15 marzo 2006

Le donne preferiscono stare a casa con il marito

Tempo fa, mi chiedevo perché poche donne riuscissero a ottenere posti di potere. Ieri sera, ho capito che la spiegazione è semplice: i posti alle donne li offrono, solo che loro non vogliono allontanarsi dai mariti.

Intanto noi abbiamo aumentato notevolmente la presenza di donne nelle nostre liste, ma non è così facile convincere delle persone che hanno la formazione culturale adeguata per intervenire in Parlamento e per essere quindi utili ai lavori del Parlamento nella formazione delle leggi, che siano disposte a rinunciare alla loro famiglia per cinque anni, per cinque giorni alla settimana, a lasciare il marito, a trasferirsi a Roma. Quindi anche per questo non siamo riusciti a raggiungere quel limite, quel traguardo che io avevo ipotizzato, proprio per la impossibilità a trovare delle signore che volessero dedicarsi alla vita politica e lasciare la loro professione (trascrizione letterale mia dal faccia a faccia Berlusconi-Prodi; risposta del primo alla domanda "Quante donne avrete nei vostri schieramenti").

25 commenti:

davide l. malesi ha detto...

Ciò che trovo sublime delle gaffes di Berlusconi è ch'egli resta assolutamente ignaro di averle fatte, anche dopo che le ha fatte. Ciò detto, non vedo alcuna ragione per avere semplicemente "più donne" in politica. Averne di più non è, tout court, un vantaggio. Per me una donna può essere capace come e quanto un uomo assai capace (mi vengono in mente Golda Meir, Isabella d'Este, etc.) ma anche incompetente quanto un uomo assai incompetente.

davide l. malesi ha detto...

(insomma: mi sembra cretina la domanda: "vogliamo più donne in politica?"; semmai, ha senso chiedersi se uno voterebbe per la candidata X o Y, conoscendo idee progetti e trascorsi della candidata X o Y. Io su Hillary Clinton presidente USA al posto di Bush jr ci metterei la firma; Sandra Leonardo Mastella invece la rispedirei a casa subito)

Angelita ha detto...

Davide, temo che non siano gaffe, ma affermazioni del tutto volute. Non fatico proprio a immaginarmi un mucchio di elettori (e di elettrici) che hanno annuito sentendo quelle frasi. Sul "più donne": OK, sono d'accordo, contano le qualità degli individui, che siano donne o uomini non importa. Ma la società si muove anche per aggregati. Un Parlamento non è la collezione dei 1000 individui che i cittadini ritengono più bravi a governare. Fa parte del processo democratico che i votati rappresentino interessi (gruppi sociali, territori, orientamenti religiosi). Perché anche le donne non possono essere un gruppo che reclama i suoi rappresentanti? Prendi la Prestigiacomo: forse non è un politico in gamba (anzi, non lo è) ma si sforza di rappresentare gli interessi delle donne. Guarda, a me questo potrebbe bastare e avanzare per votarla. Ma, ahimé, non posso. Si vota per lista, adesso. E, scusa la caduta demagogica, attualmente chi sono a fare le liste nei partiti italiani: le donne?
Tutto questo per dire che la faccenda delle quote rosa, che non piace neanche a me, alla fine rischia di essere l'unica difesa.

Zora ha detto...

anch'io sono contro le quote rosa, mi sembra che trattino le donne come panda, come una specie protetta; ma naturalmente con uomini..mmm..scusa "Signori" che la pensano così, questa è l'unica soluzione.
In quanto a ieri, appena ho sentito "donne che hanno una formazione culturale adeguata" boccheggiavo...mentre "alle signore che preferiscono accudire i propri mariti" sono svenuta!
Non ci posso credere...io scappo all'estero!

Angelita ha detto...

Zora, giusto, hai fatto bene a ricordare la "formazione culturale adeguata". Basta sentire parlare i nostri parlamentari per vedere quanto gli uomini siano severamente selezionati... ;-)

Lucis ha detto...

Sulle quote rosa sono molto perplesso. Le osservazioni di angelita le trovo giuste, ma "rischiose". Se introduciamo il principio che una inadeguata rappresentanza possa essere corretta tramite una quota perchè le donne si e non altri gruppi? Quanti mussulmani, cazolai, omossessuali, disoccupati sono rappresentati in parlamento? Io la vedo come davide

comunque complimenti per la forza d'animo. io non sono riuscito a seguire il "duello": mi innervosivo troppo. Dopo aver svegliato moglie e figli ho cambiato canale

davide l. malesi ha detto...

angelita, personalmente non mi piace pensare alle parlamentari donne come a una "lobby a sostegno degli interessi della donna", perché altrimenti dovrei supporre questi interessi come contrapposti a quelli degli uomini, e ciò mi priverebbe automaticamente del piacere di votare un candidato donna che reputo valido, laddove esista una legge elettorale che mi consenta di farlo.

