08 giugno 2006

Credere nel credere non è come credere

E’ uscita sulla New York Review of Books una nuova recensione di Breaking the Spell: Religion as a Natural Phenomenon, il libro di Daniel Dennett di cui mi sono occupata mesi fa (1, 2, 3, 4). Non l’ho ancora letto: per ora, sono impegnata col libro di Dennett su Darwin.

Non tornerei su Breaking the Spell non fosse per l’autore della recensione: Freeman Dyson, famoso come fisico, matematico, divulgatore scientifico e per le sue posizioni concilianti verso la religione. Fra l’altro, Freeman Dyson ha ricevuto il Templeton Prize, un assegno piuttosto ricco (circa 800.000 sterline) dato a personaggi che, nel campo della scienza o della religione, hanno fatto convergere i due campi. Di solito il Templeton Prize è dato a religiosi e teologi fermi sulle loro posizioni o a scienziati che cedono terreno alla religione (qui un elenco dei vincitori).

Sia Dennett sia Dyson appartengono alla cultura scientifica: ciò nonostante, l'uno crede che la scienza sia (molto) più razionale della religione; l'altro crede che scienza e religione abbiano, per usare una formula trita ma aderente alle idee di Dyson, "pari dignità" come visioni del mondo.

Non recensisco la recensione di Dyson, ma segnalo due passaggi interessanti.

Il primo è dove Dyson si sofferma su una teoria avanzata da Dennett, quella che la fede religiosa non è un vero credere, bensì un "credere nel credere" (“belief in belief”). Dennett dice che se i fedeli dovessero credere davvero ai dogmi, la religione sarebbe poco diffusa. Per fortuna, la religione si accontenta di meno: è sufficiente che il fedele giudichi il credere desiderabile.

Per esempio, pochi cristiani riescono a credere che l’ostia sia fatta letteralmente del corpo e del sangue di Cristo; ma tutti si sforzano di pensare che sia vero.

Che la fede si fondi più su una tensione personale che su basi epistemologiche traspare nel linguaggio comune: i cristiani associano alla fede aggettivi morali (fede “forte”, fede “debole”) e ne parlano come di un cammino progressivo (il “perfezionarsi” o, di nuovo, il “fortificarsi” della fede). Nessuno usa un linguaggio simile per, poniamo, la credenza che il tavolo davanti a lui è fatto di legno.

Da questo punto di vista, si potrebbe caratterizzare l'ateismo come una fiducia nel credere puro e semplice.

Il secondo passaggio è il commento di Dyson ai capitoli finali di Breaking the Spell, dove Dennett accusa la religione di causare violenze e delitti. Dennett cita la frase del fisico Stephen Weinberg:

La gente buona fa cose buone, e quella cattiva cose cattive. Ma perché la gente buona faccia cose cattive – ci vuole la religione.

Dyson ha gioco facile a rispondere:

e perché la gente cattiva faccia cose buone – ci vuole la religione.

Qui parteggio per Dyson. Non so se la religione spinga le persone ad azioni buone che non avrebbero fatto da atei. Ma ciò vale anche per le azioni cattive. Quando persone religiose cadono nella violenza, nell'intolleranza, nel terrorismo, come si può sostenere che, senza la fede, non avrebbero trovato altri motivi per caderci? La religione, più che una causa dei vizi umani, potrebbe essere solo una delle tante conseguenze.

10 commenti:

porphyrios ha detto...

"Nessuno usa un linguaggio simile per, poniamo, la credenza che il tavolo davanti a lui è fatto di legno."

però la credenza è fatta di legno :)

La recensione di Dyson è interessante, grazie della segnalazione. Dire che Dyson e Dennett hanno entrambi cultura scientifica ma..., così come apparentare il primo al premio in soldoni mi pare però ingeneroso nei confronti di uno scienziato assolutamente geniale e visionario come Dyson.

Massimiliano ha detto...

Non conoscevo l'esistenza del Templeton Prize, anzi sono rimasto stupito di aver visto che nel 2006 è stato premiato Jhon D. Borrow di cui ho letto alcuni libri e non mi sembrava per nulla in sintonia con questo tipo di onoreficenza. Sono caduti i miei canoni di giudizio. Comunque grazie hai tuoi commenti sono sempre più curioso di leggere i libri di Dennett.

Angelita ha detto...

Dai, non è vero, non l'ho apparentato al premio in soldoni. Ho citato innanzi tutto la sua fama di fisico, matematico e divulgatore scientifico. Il Templeton Prize era un'informazione utile parlando, come capita nel post, dei rapporti fra Dyson e la religione.
Sul tema "scienza ma..." riporto le parole stesse di Dyson nella recensione:
"Science is a particular bunch of tools that have been conspicuously successful for understanding and manipulating the material universe. Religion is another bunch of tools, giving us hints of a mental or spiritual universe that transcends the material universe."
E, più sotto:
"We can all agree that religion is a natural phenomenon, but nature may include many more things than we can grasp with the methods of science."

Angelita ha detto...

Massimiliano, andando a naso credo che Barrow abbia vinto il Templeton grazie ai suoi libri sul principio antropico (l'universo sembra fatto apposta perché vi nasca l'uomo).

Massimiliano ha detto...

E se la religione invece di essere una conseguenza fosse essa stessa un vizio umano ?

Massimiliano ha detto...

Allora è successo che ho saltato i libri che mi avrebbero fatto insospettire. Meglio così.

Alessandra ha detto...

Ma Dyson è quello della sfera di Dyson?

Angelita ha detto...

Certo che sì.

Loforestieroprolisso ha detto...

Ma Dyson è quello della sfera di Dyson?

Certo che sì.


Mito vivente! Non avevo realizzato le implicazioni del cognome.
E' inoltre una sorpresa sapere che quest'uomo "crede che scienza e religione abbiano pari dignità come visioni del mondo"; se non altro fa molto star trek.

Angelita ha detto...

Fa anche un po' Zichichi. :-)