02 novembre 2005

“Manderlay”, di Lars von Trier

Cinema

Milano, Eliseo, Sala Kubrick. “Ti piace von Trier?”, dice Angelita al telefono. “No”, dico io, sospettoso. “Ne parlano tutti benissimo”, dice. “Già quello è strano”, dico. “Ma tu hai mai visto qualcosa?”, dice. “No”, dico. Silenzio. “Von Trier..., non so, mi è sempre puzzato di bufala”, dico. “Mah, sai, se non lo vedi...”, dice.

Trama

Anni Trenta. Grace, l’eroina di Dogville, raggiunge l’Alabama in compagnia del padre e della sua banda di gangster. A Manderlay, si imbattono in una fattoria dove vige ancora lo schiavismo. Liberati gli schiavi, Grace instaura una comunità democratica, ma senza accendere molto entusiasmo fra gli interessati.

Cosa funziona

I mezzi che percorrono la mappa degli Stati Uniti. Dapprima paiono trattini che segnano la direzione del viaggio; poi, man mano che la cinepresa stringe, si rivelano quattro auto, da cui Grace e i suoi scendono dando il via alla storia. Brillante.

Young Americans, la canzone di David Bowie che accompagna i titoli di coda. Sempre bella.

Cosa non funziona

Lars von Trier: una bufala. Ti colpisce perché è disinvolto: fa cose insolite con sicurezza, il che impressiona. Siccome ti viene subito qualche dubbio, la prima reazione è chiederti se non sei tu che non capisci ciò che sta facendo. Ma, se esci dalla sudditanza, ed esamini von Trier pezzo per pezzo, ti accorgi che, almeno in Manderlay, non c’è qualità.

La storia: insulsa. Il film è diviso in otto capitoli. Nei primi cinque non accade niente. Col sesto comincia un po’ d’azione, peraltro degna di un romanzaccio d’appendice: faccende di bambini che muoiono, di schiavi che mentono sulla loro stirpe, di raccolte del cotone e furto del ricavato.

Le scene di sesso: squallide. Grace, preda delle sue fantasie, si masturba sotto le coperte col commento ammiccante della voce fuori campo: qui siamo nel film pruriginoso tipo Europa di notte. Quando invece il negrone si fa la bianca siamo in pieno genere Mandingo.

L’ambientazione teatrale: fredda. Il film si svolge in un teatro di scena con un cancello, un pozzo, i letti e poco altro. Sul pavimento, spesso ripreso dall’alto, sono scritti i nomi dei luoghi. Il tutto spegne ogni potenziale drammatico. Quando vedi gli attori bussare a porte inesistenti, o applaudire sorgenti d’acqua invisibili, ti sembra di assistere a una recita scolastica. Tanto per ripetere una cosa detta mille volte, il teatro funziona perché, nonostante l’artificialità della scena, gli attori sono lì in carne ed ossa. Il cinema non ha questo privilegio.

Gli attori: disorientati. Danno l’idea di ubbidire al regista senza avere chiaro che stiano facendo. Grace, che in Dogville era Nicole Kidman, qui è interpretata da Bryce Dallas Howard: una giovanissima dentro un personaggio più adulto di lei. Il padre è interpretato da Willem Dafoe, che propone varie espressioni di sarcasmo. Il capo degli schiavi è Danny Glover, l’eccellente poliziotto di Arma letale, che qui recita come un pezzo di legno. Fra gli altri, l’unico che emerge è Zeljko Ivanek, nel ruolo del dottore baro, peraltro con toni sopra le righe di cui non si capisce bene la ragione.

Il tema oppressori-oppressi: stantìo. Il film ci spiega come la prigionia, privandoci della libertà, possa tranquillizarci e salvarci dei rischi di essere persone fino in fondo. A livello filosofico, questo tema inizia come minimo in Hegel (la dialettica padrone-servo). Nel Novecento, ricompare in continuazione (in Sartre, Fromm, Marcuse e altri). Nella letteratura, sotto la voce “paura della libertà”, credo che i riferimenti siano infiniti. Ciò non significa che non possa ancora servire da canovaccio per una bella storia. Che però qui non c’è. Invece di mettere in scena l’oppressione, Von Trier ne fa declamare la teoria ai personaggi. L’effetto è noioso. Chi volesse vedere un bel film su questo tema, con una vera storia, consiglio di recuperarsi il DVD di The Believer (a proposito degli ebrei e dei nazisti).

Il tema neri-bianchi: ambiguo. Von Trier gioca con due tesi: quella che i negri rifiutano la libertà perché sono vili; quella che i negri non possono che ragionare da schiavi, perché sono stati creati come tali dai bianchi, che quindi sono i veri colpevoli. Entrambe le tesi sono discutibili e, mi sembra, poco interessanti. Von Trier, invece di metterle in opposizione, le mescola, col che di certo non ti ci fa appassionare di più. La stessa ambiguità ricompare nei titoli di coda dove, sulle note di Bowie, passa una carrellata di fotografie di neri d’America dove ci puoi leggere ciò che ti pare.

Durata

Due ore e venti. Intorno al terzo episodio ho la tentazione di andarmene. Resisto, ma passo il tempo che resta contando gli episodi uno ad uno come a scuola si contava il tempo prima della campanella.

9 commenti:

Mr Giartosio ha detto...

Non ho visto "Mandalay", ma "Dogville" mi era piaciuto. Una curiosità: Angelita che dice?

Rodolfo ha detto...

Voleva uscire pure lei! Chiaramente, vale sempre la possibilità che siamo noi a non capire.

Angelita ha detto...

Confermo, una cagata pazzesca.

seia ha detto...

Oddio, ho rivissuto il trauma subito durante la proiezione di Dogville, non ho resistito alla vista della sagoma del cane, ma sono stata trattenuta al mio posto contro la mia volontà. Credo che Lars Von Trier si voglia prendere gioco del suo pubblico dimostrando che può propinargli qualsiasi cosa e tutti se la berranno. Se non è così, qualcuno dovrebbe dirgli di darsi all'ippica, almeno IMHO. Comunque sabato mi tocca, pensatemi.

Rodolfo ha detto...

Qui niente cani ma, a proposito di ippica, c'è un asino. Leggevo anche che, nonostante la messa in scena molto astratta e artificiale, siccome il copione prevedeva l'uccisione dell'asino von Trier lo ha fatto uccidere davvero. La scena poi nel film non c'è, a causa delle proteste degli animalisti. Un altro indizio che von Trier pensa più che altro a divertirsi.

LoForestieroProlisso ha detto...

Oso dire che sarebbe il caso di parlare di "the believer", piuttosto.

Rodolfo ha detto...

Se non l'ha visto nessuno...

Tommaso Sini ha detto...

Il SOLITO SNOB... che a torto va dove tutti non vanno.Che tristezza a me Trier piace da tempi in cui nessuno lo conosceva...e continua a piacermi, intendiamoci la tua anilisi non è male, ma non è niente di che. Tra l'altro su un film che fa parte di una trilogia (l'ultimo capitolo è ancora in lavorazione) già molto distante dagli altri precedenti lavori.
...

Massimiliano Donà ha detto...

A mio parere sei rimasto un po' troppo in superficie, tutto teso a trovarne il difetto, e questo film sicuramente ne ha molti, però il tuo mi pare di quello che in fondo in fondo ci spera che Trier faccia schifo...ehehe.
Boh e citare Hegel...quando non hai cavato il sangue da quel che hai visto, è un esercizio di comodo e da poco. Ci sentiamo Marcuse.