24 ottobre 2005

“Niente da nascondere”, di Michael Haneke

Cinema

Excelsior, Sala Mignon. Il mattino, quando ho già deciso di vedere il film, sfoglio l’inserto culturale del Sole 24 Ore e mi imbatto nella recensione di Roberto Escobar: il reuccio dello spoiler. Escobar è interessante ma, se parla di un thriller, ti dice chi è il colpevole. Magari leggi qualche riga con circospezione, pronto a voltare pagina al primo accenno di rivelazioni. Lui, per fregarti, ti cita il colpevole di sfuggita mentre parla d’altro. Per sicurezza, salto la recensione del tutto. Senza sapere che questa volta non c’era proprio alcun rischio.

Trama

Parigi. Georges, che conduce una trasmissione sui libri alla TV francese, ha una bella moglie, un bel figlio, una bella casa e amici intellos. Un giorno riceve una videocassetta per posta da uno sconosciuto che ha ripreso per due ore la sua abitazione. Allegato, c’è un disegno minaccioso. Poco aiutato dalla polizia, Georges è costretto a confrontarsi col passato.

Cosa funziona

Daniel Auteuil (Georges): nella parte. Quando vedo Auteuil mi viene sempre in mente Ingrid Bergman che, in un’intervista, raccontava che un regista (non so più quale) le diceva: “Tu pensa solo a fare la faccia intensa; al resto penso io”. Auteuil è lo stesso: ha una faccia intensa che il regista, se è bravo, fa parlare attraverso i dialoghi e le situazioni. E Haneke è bravo. Se poi Auteuil è in forma, come in questo film, aggiunge variazioni e ti ritrovi a dire “Ah, guarda, sa anche arrabbiarsi”.

Juliette Binoche (Anne, la moglie): credibile. Neanche lei è molto versatile, anzi, propone le stesse espressioni e gli stessi sguardi in tutti i film. Ti viene da pensare che nella vita sia identica. Più che recitare, mette a disposizione se stessa. E però è precisa, espressiva, sobria, fascinosa.

Le videocassette: brillanti. Haneke fa tutto un discorso sul vedere e l’essere visti, sull’immagine che svela e quella che occulta, sull’occhio del regista e quello dello spettatore. Invece di mostrarci i personaggi che guardano le videocassette, inserisce i filmati nel montaggio senza avvertirti, così che all’inizio sei colto di sorpresa: poi cominci a chiederti se Haneke, che riprende i personaggi, e lo sconosciuto, che fa la stessa cosa, non giochino in fondo allo stesso gioco. Sembra intellettualistico e invece ha un risvolto efficacissimo nella scena madre del film, dove non sai se è il regista a riprendere o è lo sconosciuto.

La regia in generale: potente. Haneke ama far allargare il silenzio come Celentano: le sue sequenze iniziano prima dell’azione e finiscono dopo. Anche gli spazi, spesso più larghi del necessario, ti invitano gentilmente all’attenzione.

Cosa non funziona

La storia: il film inizia con tutti i tratti del thriller, ma alla fine non dà la soluzione. Ti senti preso in giro come se a un quiz, dopo che hai sbagliato, rifiutassero di dirti la risposta giusta. Nella seconda metà del film, quando intuisci che la vicenda non va da nessuna parte, tutto diventa noioso. OK, direi ad Haneke, non sei obbligato a darmi un divertimento narrativo: il cinema può ben essere altro. Ma cos’altro, in questo caso? Le videocassette di Georges sono un’allegoria dei suoi pesi di coscienza? O, addirittura, delle colpe storiche dei francesi verso l’Algeria? Se sì, sono allegorie banali e meccaniche. In un’intervista, interpellato sul finale del film, Haneke ha detto:

“È dovere dell’artista porre il pubblico in un’inquietudine interiore che lo migliorerà, mettere il dito sulla piaga: ma io non giudico mai. L’ideale è non pretendere mai spiegazione, io faccio domande, non do risposte...”.

Un bel privilegio.

Durata

Due ore. Stanchezza nell’ultima mezza. Quando arrivano i titoli di coda, cala il gelo e gli spettatori si guardano fra loro. Finché qualcuno dice: “Ma tu hai capito chi girava le videocassette?”. Seguono discussioni prudenti (“ma, secondo te, il figlio e l’algerino nell’ultima scena...?”) in cui, più che migliorati dall’inquietudine, gli spettatori sembrano voler capire se sono scemi loro o è proprio il film che è senza finale.

12 commenti:

davide l. malesi ha detto...

E' il film che è senza finale.

daniele ha detto...

più che altro il senso dell'assenza di trama sta nel punto tre di quello che funziona, ovvero le videocassette. Questo non toglie che anche a me avrebbe fatto piacere una soluzione dell'enigma.

seia ha detto...

Io rivoglio i soldi indietro del biglietto :-)

Rodolfo ha detto...

DLM, all'uscita della sala era decisamente l'orientamento comune.
Daniele, d'accordo, ma se le videocassette non sono nella trama, allora non c'è più neanche l'enigma da risolvere (credo).
Seia, lo avevo pensato anch'io. Un thriller senza soluzione è proprio un inadempimento contrattuale (c'era una regola da qualche parte, all'inadempiente non si adempie, o qualcosa del genere).

vic ha detto...

Io l'ho visto una settimana fa, e testimonio che è uno di quei film a effetto ritardato, come certi racconti di Carver dove non succede apparentemente niente, poi chiudi il libro e mezz'ora dopo fai "occazzo...".