Angelita ha detto...

Lucis, non nego che la tua è un'obiezione valida. Potrei forse rispondere che, a seguirla, bisognerebbe abolire anche la rappresentanza per territorio (a quel punto, perché avere eletti distribuiti per regioni o collegi?). Tuttavia, capisco che il punto è un altro: le donne, se vogliono rappresentanza, dovrebbero conquistarsela sul campo come fanno altri grupi. Farsi votare, competere, conquistare gli elettori. Va bene. Ma se una donna, per il solo fatto di essere donna, trova una barriera all'ingresso nelle liste, che tipo di competizione le stai chiedendo di sostenere? Il gioco "tu parti venti metri indietro ma se sei brava puoi recuperare? No, grazie.
Davide, gli interessi delle donne ci sono, fa parte della vita che possono entrare in conflitto con quelli degli uomini. Per non andare lontano, se una nota casta particolare di soli uomini influenza la politica e le leggi italiane, le donne che devono fare?

davide l. malesi ha detto...

Se una nota casta particolare di soli uomini influenza la politica e le leggi italiane, non vedo perché "le donne" dovrebbero darsi un'azione unitaria in merito: tra l'altro, il fatto che un "movimento delle donne" si faccia promotore dei, veri o presunti, "diritti delle donne" mi sembra lesivo dell'immagine e degli interessi di quelle donne che nel movimento potrebbero non riconoscersi e che non volerci averci niente a che fare. Parlare di femminismo, a quel punto, mi parrebbe più onesto e corretto: in modo da consentire a ciascuna donna di schierarsi a favore, o di chiamarsi fuori (come ad es. la mia compagna, che se le parli di femminismo e femministe ha reazioni negative abbastanza accese).

Comunque: quanto all'influenza di una "nota casta particolare di soli uomini" a mio avviso ciascuna elettrice (così come ciascun elettore) dovrebbe chiedersi se, e in che modo, l'azione di quella casta particolare le infligge un danno, e come può fare, nel caso, per limitare il danno o tentare di eliminarlo. Se poi mi dici, nello specifico, che l'attuale legge elettorale è uno scippo di democrazia perché non ti consente di votare per chi vuoi tu, donna o uomo o ornitorinco che sia, ti do sacrosantamente ragione.

davide l. malesi ha detto...

ho scritto "che non volerci averci", vabbè ;)))))

Lucis ha detto...

Ora parlo per sentito dire, quindi se sbaglio le correzioni sono ben accette. Fischi e pernacchie meno ma siamo pronti a tutto :-)

Angelita a me sembra che le ripartizioni territoriali siano fatte sulla base della popolazione presente: per cui saremmo di fronte a una ripartizione numerica, cioè il numero di eletti per regione sarebbe determinato dalla popolosità della regione.
Di fatto però anche questo è un criterio di selezione, e in quanto tale "non neutro". Però la mia preoccupazione è questa:

Non avrei nulla da obiettare a una legge che dice più o meno:

"visto che voi elettori avete una mentalità un po di cacca per tot anni introduco una quota a favore di questa categoria. Così vi abituate, comprendete che i vostri erano pregiudizi e ci guadagnamo tutti."

Solo che una legge siffatta in Italia mi preoccupa. Già di nostro abbiamo la tendenza a guardare più quello che separa rispetto a quello che unisce, a spaccare il capello in quattro, a giochicchiare con i distinguo e controdistinguo. Immagino l'introduzione di una riserva a favore di una categoria quello che produrrebbe. Chi di noi, per qualche motivo, non è in certe situazioni "parte più debole"? Cioè io come uomo sarei "sesso forte", ma come pendolare sono "vittima, parte debole".

Sarà l'eta, ma ogni volta che si progetta una legge io penso non all'utilità che potrebbe avere ma l'uso che gli italiani riusciranno a farne. E' sono due cose diversissime

Thom G ha detto...

Be', per dirne una, se una donna non si sente rappresentata da un soi-disant movimento delle donne, può sempre fondarne un altro. I verdi l'hanno fatto. That's democracy, baby.

Angelita ha detto...

