risvolto autoritario di dire: l'opera X è bella e la tuteliamo, l'opera Y no e quindi non la tuteliamo.
Una domanda: non mi è ben chiaro cosa proponete voi che sostenete la tesi della grave offesa. Forse le scuse ufficiali del governo danese? Lo dico senza malizia, solo per capire.

delio ha detto...

allora: la storia della genesi di quelle vignette è ormai nota, e l'hanno spiegata (ad esempio) sia leonardo, sia lia: ad un certo punto questo giornale danese si accorge che per i musulmani è piú o meno proibito disegnare maometto, e indicono un concorso per disegni a tema "maometto". tutto qui. mi sembra che l'intento di rompere il tabú fosse del tutto esplicito; cioè lo stesso intento demente che ha spinto il direttore del giornale iraniano di cui parlavo ieri nel mio blog.

detto questo, io per primo non mi sarei immaginato questa reazione così indignata nei paesi musulmani per quella dozzina di vignette idiote*. è per questo che non dò tanto la colpa a chi ha fatto partire il casino, ma a chi non si rende conto che una merda è stata pestata (pardon my french) e che la cosa piú dignitosa da fare sarebbe chiedere scusa (cosa che nessuno, neanche il giornale danese in questione) ha fatto - e pace. perché non ci sono idee profonde da difendere, non c'è un'analisi da rivendicare, non c'è una libertà di espressione da difendere, se non si è espresso assolutamente niente, come in questo caso: l'unica tesi di quelle dodici vignette era: "noi maometto lo disegnamo quanto ci pare e piace, pappappero". che si arrivi alla guerra di religione per una rivendicazione del genere, ammetterai, è bizzarro. quando un tempo si parlava di stupire i borghesi, non era questo il modo di stupirli.

> Non credo che la libertà di espressione consista nel proteggere solo
> le opere intellettualmente profonde o artisticamente riuscite.
invece io lo credo. penso che qualsiasi tesi argomentata abbia diritto di essere espressa, ma aborro gli slogan semplificativi. riesco a leggere persino gli orridi libelli antisemiti di celine, ma vorrei che i dementi che allo stadio mostrano le svastiche andassero in galera; se qualcuno mi dice che in fondo nei campi di concentramento non si stava così male NON è la stessa cosa che se qualcuno mi mostra i rapporti umani che si instauravano fra prigionieri (cfr. se questo è un uomo, o persino l'infame la vita è bella). perché non appena c'è discorso c'è riflessione e possibilità di chiarire. voltaire diceva** di poter morire per permettere agli altri di esprimere un'idea, ma neanche lui ha detto di voler morire per difendere il diritto di ruttare in faccia al prossimo.

* per inciso: quando parlo di "alzata di sopracciglio" non intendo dire che non gliene frega niente, ai musulmani non bruciatori di ambasciate: intendo dire solo che non manifestano con violenza la loro - maggiore o minore - indignazione; indignazione che però - ormai è assodato - c'è, e sarebbe ora di farsene una ragione.
** poi in realtà non lo diceva davvero, giacché è una sintesi apocrifa; ma fa lo stesso

Angelita ha detto...

Delio, la storia della genesi delle vignette è uscita subito su tutti i giornali. Un autore danese si era lamentato di non riuscire a trovare nessun disegnatore disposto a firmare le illustrazioni per un suo libro su Maometto. In Danimarca, ne era nato un dibattito sulla libertà di espressione, dove si discuteva se la paura delle reazioni islamiche non stesse limitando di fatto il nostro modo di vivere. Per esempio, gli ebrei non possono pronunciare il nome di Dio, ma questo non ci ha mai impedito di dire "Jahweh". Nessuno ha mai pensato che il farlo li offendesse. Da lì l'idea del concorso, che quindi non era una gara di rutti ma si inseriva bene o male in un dibattito.
Se tu pensi che occorre proteggere "solo le opere intellettualmente profonde o artisticamente riuscite", benissimo. Sul non proteggere i rutti, sono d'accordo con te e immagino con Voltaire. Il problema è la zona grigia fra l'intellettualmente profondo / artisticamente riuscito e i rutti. Io voglio che sia protetta anche quella. Non fosse che per il fatto che so che al livello di Rushdie non posso arrivarci, e però vorrei poter parlare e scrivere lo stesso.

delio ha detto...

angelita, dico questo e poi - credo - la pianto, che forse sto forumizzando un po' troppo e poi è evidente che non nessun* riuscirà a convincere l'altr*.

il tuo paragone con gli ebrei* è interessante, ma si ritorna alla questione che sollevavo una manciata di commenti fa sulle diverse sensibilità umane. se tu mi dai del figlio di troia, o di islandese, a me non m'importa e puoi continuare finché non ti stanchi. se però qualcuno reagisce diversamente, e ti chiede in parte gentilmente e in parte aggressivamente di smettere, SE PER TE NON È ESSENZIALE ALLA TUA VITA ESPRIMERE LE TUE IDEE SULL'IDENTITÀ DI MIA MADRE (sempre lì si ritorna), tu che fai? continui per puro sfizio di rompermi le palle o pensi che sia abbastanza adulto lasciar perdere? tu davvero credi che il tuo modo di vivere sia limitato dall'impossibilità, per te, di disegnare maometto? e perché non, allora, dall'impossibilità di poter scrivere nel tuo blog il nome, cognome, indirizzo e numero di telefono del tuo vicino di casa dandogli del pedofilo? o di scrivere che i campi di concentramento non sono mai esistiti? o di scrivere porcodioporcodioporcodio? o di scrivere sul nyt un articolo in cui usi la parola "nigger"?
esistono tremila divieti, in parte legali e in parte autoimposti, alla libertà di espressione. la verità è che la libertà di espressione è una formuletta facile facile che nasconde mondi dentro di sé: e come quasi tutte le formulette sintetiche è assai farlocca.

forse è il caso di concludere: alla prossima, è stato un piacere. o al limite continuiamo la discussione via mail, ché qui stiamo probabilmente annoiando gli astanti.

* ma non del tutto pertinente, giacché a nessuno nel 1946 è passato per la testa di pubblicare vignette in cui jahweh con una bomba al posto della testa, dopo che l'irgun di ben gurion e begin fecero esplodere il king david a gerusalemme.

Angelita ha detto...

Chiudo anch'io, dato che in effetti ci stiamo ripetendo. Nota leggera finale: siccome sono diffidente, ho voluto verificare che non ci fosse una tradizione di umorismo sulla parola "jahweh". Mi sono subito imbattuta in questo. Non so che significhi, ma sento che mi piace. Cliccate sui cavalli per l'audio.