Per me l'unica cosa sbagliata è che metà dei presenti NON si è accorta del dialogo tra i due figli nell'ultima scena.

Comunque va bene così, e se devo trarne una morale è che certi frutti dell'odio si continuano a scontare decenni e generazioni dopo, anche quando i colpevoli (in fin dei conti la Girardot e il marito, non certo Auteuil) hanno abbandonato la scena.

Quell'inserto di TG3 con le immagini di tensioni e stragi in giro per i vari sud del mondo non fa altro che ricordarci che stiamo preparando il terreno per i prossimi cinquant'anni di ricorsi e rimorsi, anche per gli incolpevoli.

Rodolfo ha detto...

Vic, aspetta, fammi capire bene. Io sono fra quelli cui la scena è sfuggita (non che Haneke si sforzi molto di aiutarti a vederla). Angelita me l'ha segnalata e mi sono chiesto che significasse: riconciliazione fra figli dove hanno fallito i genitori? L'allargarsi del male alla seconda generazione? Tu come l'hai intesa? A me la morale che trai piace molto, e senz'altro era una delle cose che aveva in mente Haneke, ma continuo a vedere ben poco collegamento con gran parte di ciò che accade nel film...

seia ha detto...

Questa cosa dei due figli che parlano fuori dalla scuola a me non sembra così salvifica per il film: primo perché non si tratta di un cameo che può anche non esserci e con cui il regista può divertirsi a sfidare i suoi spettatori, é una cosa fondamentale e se non arriva alla maggior parte della gente è assolutamente inutile e pretenzioso da parte del regista un tale espediente; secondo non spiega tutti gli altri interrogativi lasciati aperti dal film. Io continuo a rivolere i miei soldi! :-)

vic ha detto...

E infatti lo dicevo, per me è l'unica cosa sbagliata del film: non puoi rischiare che la scena sfugga agli spettatori, non dico di mettere un cappello rosso in testa ai due, ma un qualsiasi trucco registico che non inficiasse l'unità stilistica del film (la camera che stringe sui due forse l'avrebbe intaccata), si poteva trovare.

(segue spoiler)

Quanto al significato, io non ci ho visto riconciliazione, ma la trasmissione del male alle generazioni successive. Il fatto che il figlio di Majid conosca il figlio di Georges spiega il comportamento strano e ostile di quest'ultimo nei confronti dei suoi genitori, da dove gli viene il sospetto di adulterio della madre con Pierre e chissà che altro.

Direi che tutto torna. Il brutto è che sono tutte vittime, lo stesso Georges condannato a convivere con tremendi sensi di colpa (lo si vede dal tentativo di rimozione) per una cattiveria da bambini compiuta a SEI anni. Gesto le cui conseguenze sono state ingigantite dalla ottusità dolosa dei suoi genitori. E che esplodono alla fine col suicidio di Majid, che in pratica così uccide anche lui (Georges che si infila a letto, di giorno, in una stanza dai colori lividi, in una luce livida, indossando un accappatoio altrttanto livido: ormai è una persona letteralmente spenta).

Rodolfo ha detto...

Quindi, Vic, stai dicendo che le videocassette le ha fatte il figlio di Majid? Perché a me questo punto di chi manda le videocassette sembra molto importante.

vic ha detto...

Io l'ho interpretata così (d'altronde, chi altro avrebbe potuto mettere una telecamera fuori dalla finestra di Majid?).

Però se fate un giro sui forum di imdb.com escono interpretazioni diversissime.
Un paio particolarmente interessanti: una metaforica, dove ad ogni personaggio corrisponde una parte in causa nel dramma franco/algerino, con gli stessi problemi di rimozione, senso di colpa, ecc., e che vede l'incontro dlle nuove generazioni come un segnale di speranza; un'altra che sottolinea come il regista, come suo solito, "giochi" con lo spettatore, per cui non è interessante chi fa le riprese ma che lo spettatore medio sia portato "di default" a incolpare il figlio di Majid, nonostante i suoi dinieghi, esattamente come fa Georges.

L'unica cosa sicura, a questo punto, è che il regista volesse stimolare questo genere di dibattiti e letture, e che l'effetto a scoppio ritardato del film sia il risultato più controllato.

Rodolfo ha detto...

Grazie delle indagini, che mi rincuorano un po'. La mia teoria (che peraltro non saprei come sostenere) è che le videocassette siano un gioco alla Borges, una specie di sguardo dello spettatore che entra dentro il film. Oppure che Haneke pensasse che rivelare il colpevole avrebbe distolto lo spettatore dalle questioni più profonde e, in mancanza di meglio, abbia detto "e allora non lo riveliamo".

Nicolo' ha detto...

Scusate, ma fateci caso....ogni volta che la coppia riceve una videocassetta o sente suonare alla porta o riceve un avvertimento, il figlio non c'è....

Io ho ricostruito il tutto così: Pierrot ha conosciuto il figlio di Majd, che gli ha parlato del passato dei rispettivi genitori e i due si sono messi d'accordo per far venire i sensi di colpa al padre...i disegni sono stati fatti dal bambino, e le videocassette dal figlio di Majd, che però dava a Pierrot il compito di portarle alla porta. Pierrot alla fine mi sembra il fulcro di tutto: oltre a scatenare in questo modo le represse ossessioni del padre, scatena anche il senso di colpa della madre, che a parere mio tradisce davvero il marito (è vero che Haneke è ambiguo, ma l'incontro tra Pierre e la donna in quel bar lascia presuporre molte cose)...boh, io l'ho interpretato così, non avrei altre spiegazioni.