Davide, io non voglio un movimento o un partito delle donne. E le femministe fanno girare l'elica anche a me (o almeno molte di loro). Vorrei più donne nei partiti normali, sia per ragioni di rappresentanza, sia perché hanno diritto di contribuire come gli uomini alla società. Per combattere quella casta, la mia idea (il mio sogno) era appunto un'opposizione politica che, per ora, in Parlamento gli uomini mi sembrano poco propensi a fare. Sul voto di lista, sì, quello esaspera tutto il problema.
Lucis, sulle ripartizioni non me ne intendo neppure io, ma credo che volendo non ci sarebbero problemi tecnici a fare il collegio unico nazionale.
Sul tuo testo di legge, l'idea è proprio quella: sostituirei però "politici" a "elettori", dato che non si tratta di garantire posti in Parlamento ma posti in lista. Poi è evidente che gli elettori devono essere liberi, se vogliono, di fare anche un Parlamento di soli uomini.
Sui pendolari e le donne: non è la stessa cosa. La differenza è che nessuno esclude qualcuno da qualcosa solo perché quello è pendolare.
Osservazione generale finale: il principale motivo per cui appoggio la legge sulle quote rosa, pur con dispiacere (la riserva indiana, ecc.) è che comunque non avrebbe costi. Se uno mette, che so, 300 donne in più in Parlamento, quali danni potrebbero capitare? L'unico rischio è che si rivelino altrettanto sceme degli uomini che sostituiscono.
Tommaso, argh, io non capisco mai quando scherzi e quando fai sul serio. Intendi dire che la democrazia è farsi ognuno il suo partitino?

Tumm Gumm ha detto...

Be', per dirne un'altra, la moltiplicazione di partiti che si rivolgono a interessi specifici può certamente diventare un problema politico, ma l'esistenza stessa di partiti di categoria - diciamo così - non è per definizione un male (anche perché moltissimi partiti finiscono per rivolgersi prioritariamente ad alcune categorie, assumendo per esempio un proprio profilo di classe). Ma soprattutto, l'idea stessa di democrazia implica la possibilità di creare anche partiti di categoria, e non mi convince per niente la posizione di chi dice che questa è una violenza contro chi non si sente rappresentato dal "suo" partito di categoria. Se vuole sentirsi rappresentato non ha che da entrare in politica, fondando un suo gruppo oppure entrando in ciò che già c'è e facendo fronda. Per tornare alla mia vecchia gay politics, mi sembra la posizione di chi dice: chi forma famiglie alternative fa violenza alla mia idea di famiglia.

Angelita ha detto...

E' vero, le rappresentanze di categoria vanno benissimo. Però, mi sembra che i rappresentanti di una categoria abbiano più forza quando esemplificano progetti, percorsi, idee che includono un mondo più vasto. Parlando di gay, secondo me giova di più alla causa un Vendola che un Grillini.

El Tom ha detto...

Infatti nei rispettivi partiti Vendola è un pezzo più grosso di Grillini, e l'hanno candidato (con successo) al governatorato (si dirà così?). D'altra parte credo che sia importante che tra le centinaia di parlamentari ce ne siano alcuni che sono fortemente issue-oriented e fanno da riferimento per la loro coalizione per tutto ciò che riguarda una specifica questione.

davide l. malesi ha detto...

Una cosa è "formare" famiglie alternative (che è un'azione privata: discutibile quanto si vuole, ma cmq privata). Altro è andare in giro per l'arena politica, e per il Paese, asserendo di rappresentare una intera categoria, quando ciò è visibilmente falso: a me pare azione tutt'altro che democratica, anzi in odore di fascismo.

davide l. malesi ha detto...

chiosa: il paragone col movimento gay non mi sembra reggere: perché "gay" è una parola che ha pure una connotazione ideologica, e dunque ogni omosessuale è libero di dire: "sì, io sono gay" (e dunque: mi sento rappresentato da un reale o ipotetico "movimento gay") oppure: "no, io con i gay non voglio averci niente a che fare" (e specialmente negli USA, dove il movimento gay è sorto e si è sviluppato, non sono pochi gli omosessuali conservatori che, a chiamarli gay, si incazzano: e hanno anche ragione). Invece chiunque nasca donna si troverebbe d'ufficio rappresentato da un ipotetico "movimento delle donne" per il solo fatto di avere un utero, e non mi pare affatto una bella cosa.

Tomma Giarta ha detto...

