22 novembre 2005

“Il sole”, di Aleksandr Sokurov

Cinema

Milano, Eliseo, Sala Truffaut. Convinti di andare a un film per pochi intimi, ci ritroviamo in una sala piena. Stanchezza della TV spazzatura? Forza della stampa, che ha parlato di “capolavoro”? O sono sempre quei diecimila eroi che, a Milano, tengono in piedi tutte le mostre, tutte le librerie, tutti i cinema di qualità? Qualche faccia familiare ci sembra di notarla.

Trama

Giappone, 1945. Nel bunker ricavato in un istituto di biologia marina, l’imperatore Hirohito assiste alla disfatta del paese. Dopo avere invitato i militari a negoziare, subisce l’umiliazione dell’occupazione militare. Prima prigioniero dei rituali di corte, si ritrova prigioniero del generale MacArthur (senza quasi notare il cambiamento). Sarà MacArthur a suggerirgli la via d’uscita.

Cosa funziona

La natura divina: fa girare tutto il film. Fin dall’inizio, Hirohito pare disturbato dal titolo associato alla sua carica. Quel titolo, di cui riconosce l’irrealtà, potrebbe essergli utile per esercitare il potere: ciò nonostante, lo trova “scomodo”, senza che peraltro gli sia ben chiaro il motivo. Il film ti mostra Hirohito che scopre perché la vita non è sogno. Quando alla fine sceglie di rinunciare alla divinità, e riconoscere la vittoria americana, Hirohito sa di disonorare la nazione; ma sa anche che il ritorno alla realtà la farà rinascere. Una rinascita uguale spera per se stesso. Tutto ciò è narrato con eleganza e sottigliezza.

Issei Ogata (Hirohito): eccellente. Il film ci presenta un Hirohito infantile (tiene foto degli attori di Hollywood insieme all’album di famiglia) ed egocentrico (incarica scrivani di trascrivere i suoi soliloqui), ma allo stesso tempo umano (si sente in colpa per la guerra). E’ passivo e ridicolo nei suoi rapporti con gli americani; ma, nelle conversazioni con MacArthur, il colpo migliore lo assesta lui (MacArthur: “Perché ha allontanato i suoi familiari? Non c’erano rischi per loro”; Hirohito: “Dopo la bomba di Hiroshima, credevamo di essere assaliti da bestie”). In mezzo a queste contraddizioni, Ogata naviga sicurissimo e ci consegna un personaggio credibile.

La regia: eccellente. Il film è quasi un documentario, e altri registi avrebbero scelto la via sicura dell’oggettività e del distacco. Invece Sokurov si prende la responsabilità di narrare: stringe e allarga, alterna i campi, sceglie in ogni scena di mostrarti solo ciò che conta. Esemplari le conversazioni con MacArthur, dove quest’ultimo è quello che parla, e Hirohito quello che si vede.

Il generale MacArthur: eccellente. E’ interpretato da Robert Dawson, che non posso giudicare dato che, appunto, lo si vede pochissimo. Però colpisce come MacArthur, nonostante la rozzezza, e l’ignoranza sul Giappone (si meraviglia che Hirohito non indossi il kimono, forse perché di lui conosceva solo questa foto), trovi subito un sentiero per comunicare con l’imperatore. Ti viene da pensare che una volta anche i generali erano meglio.

La fotografia: eccellente. I colori sono cupi e salmastri. All’inizio ti infastidiscono, e quasi ti viene da chiedere perché Hirohito non ordini di accendere la luce. Poi, nella sequenza onirica, ti rendi conto che il tempo di guerra non può avere colori diversi.

La sequenza onirica: favolosa. Il miglior uso poetico di effetti speciali da 2001 Odissea nello spazio in poi.

Cosa non funziona

Nulla. Un paio di avvertenze.

  1. Come ci sono i nudi artistici, che hanno una funzione, così c’è una noia artistica, che serve a costruire una storia e un personaggio. Sokurov sembra quasi scusarsene quando, all’inizio del film, lascia che uno scrivano, obbligato a trascrivere un discorso stracciapalle di Hirohito, si addormenti con la penna in mano. Dopo la prima mezz’ora, comunque, le cose vanno meglio.

  2. La ricostruzione storica è contestabile. Il film sposa la teoria che Hirohito non sapesse dell’attacco di Pearl Harbour e che, in generale, non avesse controllo sull’esercito. Altri storici sostengono che invece Hirohito approvò l’attacco, partecipò al comando militare e ostacolò negoziati che avrebbero permesso di arrivare a una pace prima delle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Per chi è interessato, Wikipedia ha un’ottima pagina su Hirohito (solo in inglese, purtroppo). Comunque, il film regge a prescindere: non analizza un personaggio storico, ma un personaggio. Chiedersi se sia reale, è come chiedersi se Beatrice fosse davvero la fidanzata di Dante.

Durata

Quasi due ore. Da vedere.

4 commenti:

davide l. malesi ha detto...

Sul fattore noia: Sokurov è così, non c'è santo. Anche i primi venti minuti di "Moloch" (il film su Hitler) sono micidiali, però poi ne vale la pena. Questo su Hirohito non l'ho ancora visto.

Rodolfo ha detto...

Io invece non ho visto Moloch, ma mi ritrovo con quanto dici (non volevo essere così esplicito, ma a questo punto devo dirlo: anche la prima mezz'ora di Il sole è micidiale).

LoForestieroprolisso ha detto...

A differenza di Moloch, non ho ancora avuto modo di vedere Taurus.

Qualcuno ha avuto più fortuna, e nel caso è in grado di confermare la costante della prima mezz'ora?

TiGgì ha detto...

Sokurov è uno dei più grandi registi di questi anni. Quello che dici sulla noia d'artista, ovviamente, è verissimo.