Non credo che i nostri punti di vista siano conciliabili, Davide, e non credo di potermi spiegare meglio di come ho già fatto. Forse una cosa che si può aggiungere (come argomentazione supplementare e più debole) è che altro è dichiararsi "movimento delle donne", altro è rivendicare a chiare lettere di rappresentare tutte le cittadine italiane, nessuna esclusa. C'è poi una componente di pura strategia politica: anche il centrodestra e il centrosinistra rivendicano di rappresentare i cittadini di cd o di cs tout court, senza affrettarsi a specificare ogni volta "tranne alcuni che non si sentono rappresentati da noi". E' una strategia discutibile, che nel migliore dei mondi possibili non verrebbe scelta, ma non ci spenderei l'aggettivo "fascista". Infine, mi sembra significativo che nessuna democrazia occidentale (che io sappia) vieti di dare nomi simili a partiti o movimenti, o esponga chi lo fa a denunce o querele.

davide l. malesi ha detto...

Caro Tommaso, evidentemente non conosci bene la legislazione che regola le pratiche diffamatorie nelle democrazie occidentali. Se tu fondi un ipotetico "movimento delle donne" e c'è una donna che ritiene di sentirsi diffamata dall'azione del tuo movimento, può querelarti (così come se fondi una associazione dei consumatori e c'è un consumatore che si ritiene diffamato, etc.). Questo è vero in Italia, ed è ancor più vero nelle democrazie anglosassoni. In Italia, la pena detentiva prevista per la diffamazione è un anno di carcere; la multa, poco più di mille euro. Nelle democrazie anglosassoni la cosa, invece, può diventare anche molto seria e dar luogo a risarcimenti punitivi.

davide l. malesi ha detto...

(nelle democrazie anglosassoni, infatti, stanno molto attenti ai nomi che adoperano: si parla sempre di Women's Rights Movement, guardacaso, così come si parlava di Women Suffrage Movement quando la questione era il diritto di voto; mentre "women's movement" tout court è una espressione usata quasi esclusivamente dalle femministe, che non ha alcun significato legale)

To', Già! ha detto...

Evidentemente non sono informato. Quindi tu dici che posso querelare il Movimento dei Consumatori o il Partito dei Democratici in quanto, pur essendo un consumatore e un democratico, non mi sento rappresentato da loro, e un giudice mi darà ragione? Wow, duemila euro in arrivo.

Davide L. Malesi ha detto...

Io ho detto che puoi querelarli per qualcosa che hanno fatto o detto di specifico e che fa si che tu ritenga la tua immagine danneggiata da loro. Ovviamente scatterà da parte loro immediata controquerela, inoltre si costituiranno parte civile per ottenere il risarcimento dei danni morali e materiali causatigli dalla tua querela. Ora: per quanto riguarda il partito democratico non so, ma se citi il Codacons preparati ad una battaglia legale spietata e durissima. Sono abituati alle querele per diffamazione e i loro avvocati sono eccellenti.

Tommaso Giartosio ha detto...

Ma io non sto parlando di diffamazione, Davide. Su quest'ultima hai ragione tu, è chiaro. Ma la diffamazione è "piena": riguarda, come dici, dichiarazioni o azioni specifiche. Io parlo semplicemente di nomi. Per vincere una causa con il Codacons non basta dire: io sono un consumatore e voi, per il mero fatto di avere scelto il nome che vi siete scelto, vi arrogate il diritto di rappresentarmi, diritto che io non vi ho mai concesso. (Idem per il Moige, e per molti altri partiti, gruppi, movimenti.) Per questo dico che darsi un nome di categoria è una pratica legittima. Il motivo, a mio parere, è che viene considerata una "mossa" del gioco democratico. Una mossa a volte sgradita agli indiretti interessati, ma che sarebbe inaccettabile vietare.

davide l. malesi ha detto...

Caro Tommaso, tu hai detto che "ti sembra significativo che nessuna democrazia occidentale vieti di dare nomi simili a partiti o movimenti, o esponga chi lo fa a denunce o querele". Ciò che volevo spiegarti è che la base legale per una querela esiste: nel momento in cui esiste un movimento dei consumatori, esiste anche la possbilità di un'azione legale per diffamazione da parte di un consumatore che ritenga la sua immagine danneggiata da qualcosa che gli esponenti del movimento han fatto o detto. Ovviamente, come tu dici, non basta il nome: ci vuole anche il fatto specifico. Ma è in forza del nome che un consumatore può querelare il movimento dei consumatori per diffamazione. Hai ragione quando dici che per vincere una causa con il Codacons non basta dire: "io sono un consumatore e voi, per il mero fatto di avere scelto il nome che vi siete scelto, vi arrogate il diritto di rappresentarmi". Il discorso è semmai: "io sono un consumatore e voi, avendo fatta la tale e la talaltra cosa, vi arrogate il diritto di rappresentarmi pur facendo cose che io trovo inaccettabili e lesive della mia immagine e/o persona in quanto consumatore".